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Articles by: Giuseppe Lalli

  • Assergi
    Arte e Cultura

    San Franco d'Assergi, la storia e la lezione

     Nei primi secoli dell’era cristiana, in quell’affascinante stagione della storia che chiamiamo ‘Medioevo’, poteva accadere che in questi luoghi solitari e remoti dell’Appennino, alcuni giovani, magari provenienti da famiglie gentilizie come Benedetto da Norcia (480 c.ca-547), giovani assetati di assoluto, sentissero il bisogno di unirsi per condurre vita comune nella pratica della nuova religione del Dio incarnato. E così fondavano un monastero. Più tardi, attorno al monastero cominciavano a stabilire le proprie dimore i montanari dei dintorni, e si iniziava a disboscare e dissodare le terre circostanti. E infine si costruiva la chiesa, che diventava punto di aggregazione comunitaria, liturgica e civica, tempio e municipio, di quell’uomo medievale che è unitario, non schizofrenico come quello moderno.

     

     Qualcosa del genere è potuta accadere anche in questa nostra contrada, dove, per una di quelle singolari circostanze che chiamiamo coincidenze e che forse dovremmo chiamare ‘Dio-incidenze’, in uno stesso torno di tempo è nato un castello, quello di Assergi, una chiesa, il nucleo dell’attuale chiesa parrocchiale, e, in una non lontana contrada, un uomo, il futuro San Franco (1154/59-1220/30), che con questo castello e a questa chiesa avrebbe intrecciato il suo destino, in vita e dopo la morte. Le notizie su San Franco ci vengono quasi tutte dagli Atti, che sono l’antico manoscritto latino che fu conservato nella chiesa parrocchiale di Assergi fino al 1791 e poi andato perduto. Nicola Tomei (1718-1792), preposto di Assergi dal 1742 al 1764, uomo dotto e fine latinista, che lo ebbe tra le mani, nella sua Dissertazione sopra gli Atti, e culto di S. Franco, pubblicato a Napoli nel 1791, lo descrive come un piccolo codice membranaceo scritto in carattere antico abbastanza intellegibile, con lettere iniziali miniate, contenente la vita, morte e miracoli di S. Franco. 

     

    Il Tomei assegna il manoscritto agli ultimi decenni del secolo XIII (a differenza di qualche altro studioso, che lo colloca comunque non al di là dei primi decenni del secolo successivo) e crede che si tratti della stesura primitiva o di una copia ricavata su di essa. Pensa altresì che lo scritto debba attribuirsi ad un monaco o a un prete di Assergi, contemporaneo del santo, che aveva inteso tramandare avvenimenti a cui aveva assistito o che aveva udito raccontare da chi ne era stato testimone. Si deve quindi ritenere che ci troviamo di fronte a un testo scritto quando il santo era morto da poco. Oltre a quella riportata dal Tomei nella sua Dissertazione, di versioni degli Atti ne esistono altre tre: una, riportata dai Bollandisti, negli Acta Sanctorum redatta dal gesuita Padre Antonio Beatillo (1570-1642), a cui Tomei muove puntuali critiche di ordine filologico, e altre due, curate dal benedettino Padre Costantino Caetani (1568-1650), custodite nella Biblioteca Universitaria Alessandrina di Roma. Pur presentando queste quattro versioni alcune varianti grammaticali e sintattiche, oltre che nell’estensione della narrazione  riferita ai miracoli attribuiti al santo post mortem, esse sostanzialmente concordano nel testo, e si possono persino disporre in lettura sinottica, come del resto ha fatto  nel suo libro, Assergi e S. Franco – eremita del Gran Sasso - , pubblicato nel 1980, Don Demetrio Gianfrancesco (1922-2004), dal 1954 al 1976 parroco zelante di Assergi, di cui fu anche scrupoloso studioso e della cui chiesa fu custode amorevole.

     

    Che cosa ci dicono questi Atti?  Franco nasce all’inizio della seconda metà del XII secolo, allorché la dominazione normanna nell’Italia meridionale volge al declino. L’anonimo biografo non riporta la data di nascita, ma ci fornisce, in relazione ad essa, dei riferimenti storici, tra i quali il più stringente è quello relativo al papato di Adriano IV (4 dicembre 1154-1°settembre 1159): in tutto 4 anni e nove mesi in cui si deve collocare la nascita del santo. Nessun dubbio invece sul luogo: nasce a Roio (Castellum de Roge o anche Pagus ruìdus, come si legge in alcuni antichi documenti), nell’attuale frazione di Roio Piano, che al tempo faceva parte del feudo amiternino e della diocesi di Forcona. Ancora oggi, a Roio Piano, in un edificio una lapide apposta sul muro ricorda che quella era la casa natale di San Franco.

