Articles by: Monica Straniero

  • Arte e Cultura

    “Rossellinite” che sindrome speciale!

    La “Rossellinite” è una sindrome speciale che secondo Alessandro ha colpito tutti i membri della famiglia allargata dei Rossellini. The Rossellinis, docu-viaggio del nipote del regista attraverso Svezia, America e Quatar, si trasforma in un percorso curativo per le famiglie Rossellini. Sì perché il regista di capolavori come Roma Città aperta, di Paisà, Roma città aperta, Il generale Della Rovere,h a avuto tre famiglie: nel 1936 sposa la scenografa e costumista Marcella de Marchis dalla quale ha il figlio Renzo, padre di Alessandro. Con Ingrid Bergman arrivano Robin e le gemelle Ingrid e Isabella. Poi, alla fine di un periodo vissuto in India, torna in Italia con Sonali Das Gupta, sceneggiatrice e moglie di un produttore locale, e con il di lei figlio Gil, che adotterà. Con Sonali avrà poi una figlia, Raffaella (oggi Nur perché convertita all’Islam).

    Sei figli e diversi discendenti chiamati a fare i conti con l’eredità familiare di uno dei registi più innovativi del XX Secolo. Acuto indagatore delle pieghe della storia, Rossellini fu tra i primi a intuire l’importanza dei mezzi audiovisivi per la diffusione della conoscenza, in una visione democratica e interclassista in cui il piccolo schermo aveva un ruolo centrale. “Nascere Rossellini significa sentirsi schiacciato dal peso di un nome che ancora oggi è punto di riferimento per generazioni di cineasti – ammette Alessandro -  Significa crescere sentendoti oppresso dalle aspettative che porta avere ha quel cognome, e vale per me ma è valso per mio padre, per le mie zie Ingrid e Isabella, per mio zio Robin. Così ho deciso di impugnare la macchina da presa per soddisfare un’urgenza, liberarsi da un’ombra che incombe su tutto quello che cerchi di fare per sentirti fiero di essere il nipote del genio del neorealismo”

    Alessandro Rossellini non nasconde il suo passato di tossicodipendenza. “Dopo essere uscito , mi sentivo forte nel mio nuovo lavoro di counselor con cui da anni mi dedico a chi ha gli stessi problemi che ho avuto io. E ho pensato che fosse il momento giusto per realizzare un lavoro

    Un ritratto intimo e insolito di Roberto Rossellini che si apre con il funerale a Roma, il 6 giugno 1977, del grande regista." Dietro il feretro – commenta Alessandro Rossellini - ci sono io che ho 13 anni e sono stretto a mia nonna Marcella, poi c'è mio padre Renzo, bravissimo a fare il figlio, e zia Isabella arrivata nella notte dall'America a piangerlo dopo anni di litigi, in disparte fuori dai riflettori come sempre la sorella gemella Ingridina. Poi lo zio adottivo Gil in prima fila per far capire che e' un Rossellini, zio Roberto il bello, zia Raffaella che ora si chiama Nur ed è musulmana. Nulla sarà come prima: mio nonno Roberto ha lasciato al mondo dei capolavori del cinema a noi nemmeno una lira e un enorme patrimonio di conflitti".

    Il documentario, evento speciale alla Settimana internazionale della critica dello scorso Festival del cinema di Venezia e in arrivo sulle piattaforme digitali dal 20 novembre, diventa un pretesto per far parlare i membri della famiglia, riannodare relazioni e crearne di nuove, come nel caso di quello con lo zio Robin, fratello di Isabella e Ingrid, che vive solo su un’isola in Svezia.  

    Costruito con immagini d'epoca, filmini privati, interviste recenti, il film dipinge una realtà familiare tutt’altro che idillica, ma più diffusa di quanto vogliamo ammettere. Come in ogni famiglia, in cui solo chi vi vive conosce le vere dinamiche, i personaggi convivono con una figura idealizzata di Roberto Rossellini, l'anticonformista che scandalizzò la rigida moralità degli anni '50 nel suo lavoro e nella sua vita. “Dalla rossellinite non si guarisce, ma noi siamo gli United Colors of Rossellini e questo, più che un film, è stata una gigantesca seduta psicanalitica”.

