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Articles by: Monica Straniero

  • Arte e Cultura

    Figli, la crisi dei 40enni in Italia

    "Figli" è la storia, comica e commovente, di una coppia, di due persone che si amano e che provano a reggere all'onda d'urto della genitorialità in un tempo caotico e in un Paese dove sembra che tutto cospiri contro il nucleo famigliare. Paola Cortellesi è Sara, è un ispettore sanitario nei ristoranti, ha una bambina di sei anni Anna, e un marito che ama, Nicola. Valerio Mastandrea è Nicola, ha una salmoneria. L’arrivo del secondo figlio, Pietro, sconvolge gli equilibri di tutta la famiglia.

    Sarebbe dovuto essere il terzo film girato dal regista Mattia Torre, geniale autore prematuramente scomparso nel 2019. “Mattia mi ha chiamato perché aveva bisogno di un regista che facesse da sostegno, ma che avesse anche con lui qualche legame personale”, ha rivelato Giuseppe Bonito.

    Il film è tratto dal monologo “I figli invecchiano”, diventato virale grazie all’appassionata interpretazione dello stesso Mastandrea. Perché come racconta Mattia Torre: “I figli invecchiano. Ma non invecchiano loro. Invecchiano te. I figli ti invecchiano perché passi le giornate curvo su di loro e la colonna prende per buona quella postura. Perché parli lentamente affinché capiscano quello che dici e questo finisce per rallentarti. Perché ti trasmettono malattie che il loro sistema immunitario sconfigge in pochi giorni e il tuo in settimane. Perché ti tolgono il sonno per sempre”.

    “Figli”, prodotto da Vision Distribution insieme a Wildiside e The Apartment, è lo specchio della vita di tutti noi. L'esistenza stravolta dall'arrivo di un figlio, la mancanza di sonno, la pediatra guru, le terribili chat di classe, i suoceri, le domeniche, la crisi. Così lo spettatore si identifica in ambedue i ruoli della coppia, padre e madre.

    “Figli” è il ritratto di un paese dove se da una parte sono gli anziani a detenere il potere e ad avere la forza di compiere, se lo volessero, un colpo di stato, dall’altra troviamo una generazione di 40enni che vive spesso situazioni lavorative di grande precarietà, che frenano progetti e aspettative per il futuro. Incidendo profondamente anche sui desideri di realizzazione personale più intimi. Italia. Mattia Torre lancia così un chiaro atto di accusa nei confronti delle istituzioni, incapaci di pensare a politiche a sostegno della natalità e della famiglia davvero incisive.

    Un film composito che raccoglie al suo interno vari strati narrativi, tenuti assieme dal collante di una scrittura sapiente. Si ride ma un certo punto il realismo si fa mordente, persino tragico. Uno sguardo stanco della società di oggi che impedisce alle donne il distacco dal ruolo tradizionale loro assegnato mentre gli uomini si sentono dei supereroi a fare la spesa, cucinare, pulire, prendersi cura delle necessità dei vari componenti della famiglia, e conciliare tutto con il lavoro.

    Nel nostro Paese l'immagine della madre si riconduce all'idea che una donna debba rinunciare a tutto per i figli – conclude Mastandrea - ecco, dobbiamo combattere questa ideologia e renderci conto che essere genitori non è un punto di arrivo, ma un passaggio.

     

  • Art & Culture

    Hammamet, the Last Craxi

    “Hammamet,” the new film by Gianni Amelio, tells the story of the final months of the life of socialist leader Bettino Craxi, known in the States for the Crisis of Sigonella, when he refused to give over to the Americans the Palestinian hijakers of the Achille Lauro cruise ship, who were then tried and condemned in Italy. Pierfrancesco Favino transcends all limits in terms of presence, acting abilities and in replicating the voice and movements of the former Prime Minister. 

     

    “But it isn’t a biography of Craxi,” as the director claims. “Hammamet is not a partisan film, but the human tale of a man who has reached the apex of power and now has to come to terms with himself and with that feeling of abandonment and solitude that overcomes those who know the end is near. The melodrama aspect imposes itself on the historical revisitation, unfolding the former Prime Minister’s inner struggles. The name of Craxi is never mentioned in the movie. 

