Articles by: Gennaro Matino*

  • Opinioni

    La Befana in tempi di scarpe rotte


    "La Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte”. Ancora un giorno d’incanto per tanti bambini, tenerezza d’infanzia che costringe i sogni a viaggiare. Al risveglio l’attesa sorpresa nascosta in una calza.


    Filastrocca antica che quest’anno sembra raccontare agli adulti il tempo della crisi, simbolica del quotidiano squilibrio economico. Squilibrio economico che per tanti, troppi, fa della notte della Befana una “notte” che non passa in questo tempo di scarpe rotte. Ma se nella calza delle attese adulte, nella calza delle nostre speranze potessimo trovare un nuovo slancio spirituale capace di contrastare la pesantezza del solo pensiero materiale e illuminare i potenti della terra affinché comprendano che vale l’uomo più del potere.  Se ognuno scoprisse, benché le difficoltà presenti, la solidarietà come regime, la compassione come struttura, l’amore come meta, allora potrebbe darsi che la Befana consegni la speranza di una nuova avventura capace di rinnovare la società nel suo tessuto profondo, al suo interno.


    Speranza per riagguantare alla vita normale anche quanti ormai sono stati fatti fuori dalla dittatura del mercato, a condizione però che anche i meno fortunati, quelli considerati poveri e spesso poveri non sono perché miserabili, mettano fine all’autocommiserazione e a quell’ostentare lo stato di miseria usato come moneta di scambio, come rivendicazione parassitaria di diritti senza doveri, togliendo aria a chi per dignità di lotta ne ha più diritto. Il rischio è non capire.


    Aiutare chi soffre è sempre un atto di giustizia, di carità. Povertà o miseria, cosa cambia? Sembrano essere percorsi uguali, stesse storie di limite, esperienze di varia e dolorosa sopravvivenza chiuse in due apparenti sinonimi che dicono disagio, stento, precarietà. Eppure, il suono delle due parole avvolge significati diversi, che possono avere la forza di una verità difficile da comprendere.


    Una verità scandalosa, perché la parola povertà non solo descrive un limite, ma dice protesta coraggiosa contro chi è causa dell’ingiustizia, originata da un eccesso di ricchezzae di abbondanza altrove. La parola miseria, invece, sembra piuttosto indicare un ripiegarsi rassegnati su se stessi di chi si lascia schiacciare dalla propria condizione disperata e, diventandone complice, rifiuta di lottare per il proprio riscatto. Povero è chi non ha, ma potrebbe liberarsi dall’indigenza se messo nelle condizioni di farlo. La sua protesta è il principio di sfondamento del male, è inizio di riscatto.


    Un povero che grida aiuto va ascoltato nella sua richiesta, ma soprattutto va incoraggiato nella sua protesta. Così inizia la sua liberazione. Il povero non stende la mano, non chiede la carità. Pretende giustizia. E se accetta aiuto, spera di poterlo ricambiare in tempi migliori. La miseria ha altra faccia, perfora il cuore e disarma la speranza. Può diventare perfino condizione di ricatto che indebolisce ogni azione di ripristino dell’equità.


    Sarebbe facile, in via di principio, aiutare un povero, basterebbe che l’abbondanza degli uni supplisse alla mancanza degli altri. È cosa molto più seria, invece, riconsegnare alla vita chi è nella miseria. Per questo Napoli, la mia città, non riesce a prendere le distanze dai miserabili, anzi li ha consacrati primi attori dell’emergenza infinita e ha più di un problema da affrontare: quello culturale ancor prima di quello economico.


    Il povero ha bisogno di mezzi per una nuova vita, il miserabile ha bisogno di una nuova vita per poter dare il giusto valore alle cose. Napoli deve darsi, allora, un nuovo patto valoriale che sappia ripristinare la giustizia sociale come via di liberazione dalla povertà e per poterlo fare è necessario superare l’antico retaggio che vuole sempre vincenti i lazzari e mortificata la gente perbene.


    Grande responsabilità per quelli che la governano e non solo. Non so se fuori alle nostre chiese ci siano più poveri o più miserabili. Mi viene da pensare che a stendere la mano siano sempre gli stessi, per anni. Ricordo che Madre Teresa, quando la incontrai a Calcutta, mi disse: “Se un povero ti chiede un pezzo di pane sii pronto a donarglielo, ma poi permettigli di guadagnarselo”.