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    We Are the Thousand

    Da un'idea originale di Fabio Zaffagnini, realizzata con i fondatori Claudia Spadoni, Martina Pieri, Mariagrazia Canu, “Cisko” Ridolfi e Anita Rivaroli, oggi Rockin’1000 è una società che porta avanti progetti internazionali, riceve inviti, premi e proposte di collaborazione in tutto il mondo.

    Abbiamo intervistato Fabio Zaffagnini e Anita Rivaroli

    Ci raccontate la genesi del progetto

    Fabio: L’idea è nata dal desiderio di fare qualcosa di folle senza particolari finalità se non quella di ottenere un risultato che inizialmente sembrava impossibile. Per convincere i Foo Fighters a suonare in un palazzetto minuscolo della nostra città (Cesena ndr), abbiamo realizzato un video di una performance “unica” che li omaggiasse.  Da una goliardata è nato un progetto che ha cambiato la vita a tantissime persone.

    Anita: Quando Fabio mi ha proposto di occuparmi di tutta la parte audiovisiva dell’operazione, sono rimasta sorpresa ma ho subito avuto la sensazione che quella follia sarebbe comunque stata una grande storia da raccontare. Eravamo un gruppo ristretto di amici e all’inizio avevo solo il mio iPhone con cui documentare. Attraverso una call abbiamo selezionato i mille che hanno realizzato qualcosa di unico e speciale, suonare tutti insieme la cover di “Learn To Fly” dei Foo Fighters. Dopo il lancio del video su Youtube, tnon immaginavo che avrebbe avuto milioni di visualizzazioni. E' stato in quel momento in cui mi sono resa conto che quella storia doveva diventare un film.

    E dopo cosa è successo?

    Anita: E' accaduto qualcosa di straordinatio. La notte stessa del concerto “privato” che i Foo Fighters ci hanno regalato, ho capito che avevamo realizzato un'impresa. L'inizio di un’avventura che avrebbe portato i Rockin’1000, ormai diventati una vera band, a fare concerti in giro per il mondo. Mi ci sono voluti diversi anni per girare “We are the Thousand”, un racconto corale di storie personali di 1000 musicisti, tra cui ragazzi giovanissimi, suonatori di strada, cantanti liriche, punk, metallari, bluesman professionisti, disponibili a viaggiare chilometri per suonare insieme. Il risultato è un inno al potere salvifico e terapeutico della musica che può trasformare un giorno ordinario in qualcosa di magico. Un bene primario nelle nostre esistenze a cui dovremmo imparare a ricoscere il valore che merita.

    Oggi Rockin’1000 è una realtà conosciuta a livello globale, che riceve riconoscimenti, inviti e proposte di collaborazione in tutto il mondo. 
    Fabio: Sì ma dietro c'è stato un grande sforzo produttivo a partire dalla difficolta di mettere insieme un ensamble di 350 chitarristi, 250 batteristi, 250 cantanti e 150 bassisti, selezionati attraverso appelli sui social, cartoon promozionali su Youtube e video-provini girati. Dopo il video, ero soddisfatto, ignorando cosa avevamo creato. L'ho capito solo quando ormai tornato al mio lavoro di ricercatore geologo un giorno mi sono arrivati a raffica una serie di messaggi da parte di amici che mi informavano che il batterista dei Foo Fighters, Dave Grohl, aeva rilasciato su youtube un video di ringraziamento. Siamo rimasti increduli e la situazione è esplosa.

    Anita:  Internet ha permesso al progetto di trasmetterlo al mondo ma è stata poi è stata l’adrenalina ha spingerci a realizzare un progetto che sembrava impossibile. La ricerca (difficile) degli sponsor, il crowdfunding da quarantamila euro, la serata di un anno dopo allo stadio Dino Manuzzi a Cesena che sembrava una Woodstock dei tempi moderno. Il documentario esce al cinema peraltro in un momento in cui abbiamo bisogno di incoraggiamento pensando a quando potremo tornare a godere la musica dal vivo.