     

    The truth of the facts is left outside of Hammamet’s villa, stored in judicial archives. The fall of the king is told through the clash with his daughter - Stefania in real life but Anita in the film, the name of Garibaldi’s partner - who wants to fight for him. With politics out of the way, or ruled by exchanges with anonymous politicians in which most things remain unsaid, we are left with an ill man, devoured by rage and by ambiguity towards a country by which he feels abandoned, left alone with his ghosts in a country that could not provide him with the adequate care for his serious ailments. That Italy of which Craxi could only glimpse the coast from the beaches of the Tunisian city where he found refuge in 1994.

     

    Amelio’s “neither exiled, nor fugitive” Craxi appears to gradually lose grasp of reality, crying out his reasons as if they were absolute and absolvent. The director stays clear from providing explanations of why the Secretary of the Italian Socialist Party was involved in the Mani Pulite scandal and condemned twice in Italy. He abstains from making judgements on his way of conducting politics, which remains to this day the topic of heated debates. 

     

    He favors an incomplete view of a still highly controversial figure in Italian history, which could turn the noses of both those hoping for some sort of redemption and those who, on the other hand, want an unconditional condemnation. “I made the film I wanted to make,” Amelio concludes “not a propaganda poster.” 

     

    The film comes 20 years after the death of the Secretary of the Italian Socialist Party from 1976 to 1993, which took place on January 19, 2000 in his Tunisian home. 

  • Arte e Cultura

    Hammamet, l'ultimo Craxi

    Il nuovo film di Gianni Amelio, "Hammamet” racconta gli ultimi mesi di vita del leader socialista Bettino Craxi, famoso negli Stati Uniti per la Crisi di Sigonella, quando si rifiutò di consegnare agli americani i dirottatori palestinesi della nave da crociera Achille Lauro che furono cosi processati e condannati in Italia. Un Pierfrancesco Favino oltre ogni limite di resa scenica ed attoriale per mimica e cadenza della voce, nel ruolo dell’allora Presidente del Consiglio.  

    "Ma non è una biografia di Craxi” – come rivendicato dall regista. Hammamet non è un film di parte, ma un racconto di un dramma umano di chi ha conosciuto l’apice della potenza e si ritrova a fare i conti con sé stesso e quel senso di abbandono e solitudine che assale chi è consapevole che la fine è vicina. Il melodramma si impone sulla rivisitazione storica e ripiega sul travaglio interiore dell’ex presidente del Consiglio socialista, nel film non si farà mai il nome di Craxi. 

    La verità dei fatti viene lasciata fuori dalla villa di Hammamet, archiviata in un casellartio giudiziario. La caduta del re è raccontata attraverso lo scontro con la figlia che lotta per lui, Stefania che però il regista ha chiamato Anita, (Livia Rossi) come la compagna di Garibaldi, mito craxiano. Con la politica fuori dai giochi o affidati a scambi con anonimi politici, dove prevale il non detto, rimane la figura di un uomo malato, divorato dalla rabbia e da un sentimento di rivalsa nei confronti di un paese dal quale si è sentito abbandonato, lasciato solo con i suoi fantasmi e in un paese che non poteva dargli le cure sanitarie adeguate alle sue gravi patologie. Quell’Italia di cui Craxi intravede la costa solo dalla spiaggia della cittadina tunisina dove aveva trovato rifugio nel ’94.

    Il Craxi, “né esule né latitante”, di Amelio, sembra gradualmente perdere il contatto con la realtà, gridando ragioni come se fossero assolutorie e assolute. Il regista si tiene alla larga dal fornire spiegazioni del perché il segretario del Psi sia rimasto travolto dallo scandalo Mani Pulite e condannato due volte in Italia. Si astiene da giudizi su un modo di fare politica che ancora oggi suscita dibattiti feroci. 

    Preferisce una visione parziale su una figura ancora molto controversa nella storia d’Italia che potrebbe far storcere il naso a chi sperava in una qualche forma di riabilitazione e chi invece in una condanna senza attenuanti. “Ho fatto il film che volevo fare, conclude Amelio, non un pamphlet militante”. Il film, che esce in concomitanza del ventennale della morte del segretario del Partito Socialista italiano dal 1976 al 1993, avvenuta il 19 gennaio del 2000 nella sua residenza in Tunisia, è nelle sale dal 9 gennaio.

