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Articles by: Massimo enrico Milone

  • Un papa chiamato Francesco

    Ed è venuto un uomo chiamato Francesco. Con la sua disarmante, affascinante semplicità. Torna a vivere, persino inedita, la Chiesa che non predilige un cristianesimo astratto, metafisico, dogmatico ma incarnato nella realtà. Francesco è qui, con i suoi segni così poveri e al tempo stesso così ricchi, per camminare con la gente, con chi crede e chi non crede. La scelta di chiamarsi così, da parte di Papa Bergoglio, fu il primo segno rivoluzionario di questo pontificato. Per la prima volta, nella storia bimillenaria della Chiesa ecco Francesco, simbolo di una Chiesa dolente e missionaria.

    Il Signore disse a Francesco d’Assisi: “va e ripara la mia casa che come vedi è tutta in rovina”. Nessun paragone, ovviamente improbabile, ma il coraggio di chiamarsi Francesco è stato un modo per sottolineare la necessità per la Chiesa di cambiare strada subito. Cioè di mettersi lungo le vie del mondo per portare la parola di Dio, proprio come San Francesco. Il che significa annullare ogni distacco, mescolarsi, ascoltare. E’quello che sta facendo Papa Bergoglio. Con il cuore rivolto sempre più ai bisognosi, ai poveri, ai lontani.

    D'altronde Bergoglio stesso racconta così quei minuti del conclave in cui la sua candidatura si faceva forte: “nell’elezione avevo davanti a me il cardinale Claudio Hummes, un grande amico. Mentre la situazione diveniva un pò pericolosa, lui mi confortava. E quando i voti sono saliti ai due terzi, è arrivato l’applauso e lui mi ha abbracciato e baciato, dicendomi “non dimenticarti dei poveri, i poveri”. Quella parola mi è entrata qui”. “Per questo – spiega Bergoglio – ho scelto quel nome. Poi ho pensato a Francesco d’Assisi come uomo della pace. Per me è l’uomo della povertà e della pace, che ama e custodisce il creato. In questo momento noi abbiamo una relazione con il creato non tanto buona, dobbiamo migliorare. E poi vorrei una Chiesa povera per i poveri…”.

    Così, dentro quel nome c’è la chiave per capire un Pontificato. Siamo di fronte a una figura di rottura che si propone di rilanciare una comunità in affanno ma dalle radici possenti. Ci riuscirà Francesco I? Ne siamo certi.

    Ad Assisi, l’altro Francesco, non si stancò mai di farlo, e non è che la sua opera, nonostante facesse miracoli, fosse meno impegnativa di quella in cui si trova, ora, a cimentarsi il nuovo Pontefice. Ma ci riuscì. Francesco d’Assisi oggi è uno dei Santi più venerati nel mondo.

    Ora, a Roma c’è Francesco. E le “crociate” sono tante. Basti pensare al solo difficile rapporto con l’Islam e ai presupposti di pace e di dialogo gettati da Bergoglio. Alla maniera proprio di San Francesco che partecipò alla V crociata e, nel 1219, durante l’assedio alla città egiziana di Damietta, ottenne dal Legato pontificio il permesso di poter passare nel campo saraceno e incontrare il sultano, nipote di Saladino. Lo scopo dell’incontro era quello di trovare un modo per mettere fine alle ostilità.

    Ottocento anni dopo Bergoglio va a Lampedusa e Gerusalemme, invita in Vaticano a pregare per la pace ebrei e orientali, apre le porte d’Oriente visitando la Turchia, lavora per sbarcare in Cina.
     

    E, intanto, scalda i cuori. Indica alla Chiesa le strade da percorrere, le periferie geografiche ed esistenziali. In un mondo privo di leadership riempe sia le chiese che le piazze. Usa parole antiche come misericordia, amore, verità, bellezza, bontà ridando loro il significato originario, privo di ambiguità e strumentalità. Ecco perché Papa Francesco ha conquistato da subito credenti e non credenti. E’ innanzitutto vero.

    Certo, nel cammino di Papa Bergoglio non mancheranno difficoltà, ostacoli, lentezze. Ma il mix di spiritualità francescana e di cultura gesuita è dirompente. Ogni frase quasi un veloce twitter che, Vangelo alla mano, inchioda i cattolici e interroga i non credenti. “E capaci di pazienza, perdono, amore.” Il lessico bergogliano ha nella parola cuore il suo centro E anche qui sembra ripercorrere le strade i Francesco d’Assisi. Il Papa “venuto quasi dalla fine del mondo” lo ha ribadito infatti proprio ad Assisi, nella sua prima preghiera via webcam chiedendo a San Francesco di intercedere per la pace dei nostri cuori”. E’ la riproposizione dell’ assoluta novità del vangelo per una società – così la definisce Bergoglio – dai cuori infreddoliti.