     

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    "Another Round". Un altro giro

    "Non bevo mai prima di colazione”. La citazione è di Churchill, che ha contribuito a sconfiggere i tedeschi e vincere la Seconda Guerra Mondiale, sotto l’eccessiva e costante influenza dell’alcol. Altri grandi pensatori, artisti e scrittori, come Čajkovskij e Hemingway, hanno trovato coraggio e ispirazione in questo modo. Dopo i primi sorsi di alcol, sappiamo tutti che i freni inibitori saltano per azione sulla corteccia cerebrale, la stanza si ingrandisce e la capacità di valutazione è fortemente compromessa.

    E’ questa la premessa del film di Thomas Vinterberg, Un altro giro, presentato alla Festa del Cinema di Roma. Un omaggio alla capacità dell’alcol di rendere le persone libere. Il regista racconta infatti di essersi ispirato alle teorie dello psicologo norvegese Finn Skårderud, secondo cui l’uomo nasce con una carenza di alcol di 0,5 nel sangue. In sostanza una piccola ebbrezza sembrerebbe in grado di  aprire le nostre menti al mondo che ci circonda, diminuendo la nostra percezione dei problemi e aumentando la nostra creatività.

    Tanto basta per convincere Martin, il bravissimo Mads Mikkelsen,  e tre suoi amici, tutti annoiati insegnanti delle superiori e con la sensazione di non avere nulla da perdere, a stringere un patto segreto che prevede di mantenere un livello costante di ubriachezza durante tutta la giornata lavorativa. Sia le loro classi che i loro risultati personali continuano a migliorare e il gruppo si sente di nuovo vivo! Ben presto alcuni dei partecipanti vedono ulteriori miglioramenti e altri escono dai binari, lasciando che l’alcol si  impadronisca delle loro vite, anche al di fuori delle ore in cui hanno concordato di assumere alcol.

    Il film è un’esperienza euforica, brulicante di abbondanti eccessi di energia e girato in uno stile corroborante. Il raffinato equilibrio di Vinterberg tra tragedia, umorismo e nausea infusa dall’alcol si rivela un colpo di regia magistrale fin dall’inizio. Il risultato è un inno alcolico alla vita come rivendicazione della saggezza irrazionale che scaccia ogni ansioso buon senso e guarda all’ubriachezza come a un black-out molto divertente.

    Perchè bere può causare alcuni problemi, certo, ma ne rivela anche altri per chi vive in un mondo che, in misura crescente, è definito esteriormente dalla retorica puritana. Un po’ come dire che se c’è da recuperare la propria esistenza è meglio farlo da sobri.
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    Soul. Il dono della vita

    Il protagonista di Soul è Joe Gardner, un insegnante di musica di scuola media che ha l’occasione di suonare nel migliore locale jazz della città. Un piccolo passo falso lo proietterà dalle strade di New York fino a un luogo fantastico in cui le nuove anime ricevono personalità, peculiarità e interessi prima di andare sulla Terra. Determinato a ritornare alla propria vita, Joe si allea con 22, un’anima ancora in formazione che non capisce il fascino dell’esperienza umana. Mentre Joe cerca disperatamente di mostrare a 22 cosa renda la vita così speciale, troverà le risposte alle questioni più rilevanti della nostra esistenza.

    In questo Soul ce n’è per tutti i gusti. Ci si interroga per esempio da dove provengano le passioni che ci animano nella vita, da dove arrivano i nostri sogni, i nostri interessi e anche, perchè no, la nostra apatia per la vita.

    Se c'è un senso alla nostra vita, un punto interrogativo che che perseguita chiunque si ponga quesiti esistenziali. Ed è su questo punto che Docter ci mette dell’altro, andando a toccare le anime appunto, quelle del titolo del film. Cosa fanno le anime senza i corpi, dove stanno, come si muovono, che regole hanno. Perchè scelgono un’incarnazione piuttosto che un’altra, chi decide quando è ora di finire l’esperienza terrena e tornare in quel Great Beyond, quel grande aldilà che è l’ultraterreno,
    Docter ci rende partecipi anche della sua visione del corpo/materia rispetto all’infinità dell’anima. Le teorie della reincarnazione di cui siamo ormai saturi, hanno il pregio di risultare perfettamente credibili.