  • Art & Culture

    The New Pope by Paolo Sorrentino Comes to the US

    Presented druing the 75th Venice Film Festival, the new Sky original series "The New Pope," created and directed by Paolo Sorrentino as a sequel to "The Young Pope," is coming to the US on HBO starting January 15. 

     

    The first season followed the anxieties of a young pope, Pius XIII (Jude Law), who despite his age, imposes a conservative and radical religious approach, which simultaneously places great attention and compassion on the weakest members of sociery. In “The New Pope,” we find him in a coma and witness the rise to the papal throne of Sir John Brannox (John Paul III), a cultured and loquacious British aristocrat. 

     

    Two-time Oscar nominee John Malkovich’s Pope is very different from Jude Law’s Lenny Belardo. While Lenny was a desruptive and profoundly religious leader, Brannox is an introspective and reluctant Pope. Behind his aura of perfection lies a secret and a certain fragility that make him vulnerable to the role that he is undertaking, making people forget the charisma and work of his predecessor, who in the meantime has been declared a saint. 

     

    Malkovich stated that playing this character provided him with the opportunity to immerse himself in Sorrentino’s unique, ironic, beautiful and grandiose universe. “I’m a convinced atheist,” the American actor declared during several interviews. “But I don’t judge believers, humanity has always needed gods, someone to blame, to invoke, someone who can cure illnesses, bring an end to poverty, and, in general, to give hope to the hopeless.”

     

    Like in the first season, we find once more the Neapolitan director’s baroque touch, his notes of pop, his studied compositions, and overwhelming lighting. The costumes, the colossal reconstructions and the imposing set designs evoke the power of the Church. However, this season has a unique opening: a group of young people dancing to the beat of club music inside the Vatican. The use of nudity and music become an expressive tool to accentuate the differences between two men who are profoundly imperfect, unhappy and weighed down by the responsibility of their position.

     

    Amidst terror threats, irony, and genius narrative schemes, “The New Pope” clearly and visibly proposes an all but flattering image of the Papacy with the intent to explore our relationship with faith and with God and to understand the theatre that takes place within the Church.

  • Arte e Cultura

    The New Pope di Paolo Sorrentino in arrivo negli Usa

    Presentato in anteprima mondiale alla 75ma Mostra del Cinema di Venezia, The New Pope, la nuova serie originale Sky che Paolo Sorrentino ha ideato e girato dopo The Young Pope, arriverà negli USA il 15 gennaio su HBO. Nella prima stagione si narra l'angoscia di un giovane papa, Pio XIII, interpetato da Jude Law, che a dispetto della sua età impone uno stile religioso conservatore e radicale ma allo stesso tempo si mostra pieno di attenzione e compassione per i più deboli. In "The New Pope", lo vediamo in coma mentre assistiamo all'ascesa al trono papale di Sir John Brannox (Giovanni Paolo III), un aristocratico britannico, colto e loquace.

    Nominato due volte per l'Oscar, Malkovich interpreta il suo Papa in modo molto diverso dal Lenny Belardo di Jude Law. Laddove Lenny era un distruttore e un leader profondamente religioso, Brannox è un Papa introspettivo e riluttante. Sotto la sua aura di perfezione c'è un segreto e una certa fragilità che lo rendono vulnerabile al compito che lo aspetta, far dimenticare alla gente il carisma e il buon lavoro compiuto dal suo predecessore, che nel frattempo è diventato santo.

    A proposito del suo personaggio, Malkovich ha dichiarato di avere avuto l'opportunità di immergersi nell'universo ironico, bello e grandiloquente di Sorrentino. "Sono un ateo militante - ha dichiarato in varie interviste l'attore americano - però non giudico chi crede, l'umanità ha sempre avuto bisogno degli dei, qualcuno da incolpare, da invocare, che può curare le malattie, porre fine alla povertà e, in generale, dare speranza ai senza speranza".

    Come negli espisodi della prima serie Sky Original, anche in The New Pope, ritroviamo la carica barocca del regista napoletano, i suoi tocchi pop, i suoi disegni studiati e l'illuminazione travolgente. I costumi, le ricostruzioni kolossal e le imponenti scenografie evocano la potenza della chiesa. Tuttavia la seconda serie ha un'apertura unica: sulle note di una raffinata musica da discoteca, gruppi di giovani suore ballano all’interno del vaticano. L'uso della nudità e della musica diventano insomma il mezzo espressivo per estremizzare le differenze tra due uomini che sono profondamente imperfetti, infelici e appesantiti dalle responsabilità del proprio incarico.