    Questo è un pastore profetico ed unico, che sa comunicare. E non solo comunica, ma crea ogni giorno eventi comunicativi, stabilisce relazioni personali dirette e rivoluzionarie, coinvolge ed affascina con la coerenza tra pensiero ed azione, e racconta al mondo che, sopra tutto e tutti, c’è la dignità della persona con il suo diritto inalienabile alla verità.

    Questo è Francesco, il Papa che è partito da Assisi per quella “rivoluzione dello Spirito” che sta scuotendo la Chiesa di Roma. Un papato di svolta profonda. E siamo solo all’inizio….

    * Massimo Enrico Milone è il Responabile di RAI Vaticano

  • Op-Eds

    A Pope Called Francis

    And one called Francis came. With his disarming, fascinating humility. A hitherto unknown Church came back to life—not an abstract, metaphysical, dogmatic house of Christianity but a church that embodies the real world. Francis has come here, bearing his rich symbols of poverty, to walk with people, with those who believe and those who do not.

    His choice of name was the first sign of Pope Bergoglio’s revolutionary papacy.
    For the first time in the bimillenial history of the Church there was a Francis, a symbol of a penitent and missionary Church.

    The Lord said to Francis, “Go and repair my house, which is falling into ruin.” The comparison is impossible, obviously, but Bergoglio’s courage to call himself Francis emphasized the need for the Church to change course immediately.

    That is, to take the word of God to the streets of the world, just as Saint Francis did. That means fighting indifference and engaging and listening to others. Which is just what Pope Bergoglio is doing. His heart goes out to the most needy, poor and far removed.
     

    “Why I chose that name”
    Bergoglio himself recounts those minutes of the conclave in which his candidacy was gaining traction. “During the election I had cardinal Claudio Hummes with me, a great friend. When the situation became a bit uncertain, he comforted me.

    And when the votes rose to two thirds, there was applause, and he hugged and kissed me, saying, ‘Don’t forget the poor, the poor.’ That word entered me here.

    That’s why,” Bergoglio explains, “I chose that name. I thought of Francis of Assisi as a man of peace. For me he is the man of poverty and peace, who loves and looks after creation. In this moment we don’t have a very good relationship with creation.

    We have to improve that. And then I want a poor Church for the poor…” Thus in that name lies the key to understanding a papacy. We find ourselves face to face with a figure of change working to revive a community that, however withered, has deep roots. Will Francis I succeed? We’re sure of it.
     

    Peace Crusades
    In Assisi, the other Francis never grew tired, and, his miracles notwithstanding, it’s not as though the challenges he faced were any less difficult than those facing the new Pope. But he succeeded. Francis of Assisi is one of the most venerated saints in the world today.
     

    Now, in Rome, there’s Francis. And there are many “crusades.” Just think of the difficult relationship with Islam and the requirements of peace and dialogue set out by Bergoglio, in the manner of Saint Francis, who participated in the Fifth Crusade and,in 1219, during the siege of the Egyptian city of Damietta, got permission from the papal legate to enter the Saracen camp and meet with the Sultan, the nephew of Saladin. The aim of that meeting was to find a way to put an end to the hostilities.
     

    Eight hundred years later, Bergoglio travels to Lampedusa and Jerusalem, invites Jews and Asians to pray in the Vatican, opens the gates to the East by visiting Turkey, embarks on a trip to China. Meanwhile, he warms hearts everywhere. He shows the Church which avenues to pursue, the geographic and existential peripheries. In a world without leadership, he fills up churches and squares.

    He uses old words like mercy, love, truth, beauty and goodness, imbuing them with their original, unambiguous and unexploited meaning. No wonder Pope Francis has conquered the hearts of believers and non-believers. He is above all else true.

    Sure, there will be plenty of obstacles and delays along the way. But the mix of Franciscan spirituality and Jesuit culture is explosive. Every sentence is as quick as a twitter post, which, Gospel in hand, nails the Catholics and questions non-believers.

    Central to the Bergoglio lexicon is the word heart. Here, too, he seems to follow in Francis’ footsteps. The Pope “come from the ends of the earth” reaffirmed as much in Assisi, during his first prayer via webcam, asking Saint Francis to intercede on behalf of peace in our hearts.” He reaffirms the absolute novelty of the gospel for a society— as Bergoglio defines it—of chilled hearts.
     

    A Great Communicator
    This is a prophetic and unique leader who knows how to communicate. And not only communicate but create occasions for communicating with people every day, establish direct contact with others, involve and fascinate others with the coherence of his words and deeds, and tell the world that, above everything and everyone, people are dignified by their inalienable right to truth.
     

    This is Francis, the Pope who left Assisi for the “revolution of the Spirit” that the Church of Rome is rousing. A papacy of profound change. And things are just getting started…