    La storia di Soul ci ricorda una volta di più che il dono della vita è estremamente prezioso attraverso l’esperienza terrena di Joe Gardner e usa la musica jazz come il suo veicolo principale. Joe è un insegnante di musica in una scuola media che ha finalmente l’occasione della vita, suonare in uno dei club più famosi di New York insieme alla famosissima Dorothea Williama e dare un senso più pieno alla sua esistenza. Ma. Nell’euforia di aver superato il provino ed aver toccato quella dimensione insondabile che solo la musica ti fa provare, mette un piede in fallo e si trova catapultato in uno spazio/tempo sospeso dove incontrerà 22, un’anima che rifiuta di incarnarsi per mancanza di interesse per l’esperienza umana. Joe ne diventerà il tutore per provare a ridare entusiasmo a 22 e, soprattutto, per poter tornare sulla Terra a vivere quella serata così lungamente attesa. Ma troverà poi davvero tutto quello che cercava lì dentro?

    Il film ospita alcune composizioni jazz firmate dal celebre pianista Jon Batiste mentre ai vincitori dell’Oscar Trent Reznor e Atticus Ross (The Social Network) dei Nine Inch Nails è affidata la colonna sonora originale. Le voci originali sono di Jamie Foxx, Tina Fey e Angela Bassett,
    Se dunque Inside Out si interrogava sulle emozioni, qui è la spiritualità, il grande gioco dell’anima ad essere il vero protagonista. E non c’è una vera risposta se non che la vita è meravigliosa per citare Frank Capra e che ogni istante può non solo essere l’ultimo ma anche il primo per cambiare vita, direzione, possibilità e diventare un’anima consapevole e piena,

    Riguardo alla polemica apertasi in Italia sul fatto che il film non passerà in sala ma sarà solo distribuito sulla piattaforma Disney+  a partire da Natale, facendo infuriare gli esercenti delle sale italiane, possiamo solo dire una cosa. Se uno il film se lo produce e se lo distribuisce non è certo colpa di nessuno, ma di un sistema che tollera che esistano al contempo  produttori e distributori nelle mani della stessa persona, Mi pare che anche Netflix faccia lo stesso e nessuno abbia nulla da ridire, anzi.
     

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    Ammonite: Tra scienza e amore

    Nella desolata e ventosa città costiera inglese di Lyme Regis, sulla costa del Canale della Manica, vive Mary Anning (Kate Winslet), una paleontologa che cerca sulle spiagge fangose ​​fossili di creature preistoriche che danno il nome ad Ammonite, il film di Francis Lee presentato alla Festa del Cinema di Roma. Il British Museum di Londra conserva il teschio di un ittiosauro scoperto da Mary in giovane età. Una fama non riconosciuta dalle autorità ma che le consente di pagare affitti e mantenere un piccolo negozio turistico che vende piccole pietre a coloro che vogliono assaporare un barlume di meraviglia.

    Lontani ormai i bei tempi, la donna cerca di sopravvivere e di trovare qualcosa di altrettanto spettacolare per dare una scintilla alle sue giornate sempre più cupe. Quando un collega, Roderick Murchison, arriva nella sua casa per comprare qualche, la scienziata non si aspetta che l'uomo le affidi a pagamento, la giovane moglie Charlotte (Saoirse Ronan) che si sta riprendendo da una tragedia personale.