    * Gennaro Matino  è docente di Teologia pastorale. Insegna Storia del cristianesimo. Editorialista di Avvenire e Il Mattino. Parroco della SS Trinità. Il suo più recene libro: Economia della crisi. Il bene dell'uomo contro la dittatura dello spread”

  • Opinioni

    L'amore è sempre uguale



     

    L'ALTRA sera, quattro passi per acchiappare Napoli dall'alto di San Martino, desiderio di scoprirla illuminata, semmai possibile, oltre il panorama. Amore di innamorati appoggiati al parapetto, semplici baci, innocenti promesse.

     

    Tra loro, due giovani, entrambi maschi, senza timore e con grande dolcezza si scambiano un bacio. Sorpreso che nessuno restasse sorpreso. Forse il problema era il mio se pensavo che Napoli non fosse capace di tale rispetto, né di aprirsi a un mondo cambiato a tal punto che, se qualcuno, fossi anch'io, ancora non se ne fosse accorto, dovrebbe farsene una ragione. Forse è tempo di comprendere serenamente che non esistono amori diversi, se esiste l'amore.


    Già, perché secondo alcuni così dovrebbe essere inteso il sentimento di quei due ragazzi e di tanti altri che come loro sono stati colpevolmente separati dalla nostra consistenza perbenistica. Amore diverso, parola universo per raccontare spazio di umane avventure, spesso sofferte, parola inganno che usata incautamente ha finito per marcare confini, costruire muraglie tra chi si sente giusto e chi sbagliato, chi onesto e chi disonesto, chi normale e chi anormale.


    Amore diverso per usare parole rischiose e nascondere il vero, ma amore diverso da chi? da cosa? Se è amore non può raccontare che relazione, sentimento, incrocio di vite, scambio, passione, alleanza in tempo di assedio, compagnia contro la solitudine. Ma è vero amore? direbbe chi ritiene che amore di coppia sia solo quello secondo natura, tra maschio e femmina.


    Se lo è, dovremmo domandarlo anche a Papa Francesco che nel frattempo chiede alla Chiesa di accorgersi che esistono uomini e donne che vivono questo amore, e vuole che il prossimo Sinodo dei Vescovi si interroghi anche su come accogliere chi ha un diverso orientamento sessuale e affettivo. Grande apertura del Pontefice che da visionario sorprende facendo immaginare possibilità di dialogo con un mondo che per troppo tempo è stato demonizzato, anche se sarei più prudente di tanti entusiastici osservatori.


    Aspetterei le conclusioni del Sinodo per capire se davvero si tratta di un nuovo sentire o di semplice disponibilità a vaga accoglienza, parola inadeguata tanto da diventare un panno nuovo su vestito vecchio e mettere ancora più in risalto lo squarcio. Tuttavia è importante che se ne parli, in quanto la Chiesa deve fare i conti con un mondo che senza aspettare il suo consenso ha già fatto le sue scelte. Speriamo che ci sia ancora tempo per dare dignità alla vita credente di chi ha visto la sua fede messa a dura prova, costretto a rimanere fuori dalle mura della Chiesa, segregato alla vita casta per non poter essere quello che effettivamente è.


    Grande responsabilità aver lasciato soli tanti nostri figli nelle decisioni più importanti che riguardano il loro futuro, la loro storia di coppia, la loro sessualità imponendo loro, come unica possibilità di dialogo con noi, la nostra visione di vita. Nella mia esperienza di pastore ho incontrato tante coppie che mi hanno consegnato la loro storia e hanno provato a spiegarmi che essere omosessuali non può essere una colpa, una condanna di un Dio che essi profondamente amano. Non sempre ho capito e oggi ne sento ancora di più il dolore.


    In un tempo in cui il sentimento diffuso era quello di costringere alla menzogna chi sentiva di vivere un tale amore, molti mi hanno raccontato il loro dramma con le lacrime agli occhi, mentre il vero dramma era quello di perderli alla fede, allontanarli dalla vita ecclesiale, piuttosto che accoglierli in percorsi di crescita di sana affettività, chiedendo loro coerenza di vita credente in nome della fede come si chiede a tutti i credenti, etero o meno.


    Abbiamo la colpa di aver costretto e relegato nel mondo del vizio chi vizioso non era, ma chiedeva di amare secondo la propria natura da noi ingiustamente confinata nel peccato e così abbiamo perso l'occasione, spero non irrimediabilmente, di educare all'amore anche chi si sente diverso. La Chiesa del Concilio voleva essere aperta al mondo e se lo è davvero è il mondo reale che deve incontrare, anche quello omosessuale, quello che l'aspetta fuori le sue protette mura e non quello illusorio, costruito nelle stanze chiuse di un falso potere.


