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Articles by: Rosario Procino

  • Gourmet

    E New York risponde. Uniti si vince!

    «L'arte del pizzaiuolo napoletano è patrimonio culturale dell'Umanità Unesco». 
    Un motivo di orgoglio per me operatore nel settore, ma soprattutto per me Napoletano, ambasciatore di Napoli nel mondo.
    Si perché tutti noi Napoletani all’estero siamo ambasciatori di Napoli, di Napoletanitá. 
     
    E, di Napoli e di Napoletanitá, si parla nelle motivazioni dell’Unesco.
    Si, perché sia chiaro, il riconoscimento non va alla pizza in quanto tale o a questo o quel pizzaiolo. Il riconoscimento e’ alla cultura di una città millenaria che trova la sua massima espressione proprio li, su un bancone di una pizzeria.
     
     Per l'Unesco - si legge nella decisione finale - «il know-how culinario legato alla produzione della pizza, che comprende gesti, canzoni, espressioni visuali, gergo locale, capacità di maneggiare l'impasto della pizza, esibirsi e condividere è un indiscutibile patrimonio culturale. I pizzaiuoli e i loro ospiti si impegnano in un rito sociale, il cui bancone e il forno fungono da “palcoscenico” durante il processo di produzione della pizza.
     
    Ciò si verifica in un'atmosfera conviviale che comporta scambi costanti con gli ospiti. Partendo dai quartieri poveri di Napoli, la tradizione culinaria si è profondamente radicata nella vita quotidiana della comunità. Per molti giovani praticanti, diventare Pizzaiuolo rappresenta anche un modo per evitare la marginalità sociale».
    La pizzeria come l’agorá della Napoli moderna dove intorno al bancone si ritrovano cultura, musica, genio e tradizioni del popolo Napoletano.
    Un riconoscimento alla città e al popolo attraverso la cosa che ci ha resi famosi nel mondo, la pizza.
     
    La cultura, le tradizioni e il genio dei Napoletani, e di noi italiani più in generale, sono cose che tutto il mondo ci invidia.
    Da ormai 18 anni in America, confrontandomi quotidianamente con persone di tutte le prevenienze, ho imparato ad apprezzare queste nostre innate qualità così come mi sono apparsi più evidenti i nostri limiti.
     
    Se c’e’ una cosa che apprezzo nel popolo americano e’ il sapere fare squadra, il saper fare sistema. Uniti fino alla meta.
     
    Ebbene,  quello che più mi ha impressionato nella lunga cavalcata per raggiungere questo storico traguardo è’ stato l’aver visto tutti, ma proprio tutti lavorare fianco a fianco con lo stesso obiettivo.
     
    Pizzaioli, Produttori della filiera, Associazioni, Agricoltori, Giornalisti, persino i politici, tutti uniti fino alla vittoria.
     
    Quesro risultato è la chiara dimostrazione che quando noi napoletani, noi italiani ci uniamo, diventiamo imbattibili. Nulla ci e’ precluso.
    Uniti si vince.
     
    Ebbene, il mio augurio per i pizzaioli, per Napoli, per i Napoletani, ma anche e soprattutto per l’Italia intera e’ questa vittoria sia da esempio per il futuro.
    Uniti si vince. 
     
    Napoli, Italia guarda a questo risultato è rialzati perché, uniti si vince.
  • Dining in & out: Articles & Reviews

    Starbucks or No Starbucks?


    The opening of Starbucks in Italy is what I would call collateral damage of modern globalization. Clearly, the American company’s desire to expand is more than legitimate. Of greater interest is seeing how Italy will react. The country has long been considered the home of coffee or, as they say in the U.S., espresso.



    Too many changes
    As history would have it, it was an Italian café that first inspired the founder of Starbucks to open a store in Seattle. Yet, as often happens during ocean crossings, many things – too many – have changed. Starbucks offers several varieties of coffee missing in Italy (single, double, latte, tall, venti, grande, Frappuccino, and so on); the tradition of standing at a bar has vanished; and ceramic cups have been replaced by paper.


    What will happen when the store opens in Italy? Starbucks is taking a humble position, promising to respect the country’s traditions. That may be true, but I have my doubts that Starbucks will change its modus operandi. Will it serve up a heavier, creamier espresso in a ceramic cup at the bar, as the Italians take their coffee? Or will it serve “watered down” coffee in a takeaway cup?


    Knowing corporate America’s line of thinking, I’m sure that Starbucks will try to impose its philosophy on Italy, too, without adapting its wares to meet the demands of the host country, essentially putting the ball in the Italians’ court. What will win out? A drive to change or respect for tradition?

     

    Success at first, in Milan...
    Personally, I think that Starbucks could be moderately successful in the beginning, thanks to the novelty of the endeavor, the fad of the moment, and later become a safe space for American tourists visiting Italy.


    In the end, Italians may drink a Caramel Frappucino every once in a while and chalk it up to a decent caffeinated drink, but I don’t think they’ll ever go to Starbucks for their daily dose of coffee... but Rome and naples will reject it! Starbucks might drum up some interest in Milan, arguably Italy’s most European city, but not exactly the capital of our coffee culture. But I doubt it will have any success in a city like Naples or Rome, where coffee is almost a religious ritual, aside from attracting a very young customer base that is always on the lookout for new trends to follow until the next one arrives from across the ocean.



    Why say ‘no’?
    Starbucks or No Starbucks? I say No Starbucks, since Italy derives strength from maintaining and protecting its own traditions.

    I say No Starbucks because I don’t get the point of a double espresso. I say No Starbucks because it calls its smallest serving “Tall.” I say No Starbucks because I don’t like it. Plain and simple.