    La sceneggiatura di Francis Lee imposta il racconto in modo deciso e deliberato. Ciò che lega le persone può essere difficile da afferrare, ma Lee e le sue stelle occasionalmente si illuminano. La trama scorre attraverso una narrazione derivativa e prevedibile. Man mano che la passione tra le due donne cresce in modo lento e inevitabile, sembra di assistere ad una sorta di romantica peregrinazione, un dolce viaggio simile alle passeggiate lungo la spiaggia. Il risultato a volte oscilla tra il commovente e il frustrante, poiché diluisce qualunque connessione tra questi due personaggi che si ritrovano a condividere il peso dell’austera narrazione. Allo stesso modo, quando le scintille finalmente volano,tutto sembra una forzatura, come se alla fine legati da una nebulosa combinazione di eventi casuali, e forse noia, Mary e Charlotte cedono all'amore.

    La performance distaccata di Kate Winslet è perfettamente in linea con il tono del film, disseminato di cliché e banalità. Dalla scena, "oh, abbiamo solo un letto",  citazione da romanzo rosa, al fornire dettagli di vita attraverso febbrili discorsi pronunciati nel sonno fino a sguardi timidi e sfuggenti.

    La cinematografia di Stéphane Fontaine, intrisa di ombre scure e panorami nebbiosi dell'oceano, riecheggia il gelo del rapporto tra le due donne. Il punto è chiaro fin dall'inizio - le relazioni tra donne a quei tempi erano inopportune - ma al di là dell'ovvio c'è poco di coinvolgente.

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    Ziggy Stardust alla Festa del Cinema di Roma

    Illuminato da due performance stellari, quelle di Johnny Flynn (Emma, Lovesick) e Marc Maron (Glow), STARDUST offre uno sguardo intimo sui momenti che hanno ispirato la creazione del primo e più memorabile alter ego di Bowie.
     
    La leggenda di Bowie vorrebbe farci credere che Ziggy Stardust sia un alieno pansessuale dai vestiti sgargianti, il cui make up è ispirato al teatro Kabuki Lo sceneggiatore e regista Gabriel Range ci riporta alla realtà per raccontarci che il mito di David Bowie ha origini  molto più terrene.

    Johnny Flynn – cantante e star emergente del piccolo schermo con Emma , Les Miserables e Lovesick–  interpreta un Bowie del ’71 smarrito, impacciato (straziante quando Flynn si aggiusta il cappello e spera che nessuno se ne accorga) e abbattuto, convinto di essere una promessa mancata. Arrivato in America, la patria del rock n ‘roll e della libertà di espressione che sicuramente riconosceranno il suo marchio di produrre magia, si mette in contatto con l’unico fan di ‘The Man Who Sold To The World’ presso la sua etichetta discografica, il pubblicista Ron Oberman (Marc Maron), e si imbarca in un vorticoso coast-to -coast tour di concerti. Ovviamente si trova nel peggior paese possibile per discutere della sua arte e della sua filosofia, per non parlare di DJ radiofonici bacchettoni e un trio di giornalisti rock arroganti che non sembrano impressionati dalle musiche di Bowie. 

    L’elefante nella sala di proiezione è la mancanza di canzoni reali di Bowie. Il figlio di Bowie, Duncan Jones, ha precisato che la famiglia non ha approvato il film e non sono stati autorizzati  diritti del catalogo musicale dell’era Ziggy. Fatta eccezione per alcune cover di canzoni di Bowie che Flynn ha magistralmente interpetato. The Yardbirds “I Wish You Will” e “My Death” del cantautore belga Jacques Brel – rivelano che il brillante talento di Bowie è stato criminalmente ignorato. Successi che la maggior parte del mondo della musica aveva liquidato come un disco di novità.

    Il film funziona molto meglio, quindi, come un viaggio rivelatore che David Bowie potrebbe aver intrapreso per
    diventare quell’artista. La sceneggiatura di Grange e Bell prende tempo per indagare il motivo per cui  Bowie sembra così reticente a spargere la sua polvere di magia. Flynn offre un Bowie incredibilmente turbato, afflitto da flashback sul suo schizofrenico fratello Terry e in preda alla paura che possa anche lui soccombere al codice genetico della malattia mentale. 