    The New Pope tra minacce terroristiche, ironia e invezioni narrative geniali, restituisce visivamente e chiaramente un'immagine tutt'altro che lusinghiera del Papato con l'intento di indagare il rapporto che abbiamo con la fede e con Dio e capire il teatro che c’è nella chiesa.

  • Art & Culture

    Star Wars, Why the Last Episode Let us Down

    For Star Wars newbies, watching the latest episode can be a satisfying experience. However, long-standing fans, aficionados, the young jedis who have been following the adventures of the Skywalker family since they were little, leave the film feeling like they’ve been played. The wait is over but a feeling of confusion persists in those who feel like they’ve been deceived, though they don’t know how. 

     

    Shot on film like the two previous ones, this episode can boast impeccable visual qualities and photography. However, the plot has many problems. It’s a circus of contradictions and paradoxes running towards the final battle scene amidst time jumps and the various what ifs that stem from them. The film doesn’t provide many suprises: anything that’s somewhat coherent or at least not completely absurd is fairly predictable. It’s essentially flawed. Before you even have the time to understand what exactly isn’t working, the next mistake arrives. 

     

    The movie is a universe of new and useless characters that appear and disappear, like meteors. Rey, a young woman sensible to the Force and trained by Luke Skywalker, continues on her journey dragging Finn and Poe Dameron with her, while the last surviving members of the Resistance take on the First Order. Everyone runs. It’s the fastest Resistence in film history. 

     

    Poe (Oscar Isaac), a lukewarm character from the start, verbally attacks Rey (Daisy Ridley) because she decides to remain with Princess Leia, interpreted by the late star of the franchise Carrie Fisher, to pursue her Jedi training instead of staying with him and Finn (John Boyega). It feels like whoever wrote Poe’s dialogs has never seen an episode of the saga. And as if that wasn’t enough, everything he and Finn do, they do it badly or else it’s useless - a desperate cry goes out across the galaxies: Harrison Ford/Han Solo where are you? 

     

    Not to mention the revenant Emperor Palpatine (Ian McDiarmid) and especially Kylo Ren (Adam Driver) Han Solo’s (and Leia’s) parricidal son. After his first appearance in the seventh episode, ‘The Force Awakens,’ reknowed Italian cartoonist Leo Ortolani nicknamed him “il fregnetta,” which he remained in all three films. You end up feeling for him though because, in the end, he is also the victim of a system, of a tradition of Skywalker men who have often proved themselves unfit to be jedis. 

     

    All this leads up to a painful ending, which sees Rey emancipate herself from the old generation, and seemingly hang up her lightsabers once and for all. 

     

    “Star Wars: the Rise of Skywalker,” maybe in part due to the acquisition of Lucasfilm by Disney, feels like a “Mary Poppins” gone wrong. If we were to imagine Palpatine sing a song, the Stormtroopers improvise a dance, and a series of choreagraphed battles taking place across the galaxies it would all make sense, for both new fans as well as for those who started 43 years ago.

  • Art & Culture

    La Dea Fortuna, Ozpetek's Life Lesson

    La Dea Fortuna (the goddess fortune) has a secret, a magic trick. How can you keep someone you love always with you? You have to stare at him, steal his image, shut your eyes and keep them closed. And he will make his way into your heart and from that moment, that person will always be with you. 

    That’s the theme of La Dea Fortunata, the new film from the director of Fate Ignoranti, Ferzan Ozpetek, brought to Italian theatres by Warner Bros, two years after Napoli Velata. The Turkish - now naturalized Italian - director goes back to his cinematic roots, focusing on the indissoluble emotional bonds to home, family - even extended - to Rome, and to the importance of building solid connections able to withstand the test of time and of any type of threat. Here, for once, the focus goes beyond the now obsolete issue of sexual orientation and straight to the heart of problems.

    Stefano Accorsi plays Arturo, an aspiring intellectual working as a translator and Edoardo Leo is Alessandro, a simple and romantic plumber with a tender heart. They’ve been together for 15 years and their relationship seems to be at the end of the line, their passion has waned, their love has changed and they no longer know how to live with it. As Barbara Alberti, who plays the noble mother Annamaria, wisely states, “It’s no longer about whether we are gay, but whether we are happy.”