     

    Franco nasce da agiata famiglia di allevatori, e mostra ben presto di essere un ragazzo intelligente e virtuoso. Il padre lo affida alle cure del prete Palmerio affinché gli dia i primi rudimenti. Nell’animo del ragazzo matura assai presto la vocazione religiosa, e un giorno in cui un suo fratello maggiore, forse mosso da invidia, lo costringeva a pascolare le pecore, fugge e bussa alla porta del monastero benedettino di San Giovanni in Collimento, a Lucoli. Qui, resistendo alle insistenze dei genitori che volevano che tornasse a casa, completa gli studi e conduce per vent’anni una esemplare vita di monaco, rifiutando, alla morte dell’abate, di sostituirlo alla guida della comunità, nonostante la volontà espressa dai suoi confratelli. Spinto da un desiderio di perfezione maggiore, una notte, scambiato un commosso abbraccio con i suoi compagni, avendo per solo viatico il Vangelo e una sporta con poco sale e qualche pane, prende congedo da loro e si rifugia dapprima in una grotta vicino ai boschi di Lucoli e poi, sfuggendo ai tanti devoti che, spinti dalla fama che presto si diffonde delle sue virtù e dei suoi prodigi, desiderano incontrarlo, vaga dalle parti di Montereale, per poi raggiungere un luogo remoto sopra il territorio del Vasto, dove miracolosamente fa sgorgare una sorgente d’acqua pura e dove rimane per cinque anni. Ma nemmeno questo, a lungo andare, gli pare posto adatto alla sua esigenza di solitudine. Molta gente va a fargli visita, e allora si sposta verso i monti sopra Assergi, sistemandosi in una spelonca sotto una rupe. La tradizione ha identificato in una grotta sotto le rocce di Pizzo Cefalone e in un’altra più in basso, detta “I Peschioli”, i due eremi dove l’eremita trascorse i suoi ultimi quindici anni, conducendo vita austera e compiendo molti miracoli. Scendeva a valle solo nei giorni festivi per assistere alla messa nella chiesa di Assergi e ricevere i sacramenti dai monaci del contiguo monastero.

     

    Quando Franco rende l’anima a Dio, le campane della chiesa di Assergi suonano da sole; i monaci, insieme a tutto il popolo, svegliati e commossi, vedono una luce che promana dalla grotta dell’eremita e intuiscono ciò che è accaduto. Raggiungono l’eremo. Canti e lacrime si confondono, depongono devotamente in una barella il corpo che odora soavemente e lo trasportano a valle. Più che un corteo funebre dovette trattarsi di una piccola marcia trionfale. Possiamo immaginare che il corteo entra nel castello di Assergi e si dirige verso la chiesa. Nella cripta vengono tumulate le spoglie mortali di colui che per il popolo è già santo. Dopo qualche tempo le ossa verranno estratte e sistemate in una cassa di pietra andata perduta e della quale si conserva il solo coperchio, dove è scritto in latino: Qui riposa il corpo di Franco(ne), sacerdote di Dio, 5 giugno.  

        

    Gli Atti non menzionano la data della morte del santo. Una tradizione antica e consolidata ci ha tramandato il solo giorno (5 giugno, giorno della sua festa), mentre l’anno, sulla base di alcuni dati cronologici nominati nella scarna biografia, lo si fa ricomprendere, con ragionevole approssimazione, nel decennio 1220/1230. Per convenzione tra gli studiosi si è infine deciso di indicare nel 1220 l’anno ufficiale della morte, e questo ha fatto sì che nel corrente anno 2020 si celebri l’Ottocentenario della morte del santo eremita. Il culto popolare inizia subito dopo la morte. Il vescovo di Forcona dovette ben presto approvare le manifestazioni spontanee dei fedeli. E così San Franco ebbe il suo altare, la sua ufficiatura e la sua festa liturgica. Giova osservare che nell’epoca di cui si parla il riconoscimento della santità era demandato ancora alla chiesa locale, vale a dire al vescovo. La canonizzazione affidata al papa, benché fosse già iniziata, non si era ancora consolidata nella prassi ecclesiale. Non si deve però pensare che quella locale fosse una prassi sbrigativa nella quale il vescovo si limitasse a sancire automaticamente il fervore popolare. Al contrario, si trattava di un procedimento assai rigoroso. Anche se la “vox populi” era considerata un indizio importante, l’approvazione del vescovo non era affatto scontata.