    Un racconto che si tiene a distanza dal biopic celebrativo e dove la scintilla di ispirazione per la nascita del suo iconico, celestiale alter ego Ziggy Stardust non viene mai del tutto individuata. Eppure c’è un momento che risveglia il sospetto che Bowie sia in effetti una divinità aliena camaleontica. Dopo aver trascorso una serata ad  adorare il nuovo cantante dei Velvet Underground con la convinzione che fosse Lou Reed, in realtà è Doug YuleBowie,  rivolgendosi ad Oberman, esclama: “è una rock star o qualcuno che si spaccia per una rock star, ma qual è la differenza?” Da quel momento in poi, è  Ziggy a suonare la chitarra, il culmine della lotta di David per vivere la follia in modo sicuro.

     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
  • Arte e Cultura

    Festa del Cinema di Roma. Un'edizione resiliente e in sicurezza

    Edizione numero 15 con mascherina, distanziamento, e tante regole, ma senza tradire le attese di un pubblico che sa di poter contare su un'offerta cinematografica di grande qualità. Dal cinema indipendente, alla produzione di genere, dalle opere di autori affermati, fino a quella di registi emergenti, alla visual art e ai documentari».

    Ad aprire la quindicesima edizione della Festa del Cinema sarà il film Disney e Pixar Soul, diretto da Pete Docter, regista e capo della Pixar, già vincitore di due Premi Oscar per Up e Inside Out. Il protagonista di Soul è Joe Gardner, un insegnante di musica di scuola media che ha l’occasione di suonare nel migliore locale jazz della città. Un piccolo passo falso lo proietterà dalle strade di New York fino a un luogo fantastico in cui le nuove anime ricevono personalità, peculiarità e interessi prima di andare sulla Terra. 

    Il film di chiusura sarà invece Cosa Sarà di Francesco Bruni, che ha raccontato con coraggio la sua malattia. Film provenienti da 26 paesi, con opere di 17 registe e 20 anteprime tra nazionali ed internazionali. Un programma ricchissimo e diversificato. “Abbiamo lavorato per preparare la Festa e offrire un programma ricchissimo e diversificato, anche durante le settimane più difficili di lockdown", ha detto il direttore Artistico dal 2015, Antonio Monda.

    Omaggio a Federico Fellini, di cui ricorre quest'anno il centenario, con due opere, un documentario ed un cortometraggio. Premi alla carriera all’artista e regista britannico Steve McQueen, i cui si vedranno tre capitoli del progetto antologico Small Axe: Mangrove, Lovers Rock e Red, White and Blue, e allo statunitense Pete Docter della Pixar.

    Tra gli eventi più attesi, l'incontro ravvicinato con Francesco Totti,  in occasione della presentazione del documentario a lui dedicato, Mi chiamo Francesco Totti di Alex Infascelli.  Ci sarà anche un film su Papa Francesco, la presentazione della serie Sky, Romulus di Matteo Rovere, il documentario sul lockdown, Fuori era primavera di Gabriele Salvatores ed il film Ostia Criminale diretto da Pistolini.

    Ventiquattro i film della selezione ufficiale, tra cui Stardust su David Bowie, Fireball di Werner Herzog, atteso alla Festa insieme a Stanley Tucci che presenterà Supernova. Ancora, the Shift diretto da Alessandro Tondaucc, Fortuna di Gelormini con Valeria Golino, ambientato nella periferia di Napoli.

    Verranno alla Festa anche il regista francese, Francois Ozon, il regista premio Oscar per La La Land, Damien Chazelle e il leader dei Radiohead Thom Yorke. Infine l’omaggio a Ennio Morricone le cui musiche saranno perpetuamente suonate sul Red Carpet

    Ma la novità più grande è lo spazio dedicato al cinema esordiente. “La Festa del cinema di Roma resiste – precisa Monda – come New York, la città dove vivo da oltre 30 anni e che sta ancora sperimentando momenti drammatici per il Covid”

     

  • Arte e Cultura

    Paradise. Tagliati fuori dal mondo

    Da una tranquilla vita in Sicilia come venditore di granite a una in cui si ritrova  solo, perso, spaesato.  Tutti inizia un giorno in cui Calogero, questo il nome del protagonista del primo lungometraggio di Davide Del Degan, assiste ad un omicidio di mafia e decide di fare qualcosa che non tutti avrebbero il coraggio di fare: testimoniare. Ed è così che Calogero viene impacchettato e spedito, sotto il programma protezione testimoni, nel posto più lontano dalla Sicilia: tra le montagne del Friuli, a Sauris, un villaggio di gente ospitale, ma che lui fa fatica a capire.