    * Gennaro Matino  è docente di Teologia pastorale. Insegna Storia del cristianesimo. Editorialista di Avvenire e Il Mattino. Parroco della SS Trinità. Il suo più recene libro: “Economia della crisi. Il bene dell'uomo contro la dittatura dello spread”

  • Fatti e Storie

    Tra il Vaticano e Belzebù. Vita e morte di Andreotti, icona del potere

     E’ morto Giulio Andreotti. Una bara semplicissima, di legno chiaro, lo ha consegnato alla terra. Aveva 94 anni, la maggior parte dei quali spesi nella vita politica, e per come è stata trattata la notizia della sua morte su tutti gli organi di comunicazione nazionale e internazionali, non era un politico qualunque. 

    Un grande personaggio che ha attraversato la storia recente per più di mezzo secolo, mai banale ed effimero, Andreotti, sicuramente può definirsi, a ragione o a torto, un protagonista del '900 italiano, e non solo. Una personalità polivalente che tuttavia è diventata agli occhi degli amici e degli avversari un’icona del potere, quasi un personaggio shakespeariano “il cui rapporto con il potere, e i poteri, che hanno segnato la sua vita, ne fa un soggetto e artefice, della storia, le cui azioni hanno condizionato nel bene e nel male la vita del Paese e dei cittadini” (ASCA). 

    Ci sono uomini che aspirano a posti d’onore, altri che godono della ricchezza economica o della popolarità, c’è invece chi teorizza la felicità nella capacità di vivere e servire il potere. Per questi individui il potere è la capacità relazionale che permette a un attore sociale di influenzare asimmetricamente le decisioni di altri attori sociali in modo tale da favorire la volontà, gli interessi e i valori dell'attore che esercita il potere. Per questo Andreotti amava ripetere: “Il potere logora chi non ce l’ha”.

    Andreotti è stato l’unico politico italiano ad anticipare i tempi, a diventare egli stesso tempo e avvenimento. E’ stato una leggenda ancora da vivo e come tutte le leggende ha determinato differenti giudizi e esegesi interpretative sulle sue scelte e decisioni. Giudizi sempre divisi tra chi lo considerava principio del male, e per questo lo avrebbe chiamato Belzebù, e chi a destra e a sinistra lo avrebbe ritenuto l’unico vero statista moderno del paese. 

    Sette volte presidente del Consiglio e un’infinità di volte ministro o sottosegretario, si disfacevano e rifacevano i governi, tutto cambiava nei palazzi, ma una poltrona per il Divo non sarebbe mai mancata. Si rapportava con i potenti della terra con modestia e fierezza, sapeva ridere di se stesso e del mondo, ma non tutto può considerarsi trasparente del suo percorso o meglio non tutto è stato chiarito. 

    Schivo del suo privato, come si conviene ad un vero leader, attento analista delle trasformazioni della storia, mai protagonista delle cronache rosa, di certo ne hanno parlato quelle giudiziarie. Dal caso Pecorelli, che lo voleva mandante dell’omicidio del giornalista perché in possesso di dossier scottanti a detta dell’accusa che avrebbero potuto collegarlo i alla strategia della tensione o a trame oscure, all’ultimo processo che lo ha visto imputato di collusione mafiosa, da cui ne è uscito assolto, con l’ambiguità di una sentenza che non lo scagiona. Ma non scappò dai giudici, come Craxi, e non si difese dai processi, come Berlusconi.

    Uomo di stato e di fede, fai fatica ad immaginarlo pronto a baciare mafiosi se ogni giorno, iniziava la sua giornata partecipando alla messa. Fai fatica a non pensare che, se fosse vero, la stessa vita politica italiana sia stata una tragica commedia. Col Vaticano ebbe rapporti strettissimi, fu molto amico di Papa Pacelli. A questo proposito è stato affermato che per anni ha vissuto come se fosse un segretario di Stato Vaticano permanente. 

    Ora il giudizio rimane alla storia ,molto c’è ancora da capire di una vicenda che in Andreotti racconta la storia orgogliosa e travagliata di un’Italia che dalla seconda guerra mondiale e dalle sue macerie riuscì a ritrovare fierezza per poi lentamente ricadere nel declino. C’è ancora molto da riflettere ma nel frattempo, amici ed avversari, dovranno conservare il sentimento di pietà che è dovuto al rispetto della morte. 

    * Sacerdote, saggista e docente di Teologia a Napoli

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