        

    La fama di santità dell’eremita del Gran Sasso, da sempre particolarmente viva nel versante teramano della montagna, si diffonde assai presto e oltrepassa gli stessi confini della regione. Attualmente si festeggia nei paesi che furono toccati dalla sua biografia: Roio, naturalmente, il suo paese natale, Lucoli, nella cui abbazia visse per almeno vent’anni, Arischia, il cui territorio è vicino all’Acqua di S. Franco, Ortolano, frazione di Campotosto la cui chiesa parrocchiale è intitolata al santo eremita, ed è poi protettore, oltre che di Assergi, di una  piccola frazione di Isola del Gran Sasso, Forca di Valle, dove, particolare curioso, il santo è rappresentato non vecchio e con la barba, ma come un giovane pastore, a significare forse che la santità è un’eterna giovinezza. La chiesa parrocchiale di Assergi, intitolata a Santa Maria Assunta, diventa assai presto chiesa-santuario e assume la sua attuale forma basilicale già a partire dalla seconda metà del XIII secolo, ad incrementare un pellegrinaggio già iniziato.

     

    Ho richiamato questi dati storici non per inutile pedanteria, ma per mostrare che la vicenda di questo santo, ancorché assai lontana nel tempo, e sia pure con qualche incertezza temporale e inesattezza che si riscontra negli Atti in riferimento al contesto storico-politico, è storicamente attendibile. Inoltre, come dirò, è inquadrabile in un preciso contesto religioso e in una determinata geografia spirituale. Quella di San Franco è senz’altro una vicenda originale (ma del resto tutti i santi sono originali), ma non isolata, e si capisce meglio alla luce di un fenomeno, quello dell’eremitismo dei secoli centrali del Medioevo, tra l’XI e il XII, che interessò l’Italia e l’Europa, e che avvenne all’interno di un più generale movimento di rinnovamento spirituale. Ciò avveniva in un contesto sociale caratterizzato da una forte crescita economica e da una intensificazione dei rapporti commerciali, fattori che furono alla base di una decisa crescita demografica.

        

    Un particolare colpisce della biografia del giovane Franco. Egli è di buona famiglia. I suoi appartengono ad una classe che con terminologia moderna potremmo definire di piccola borghesia agraria, che vive di pastorizia e commercializzazione della lana. Il giovane Franco, intelligente e sensibile, realizza ben presto che quello di una tranquilla esistenza di agiato possidente non può essere il suo ideale di vita. Egli chiede alla vita un senso. C’è, da parte sua, una richiesta di senso che è anche, a mio parere, una larvata protesta nei confronti di una certa ipocrisia di una società che già mostra i segni dell’opulenza, a cui Franco oppone la scelta della radicalità cristiana, un atteggiamento analogo a quello che sarà di Francesco d’Assisi (1881/82-1226), sia pure declinato in forme diverse. Mi viene da pensare a quella rivoluzione giovanile degli anni ‘60 del secolo scorso. Ho sempre creduto che, mutatis mutandis, dietro slogan e atteggiamenti di rottura radicale, ci fosse in gran parte di quei giovani una richiesta di senso, un’esigenza di assoluto che classi dirigenti più sensibili e una chiesa post conciliare meno distratta, avrebbero potuto cogliere ed intercettare. Il proiettile sparato in alto, se non trova sfogo, rimbalza sulle pareti e finisce per ferire chi lo ha lanciato... A partire dal X secolo, e in modo particolare tra l’XI e il XII, l’età in cui vive Franco, in un contesto religioso percorso da fermenti di rinnovamento evangelico cui non sono estranee attese di tipo apocalittico, alla crisi del monachesimo tradizionale corrisponde una rinnovata fioritura spirituale, che si manifesta, da un lato, in forme più o meno organizzate che presto verranno inquadrate nei grandi Ordini Mendicanti (i Domenicani e i Francescani); dall’altro, in forme libere e individuali, come è il caso del nostro eremita.