    Sono eroi silenziosi, senza nome, o almeno senza il loro vero nome, perché hanno dovuto lasciarsi tutto alle spalle. Sono i testimoni di giustizia, persone comuni, che per denunciare la malavita sono costrette a scappare e vivere sotto copertura. Come Calogero, (Vincenzo Nemolato) il protagonista di “Paradise”, nelle sale con Fandango dal 30 settembre.
    Calogero vive con la paura di essere riconosciuto e di diventare paranoico quando vede un uomo misterioso ( Giovanni Calcagno ) - siciliano come lui - si presenta al villaggio. E' il killer contro cui il nostro protagonista ha testimonato e che è diventato a sua volta un collaboratore di giustizia. Ma contrariamente a Calogero, l'assassino non ha alcun interesse alla vendetta. Tra i due uomini nasce una strana e un amicizia un po' ambigua. 

    Del Degan racconta di aver voluto realizzare un film sulle seconde possibilità e le occasioni di riscatto. Dietro ad un dispositivo in cui si mischiano  momenti drammatici e situazioni grottesche, prima fra tutti le lezioni di Schuhplattler, la danza tradizionale tipica bavarese e tirolese ballata da solo uomini, si nasconde un sentimento di livore, Una voce sapientemente misurata che non rinuncia a ringhiare il suo il suo disprezzo contro un sistema che, pur facendo di tutto per proteggere chi si ribella alla mafia, non ha gli strumenti per farlo fino in fondo.

    Il film gioca con l’ironia per creare tenori finzionali diversi e diversi gradi di croyance spettatoriale e dare così la possibilità al pubblico di immergersi in un paesaggio suggestivo, tagliato fuori dal mondo. Davide Del Degan si rivela incline a un realismo amaro e dolente (il cinema italiano migliore è sempre stato realista, o neorealista che dir si voglia) con gustose impennate surreali e disorientanti. Il tutto vira verso un unico obiettivo, ammettere come vera la situazione posta in essere dal film e attraverso i suoi personaggi  far riflettere sui valori morali che la storia contiene.

  • Jasmine Trinca e Clive Owen
    Arte e Cultura

    Al Cinema con Guida Romantica a Posti Perduti

    Il road movie affonda le sue radici nel genere americano per eccellenza, dove l'interpretazione del viaggio e dello spazio per raccontare i cambiamenti interiori e per fuggire almeno con la fantasia. A questo deve aver pensato Giorga Farina. A cinque anni dalla black comedy Ho Ucciso Napoleone, la regista romana torna con  Guida Romantica a Posti Perduti. Il film, presentato  alle Giornate degli Autori di Venezia 77 (e al cinema dal 24 settembre) vede sul grande schermo  Jasmine Trinca e l'attore americano Clive Owen. 

    Lui è Benno, cinquantenne inglese e alcolizzato, lei è una fantasiosa blogger di viaggi con molta paura di vivere. La strana coppia intraprende insieme un viaggio alla scoperta di luoghi dimenticati che diventerà un modo per accettare le proprie fragilità e cominciare a fare i conti con se stessi.

    Un road movie che rappresenta il viaggio, la fuga e le emozioni complesse di una coppia di sconosciuti  entrambi intrappolati in una quotidianità fatta di menzogne e false aspettative. L'interpretazione di Jasmine Trinca al fianco di Clive Owen è una della sue migliori confermandosi un'attrice con film ricercati e personaggi accuratamente selezionati. La sintonia tra i due si amalgama alla fotografia di Timo Salminen, storico collaboratore di Aki Kaurismaki. e una colonna sonora efficaci con il risultato di un film che in stile documentaristico ha qualcosa da dire e commuove.

