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I Fratelli D'Innocenzo, il nuovo cinema italiano che avanza

Monica Straniero (March 03, 2020)
Quando si parla di cinema italiano, parliamo sempre degli stessi nomi: Moretti, Virzì e Sorrentino. Ma quando è il momento di parlare delle nuove generazioni, nessuno sa cosa dire. I Fratelli D'Innocenzo irrompono esattamente in questo scenario. Fabio e Damiano, premiati per la migliore sceneggiatura alla 70ª Berlinale con Favolacce, sono l’immagine di un nuovo cinema giovane ed autodidatta che potrebbe traghettare l’Italia verso altri spazi, altri mondi, altre culture.

A fare compagnia ai due gemelli, autori come Marco Proserpio, che con il documentario “L’uomo che rubò Banksy”, voce narrante Iggy Pop, ha partecipato con successo ai maggiori festival del mondo. Laura Luchetti regista di “Fiore gemello”, Michela Occhipinti con “Il corpo della sposa - Flesh out” girato in Mauritania ha raccontato il gavage, la pratica di alimentazione forzata che serve a far prendere peso alle ragazze alle soglie delle nozze. Senza dimenticare Jonas Carpignano, italo-americano cresciuto a New York e poi tornato a vivere a Gioia Tauro, dove ha ambientato “A ciambra”, e Alice Rohrwacher, assidua frequentatrice della Berlinale.

Ora è il momento dei fratelli D’Innocenzo. I due giovani cineasti, germogliati dalla periferia romana si erano già fatti notare con La Terra dell’Abbastanza, presentato alla 68esima edizione del Festival di Berlino. I protagonisti sono due criminali immaginari che incarnano i nativi di un quartiere di periferia, realtà grigia e claustrofobica che alberga nell’immaginario. Un esperimento di "neorealismo suburbano" contaminata dalle lezioni di Wes Anderson e David Lynch.

Nel film Favolacce, la periferia torna protagonista nella forma di borgata non più salvata dal cliché che la identifica, spesso anche cinematograficamente, ma come ultimo baluardo di umanità o di comunità possibile. Una favola nera ispirata a Italo Calvino e Gianni Rodari e ambientata da qualche parte nella provincia romana. Un mondo fatto di villette a schiera, apparentemente normale e silenziosamente festoso dove vivono famiglie in un groviglio oscuro tra il sadismo dei genitori e la rabbia di bambini diligenti e disperati.

L’incapacità degli adulti di assumersi qualsiasi responsabilità nei confronti dei propri figli sfiora il grottesco. Dietro una facciata di circostanza, si muovono esseri umani sterili, come i due protagonisti, Elio Germano, Bruno, e Barbara Nicchiarelli, Dalila, una coppia sposata che vive con i due figli preadolescenti. Tra loro altri adulti frustrati da vite a cui sentono di non appartenere. Le urla dei bambini mentre giocano diventano un urlo silenzioso. Osservano gli adulti in ogni loro mossa. Non li comprendono. Guardano il porno sul cellulare dei loro padri e covano rabbia e risentimento. 

Le favole hanno una morale. Quindi le Favolacce contiene un cattivo presagio? Il film non cerca alcun colpevole. La miseria sociale non è una conseguenza dell’ipocrisia della borghesia. La pornografia va oltre il desiderio. Il “malessere” è semplicemente lì, inspiegabile, ma molto presente, e ricorda a tratti l’incomunicabilità dei lavori di Michelangelo Antonioni. Il sarcasmo che comunica ogni gesto e ogni parola, tutto soppesato finemente, è quindi il mezzo per non cedere alla disperazione. Non c’è insomma una morale, almeno non nel senso di un messaggio da dare, ma una diagnosi, un'istantanea della nostra società.

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