        

    Questo eremitismo della seconda ondata differisce da quello dei primi secoli dell’era cristiana in più di un punto. Se quello antico si caratterizza per la ricerca del deserto (prevale la fuga dal mondo), quello medievale, che è profondamente segnato dalla prevalenza della Regola monastica di San Benedetto, tende ad armonizzarsi con il contesto sociale. La vicenda di Franco, a saperla leggere, è intrisa di questa socialità. Dagli Atti traspare abbastanza chiaramente come in Franco la fuga dal mondo convive, sia pure in maniera problematica, con l’apertura al mondo. Vediamo che Franco, da un lato non si sottrae al rapporto con quanti lo cercano, dall’altro cerca sì di isolarsi, ma è un isolamento che è dettato dall’esigenza di mantenere la pace interiore sulla punta dell’anima ed è finalizzato ad attingere da un rapporto più intenso con Dio la forza per abbracciare tutto e tutti. Del resto, un’altra differenza tra questo eremitismo e quello antico attiene ad un aspetto all’apparenza pratico, ma che ha conseguenze anche di ordine spirituale: mentre gli anacoreti dei primi secoli sono dediti alle attività manuali, con le quali si procacciano il necessario per vivere, quelli del tempo di Franco vengono assai spesso riforniti dai devoti. L’eremita, al contrario del cenobita, diventa in questa età una figura familiare, perché incontra la gente: la vita contemplativa non esclude le relazioni umane. Franco ci appare tutt’altro che un misantropo. Se fosse stato un misantropo, o un asociale, i monaci di Lucoli non lo avrebbero preferito come loro capo; e quando ha preso commiato dai suoi confratelli, come leggiamo negli Atti, li ha abbracciati con le lacrime agli occhi. 

     

    Girovagando tra queste montagne, magari alla ricerca di frutti di bosco, avrà sicuramente esercitato l’apostolato occasionale. Quante liti tra pastori avrà sedato; quante dispute tra piccoli proprietari, magari per problemi di confini, avrà composto; quanti consigli a vecchi e giovani avrà dispensato; quante ferite dell’anima avrà curato; e quanta paziente direzione spirituale avrà esercitato anche tra i suoi stessi confratelli del convento di Assergi, che lo avranno considerato un fratello maggiore, un compagno distaccato in una sorta di prima linea dello spirito. Avrà perfino, di tanto in tanto, accettato di mangiare un pezzo di pane e un po’ di pecorino con i pastori. Sarebbe tuttavia fuorviante giudicare la vicenda di Franco con le sole categorie umane. Gli stessi miracoli, che spesso ci parlano di un ritrovato equilibrio tra l’uomo e la natura, servono all’uomo di Dio a mostrare “i nuovi cieli e le nuove terre”, cioè l’anticipo di ciò che attende una umanità riconciliata, nella Grazia, con la natura, e a far vedere ciò che doveva essere il mondo prima che il peccato intervenisse a rompere l’equilibrio che Dio aveva stabilito. Al tempo stesso Franco mostra come la natura stessa sia un miracolo permanente per chi la voglia vedere con gli occhi della fede: il grano che cresce, l’acqua che scorre, gli alberi che danno frutti.

     

     Un’altra sollecitazione ci viene da questo Medioevo degli eremiti: il valore di quella condizione esistenziale così estranea alla mentalità odierna, vale a dire il silenzio: il valore del silenzio in un mondo che ha fatto della parola, anzi della chiacchiera, la sua nota dominante. Siamo così sommersi dalle parole che in ogni città importante, in ogni capoluogo di provincia, è stato eretto un monumento alla chiacchiera: il Palazzetto dei Congressi. Se ci prendessimo la briga di fare una ricerca su ciò che si dice in questi luoghi, anche in riferimento alle comunicazioni scientifiche propriamente dette, accerteremmo che le effettive “informazioni” rappresentano una percentuale bassissima: tutto il resto è chiacchiera, laica liturgia della parola, diplomazia comunicativa, pubbliche relazioni; quando non è autoincensamento dell’“io”, vaniloquio o sprezzante faziosità. Eppure, per poco che rientriamo in noi stessi, ci accorgiamo che prima di ogni parola sensata c’è il silenzio, e che dietro ogni idea degna di questo nome e alle spalle di ogni solido progetto, c’è un pensiero coltivato, accarezzato nel silenzio. Sappiamo per esperienza che in ogni rapporto interpersonale emotivamente intenso i momenti di silenzio superano di gran lunga quelli della parola.