    Guida romantica a posti perduti è un atto di vera resistenza ad una vita che ad un certo punto di presenta il conto. .La strada come protagonista con la bellezza fatta di sconfinati orizzonti liberi, di stazioni abbandonate e città fantasma. Dalla chiesa di San Vittorino vicino Roma al Villaggio operaio di Crespi d'Adda, dal castello abbandonato Chateau Thierry al campo militare di Stanford nelle campagne inglesi del Norfolk. 

    Il viaggio diventa il simbolo di un percorso esistenziale, di maturazione, compiuto dai due protagonisti che nelle rispettive disfunzionalità si scoprono anime molto simili. Oltre che un potente espediente narrativo per Giorgia Farina per raccontare un mondo in cui non esiste senso e il caos domina del vite di tutti.

  • Arte e Cultura

    Venezia77 premia Nomadland, la strada come scelta di vita

    Nomadland, il film di Chloé Zhao, vincitore del Leone d'Oro alla 77esima edizione del Festival di Venezia, è capace di rendere una realtà cupa in modo così avvincente da ripristinare la fede nell'umanità. IL personaggio centrale di “Nomadland” è Fern, una splendida Frances McDormand, una donna vittima del crollo economico di una città aziendale nel Nevada rurale, che dopo la morte del marito decide di far diventare casa il suo van e, carica i bagagli, si mette sulla strada. Come miglia di americani diseredati, anche Fern decide di vivere una vita itinerante in cerca di lavori stagionale e affitto a prezzi accessibili. Sono i workampers, manodopera usa-e-getta, perché, "l'ultimo posto libero in America è un parcheggio".

    Dopo una vita di solidità e ascensori sociali, la pensione si prospetta per milioni di americani come il tempo della precarietà e dell’insicurezza. E' ironico che la generazione dei baby boomers sia ora vittima delle volatilità del mercato e dell’erosione delle protezioni sociali che sono state il marchio della loro epoca d’oro. E non si tratta soltanto di condizioni economiche.

    Nomadland aiuterà milioni di persone nel mondo a capire che l'America è un paese falsamente prospero. I workampers selezionano le barbabietole da zucchero, raccolgono fragole, gestiscono campeggi o scaffali di scorta nei magazzini di Amazon. (Jeff Bezos, l'amministratore delegato di Amazon, possiede il Washington Post.) È un lavoro massacrante, mal pagato e senza benefici. Il programma CamperForce di Amazon, ad esempio, assume legioni di lavoratori stagionali - la maggior parte dei quali vive nei loro veicoli - prima del Natale e licenzia quando le vacanze finiscono.

    I personaggi di Nomadland sono uomini e donne orgogliosi. Molti sulla sessantina e oltre, dovrebbero entrare nella sesta età dell'uomo di Shakespeare, "con i pantaloni magri e con le ciabatte, con gli occhiali sul naso e il marsupio sistamato sul fianco". Invece sono senza casa, senza soldi, senza sicurezza, senza tutto, tranne la loro dignità e la fiducia in se stessi.

    C’è una parte di Fern che, in fondo, vorrebbe una vita non costretta dalla costante ricerca di un nuovo posto di lavoro, a cambiare campeggio dopo campeggio, sola. Eppure, dall’altra parte, Fern non può smettere di viaggiare e incrocare altri nomadi della strada che condividono con lei i propri racconti. La vita da nomade dei tempi moderni è difficile da comprendere perchè il desiderio di libertà, di una vita senza vincoli e radici, può diventare anche una condanna. 

    Un film pieno di solitudine che viene scandita dagli stupendi paesaggi della costa occidentale, dai tramonti nel deserto e dalle le lunghe highways americane. Fern intraprende un percorso di autodeterminazione alla ricerca del senso più profondo della vita e al di fuori della società convenzionale. Una vita minimalista, essenziale, fatta di pochi oggetti. 

    Nomadland è il tentativo straordinario di "trascendere - il logoro ordine sociale" da parte di persone che ne sono state deluse, ricostruendo il proprio "mondo parallelo su ruote". Li possiamo definire perdenti?

     
     

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