    Ozpetek explains that he wanted to talk about more than just a couple’s initial encounter. “I’m fascinated by the idea of how, after passion and sex are gone, the relationship can evolve into a different way of being together. I think it’s an issue that resonates with many couples, independently from sexual orientation.”

    The occasion comes with two children, entrusted to them by a friend. The two protagonists are then forced to confront profound emotional gaps and the sense of responsibilty as they search for a new definition of love.

    Set to the wonderful music of Mina, La Dea Fortunata is a multilayered film, which is clearly aiming for a genre mix between comedy, drama, and horror to try and answer questions that are very personal but also universal. “I took inspiration from a real story, which opened up an entirely new emotional universal that I didn’t know and I didn’t know how I would react to it. What would happen if from one day to the next something unexpected were to happen to us? Are we open to putting ourselves out there? What is our support system? And, more importantly, are we living the life that we always wanted?

    La Dea Fortunata not only refers to good fortune, it also evokes the enigmatic statue in the sanctuary of Palestrina near Rome. In the film, it becomes the epitome of free will, centered around the importance of freedom of choice. Because our happiness depends on us alone. 

  • Art & Culture

    Once Upon a Time Sergio Leone, the Return of a Myth

    Sergio Leone was one of the first postmodern directors who, from Martin Scorsese to Steven Spielberg, from Francis Ford Coppola to Quentin Tarantino all the way to John Woo, took over the world’s screens. 

     

    He followed in the footsteps of his father, a renowned silent film director (Vincenzo Leone, who went by Roberto Roberti), practicing with American directors passing through Rome (Wise, Le Roy, Wyler) throughout the 1950s.

     

    But it’s only after his collaboration with Robert Aldrich on the 1962 film Sodoma and Gomorra, that Leone understood that it was time for him to debut his own personal poetic and style. Spectacle, myth, and fairytale, these are the dimensions explored throughout the exhibition curated by the director of the Cineteca di Bologna, Gian Luca Farinelli, in collaboration with Rosaria Gioia and Antonio Bigini. 

     

    Five “labyrinthic” sections (Citizen of Cinema, Sources of Imagination, Leone Lab, Once Upon a Time in America, After Leningrad) dedicated to the telling of a postmodern approach to cinema, which unites high and low, eductated and popular culture, both mature and childish sensibilities.

     

    Leone’s is resistance cinema. It brings to the realization that there is no truth or reason. The same realization that emerges in the so-called Dollars Trilogy starring Clint Eastwood, whom he introduced to the general public. Up to his 1984 masterpiece, Once Upon a Time in America, with which Leone reinvented the Western, an inherently political genre, widening its reach in contemporary society.

     

    Spaghetti Westerns became for Leone the context in which to experiment and inovate linguistically and aesthetically in order to tell history through myth (the Wild West, the Revolution, America) using the memory of cinema and the freedom of fairytales. All of this creates a complex vision of the world, which by uniting the European and American imaginary, decomposes the American myth and interprets the key aspects of Italian history. 

     

    Thanks to the precious archival materials of the Leone family, the exhibition enters the director’s studio, where his ideas were born, amidst his personal trinkets and his library, to then dive into his films through models, screenplays, costumes, props, unforgettable sequences and a constellation of magnificent photographs. 

     

    The goal of the exhibition is to celebrate a man who was able, like none before him, to obtain a perfect balance between film and myth in order to make political cinema. 

  • Art & Culture

    Matteo Garrone’s Pinocchio, a Tale of Modern Man

    “As a director, it was hard to resist the temptation to bring the story of the little wooden boy to the screen - Matteo Garrone explains - and I hope that audiences will confirm that I was right to pursue this dream.”

     

    After The Tale of Tales, comes another film by the Roman director for whom fables evoke the essence of modernity. The wood from which Pinocchio is cut, is humanity,” as Benedetto Croce said.

     

    Collodi’s wooden doll is a little rascal, an eternal runaway, an adventurer who just keeps making mistakes. His tale is lucid, simple, timeless. It follows the path - made of rises and falls, pain and betrayals - of a boy, a puppet, a victim of events in search of his humanity. 

     

    “I started from the origins - the director continues - from the drawings of Enrico Mazzanti, the first illustrator. I was influenced by the paintings of the Macchiaioli, by the simple way in which color captures nature light, shadows, tones. And then by Luigi Comencini’s Pinocchio, which inspired me with its sense of poverty. But there are also some aspects of Tim Burton, a director whom I deeply admire.”