     

    Il silenzio fa parte della struttura costitutiva dell’essere umano, come ci mostrano i grandi pensatori di ogni tempo. Franco, questo silenzio, lo ha coltivato fino a farsi abitare dall’Assoluto, e solo dopo ha parlato al lupo, che gli ha obbedito, e ha gridato all’albero che si stava schiantando sul boscaiolo e l’albero si è fermato a mezz’aria. Come accennavo all’inizio, Assergi e San Franco sono stati per molto tempo un binomio inscindibile. Nicola Tomei scrive che «rare sono le persone del paese, ch’entrino in Chiesa, e non calino a venerare il Santo». Nel secondo dopoguerra, quando gli emigranti partivano, chiedevano al parroco, come viatico, una messa «a cascia aperta», cioè celebrata nella cripta tenendo aperto il coperchio della cassapanca contenente le reliquie di San Franco. Alla fine della celebrazione, come ha ricordato appropriatamente in un’intervista l’amico Franco Dino Lalli, veniva fatta baciare la reliquia del braccio del santo, a protezione dalle insidie che coloro che partivano avrebbero potuto incontrare in terra straniera. 

     

    Tra tutti i miracoli che si ricordano negli Atti, uno, tra quelli registrati subito dopo la morte, a me pare il più toccante, e quello che meglio descrive il valore della santità. L’ho sentito per la prima volta dalle labbra di mia nonna quand’ero bambino. Si trova nella Lectio VII degli Atti. Si racconta che un uomo di Assergi di nome Tommaso di Giacobbe uscì di casa in pieno giorno per condurre le vacche e le pecore al pascolo nel bosco. Il figlioletto, di nascosto dalla madre, prese la stessa strada dove aveva visto incamminarsi il papà, ma ad un certo punto, perso l’orientamento, si inoltrò nel fitto della vegetazione del bosco. Vagò per tutto il giorno e alla sera, stanco e in lacrime, vinto dal sonno, si addormentò. A sera Tommaso, rincasando, chiese alla moglie dove stesse il bambino, e si sentì rispondere che essa era convinta che stesse col lui. Poiché non riuscivano a trovarlo, chiamarono i parenti e i vicini e, torce alla mano, andarono a cercarlo, ma inutilmente. I genitori cominciarono a temere che, avventurandosi nel bosco, il bimbo fosse stato divorato da bestie feroci. In preda alla disperazione, si recarono in chiesa a supplicare il santo davanti al suo sepolcro chiedendogli la protezione del figlioletto. Di buon mattino, ripresero le ricerche nel bosco e quale non fu la loro gioia quando videro il bimbo sano e salvo. Dopo averlo riabbracciato, gli chiesero come avesse trascorso la notte. Il bambino rispose che un monaco, a tarda ora, lo aveva svegliato, gli aveva dato pane e formaggio e gli era stato vicino per tutta la notte. Poi, sul far del giorno, lo aveva condotto nel posto dove lo avevano ritrovato dicendogli di non aver paura perché i genitori stavano venendo a prenderlo. Dopodiché il monaco era scomparso. Che dire? Qui ci troviamo di fronte all’irrompere del soprannaturale nella vita ordinaria. Storie simili si sono sentite raccontare anche ai nostri giorni da persone credibili in riferimento a un altro frate che sembrava venuto direttamente dal Medioevo: Padre Pio. Questo miracolo di San Franco ci mostra che il soprannaturale non è lontano da noi, anche se non lo vediamo, come non vediamo l’aria che respiriamo e il sangue che scorre nelle vene: il Cielo si chiama così non perché sta in alto, ma perché si cela ai nostri occhi, come ho sentito dire spesso da un altro frate di nome...Padre Quirino Salomone.

     

    Si dirà che siamo creduloni. Forse! Ma siamo in buona compagnia. Recentemente Vittorio Messori, un giornalista e storico dal passato tutt’altro che da credulone, ha pubblicato un piccolo libro dal titolo “Quando il Cielo ci fa segno”, nel quale riferisce di episodi (uno dei quali capitato a lui stesso) su cui ha condotto un’indagine rigorosa e per i quali mostra che non c’è altra spiegazione ragionevole rispetto all’esistenza di una “dimensione altra”che di tanto in tanto si manifesta.      E vorrei concludere, rimanendo su questo tema, con la testimonianza di Henry Bergson (1859-1941), originale figura di filosofo e scienziato francese vissuto tra l’Ottocento e il Novecento, studioso, tra l’altro, dei problemi della psicologia, anche lui tutt’altro che credulone. Della sua straordinaria esperienza ci riferisce il suo ultimo discepolo, Jean Guitton (1901-1999), morto quasi centenario poco più di vent’anni fa: un racconto che vale da solo più di un trattato.