     

    The fantastical atmospheres make the film lighter. There is no heavy moral lesson and it keeps us from becoming weary of a world increasingly filled with cats and foxes, ready to trick and tempt us with promises of illicit and relatively easy enrichment, or to take refuge in the Land of Toys, where idleness and leisure reign, ultimately revealing the beasts in us.

     

    “I tried to get people to rediscover a classic,” Garrone continues. “It’s our story, and we encounter it every day, with all its metaphors, allegories, and suggestions. It contains all the life lessons we could imagine.”

     

    A tale that transcends generations and preserves its appeal throughout the ages, as Roberto Benigni believes. “Pinocchio is not just a fairytale, it’s a divinatory book. This film contains the beautiful story of a father’s love for his son. Geppetto is a present father, a role model, a poor man who sees poverty as fortune.”

     

    Rotating around Pinocchio’s adventures are a series of animals that are not only anthropomorphic symbols of human vices and virtues, but also true to their animal nature. Garrone embues them with opportune symbolic solutions, so that each character in the film matters. 

     

    Pinocchio resonates with people thanks to the sincere passion for the story it tells, and especially for what it implies. If evil lies in a system that starves people and keeps them in ignorance, Garrone - like Collodi - believes in the value of good, because even though we may lose hope in the stomach of the whale, we have the resources to be born again. 

  • Arte e Cultura

    C’era una volta Sergio Leone, la rinascita del mito

    Sergio Leone è stato il primo regista postmoderno che, da Martin Scorsese a Steven Spielberg, da Francis Ford Coppola a Quentin Tarantino fino a John Woo, ha invaso gli schermi di tutto il mondo. Segue le orme del padre, noto regista del muto (Roberto Roberti pseudonimo di Vincenzo Leone), facendo pratica negli anni cinquanta con registi americani in trasferta romana (da Wise a Le Roy, fino a Wyler).

    Ma solo dopo la collaborazione con Robert Aldrich, nel 1962 con il film Sodoma e Gomorra, Leone capisce che è giunto il momento del suo debutto al servizio di una poetica e di uno stile personali. Spettacolo, mito e favola, sono infatti queste le dimensioni all’interno delle quali si snoda il percorso espositivo, curata dal direttore della Cineteca di Bologna, Gian Luca Farinelli, in collaborazione con Rosaria Gioia e Antonio Bigini.

    Cinque sezioni “labirintiche” (Cittadino del cinema, Le fonti di un immaginario, Laboratorio Leone, C’era una volta in America, Leningrado e dopo) per raccontare un cinema postmoderno per la filosofia che lo abita e dove convivono alto e basso, colto e popolare, ma anche la condizione adulta e quella infantile.

    Un cinema di resistenza quella di Leone che porta alla consapevolezza di non possedere alcuna verità e ragione. Come emerge nella cosiddetta trilogia del dollaro, con Clint Eastwood protagonista in ogni suo film, che lo consacrerà al grande pubblico. Fino al capolavoro di C’era una volta in America, film del 1984 con cui Leone reiventa il western, un genere in sé politico, rifondandolo su nuove basi e ampliandone la portata nella contemporaneità.

    Gli spaghetti western diventano per Leone, territorio di sperimentazione e innovazione in termini drammaturgici linguistici ed estetici per raccontare la storia attraverso i miti (il West, la Rivoluzione, l’America) utilizzando la memoria del cinema e la libertà della fiaba. Da tutto ciò deriva una complessa visione del mondo che, mettendo in relazione l’immaginario europeo con quello d’oltreoceano, destruttura il mito americano per interpretare aspetti salienti dell’identità e della storia dell’Italia.

    Grazie ai preziosi materiali d’archivio della famiglia Leone, la mostra si addentra nello studio del regista, dove nascevano le idee per il suo cinema, con i suoi cimeli personali e la sua libreria, per poi immergersi nei suoi film attraverso modellini, scenografie, bozzetti, costumi, oggetti di scena, sequenze indimenticabili e una costellazione di magnifiche fotografie.

    La mostra ha il compito di ricordare chi come pochi altri è riuscito a realizzare una equazione perfetta tra cinema e mito per fare cinema politicamente.

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