        

    Siamo nel 1905, Bergson sta ultimando un importante saggio sull’evoluzione dell’universo, ma non riesce ad andare avanti. È colto da tensione, emicranie, stanchezza, senso di vuoto. Un giorno in cui il disagio si era fatto più acuto, dirigendo lo sguardo fuori della finestra del suo studio, gli pare di vedere una grande luce. A questo punto crede di stare impazzendo, di essere vittima, lui studioso dei fenomeni paranormali, di una sorta di allucinazione. È in preda a questi pensieri, quando nella stanza entra la sua figlioletta di nove anni, Jeanne, che gli grida: «Papà, papà! Ero in camera mia, ho visto una luce, qualcosa nella luce, papà, non ho mai visto niente di così bello!». Il padre tira un sospiro di sollievo e le dice: «Bambina mia, non farne parola con tua madre: non capirebbe. Ma sappi che io ti credo perché...perché ho appena visto la stessa cosa».    

             

    Presto torna il sereno nella sua anima, riprende il lavoro e ultima il saggio. Ma il ricordo di questa esperienza lo seguirà per tutta la vita, e quando, venticinque anni dopo, nelle ultime pagine del suo capolavoro, “Le due fonti delle religione e della morale”, uno dei più grandi saggi del Novecento, passerà in rassegna tutti i fenomeni parapsicologici, parlando di quelle manifestazioni che non trovano una spiegazione naturale plausibile, scrive queste memorabili parole:

       «Supponiamo che un chiarore di quel mondo sconosciuto giunga fino a noi, visibile agli occhi del corpo. Quale trasformazione (avverrebbe) in questa umanità abituata di solito, checché se ne dica, ad accettare come esistente solo ciò che vede e ciò che tocca! L’informazione che ci arriverebbe[...]riguarderebbe forse[...]l’ultimo gradino della spiritualità. Ma tanto basterebbe a convertire in realtà viva ed operante una credenza nell’aldilà che sembra essere presente nella maggior parte degli uomini, ma che molto spesso appare verbale, astratta, inefficace. […]. Basta guardare come ci buttiamo nel piacere: non ci terremmo tanto (al piacere) se non vedessimo in esso...un mezzo per esorcizzare la morte. In verità, se fossimo sicuri, assolutamente sicuri di sopravvivere (alla morte del corpo) non potremmo pensare ad altro. Il piacere sarebbe eclissato dalla gioia».

       

    Queste parole luminose di speranza sono anche il succo di questo mio modesto intervento, il filo rosso che lega tutte le mie riflessioni sulla figura di San Franco. Franco rinuncia ai piaceri e alle comodità che gli avrebbe garantito una tranquilla esistenza di agiato proprietario, per inseguire, dapprima  in un monastero benedettino, poi in un eremo tra queste nostre montagne, la gioia profonda, anticipatrice di quella eterna: nomade della speranza, come lo ha definito con felice espressione l’amico Giacomo Sansoni in un suo scritto e – aggiungo io – pellegrino dell’assoluto, oltre che, come ci suggeriscono questi nostri stupendi scenari, silenzioso cultore della nuda poesia del Creato. Senza questa “follia”, lucidamente perseguita e così scandalosamente lontana dalla nostra mentalità, non si capirebbe né la vicenda di questo eremita del Gran Sasso, né la santità cristiana che si esprime in ogni tempo e in ogni latitudine.

      

     
  • Opinioni

    La democrazia liberale e il fantasma di Rousseau

    Sono i propugnatori di forme sempre più accentuate di democrazia diretta. Il filosofo ginevrino proponeva infatti, tra l’altro, forme di democrazia diretta che scavalcassero la rappresentanza politica mediata dalle assemblee parlamentari. Forse pensava alla prassi politica vigente nelle antiche città-stato greche. Un esempio per tutte: l’Atene di Socrate e di Pericle.

    Ma – ci si chiede – è realistica oggi una siffatta prassi politica? Sarebbe mai possibile governare le nostre società complesse e composte da milioni di persone con forme di democrazia diretta, ancorché lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa abbia trasformato il mondo in un villaggio globale? E quand’anche fosse tecnicamente possibile, sarebbe politicamente auspicabile?

    Giova rammentare che la differenza tra «la libertà presso gli antichi», come si esprimeva Benjamin Constant (1767-1830) pensando all’Atene di Pericle, e «la libertà presso i moderni» è di tipo qualitativo, cioè sostanziale.

    La moderna democrazia liberale, che è da considerare una irrinunciabile conquista dello spirito umano e non una forma transuente legata ad un determinato periodo storico, prevede necessariamente la rappresentanza politica mediata da istituzioni, ancorché elettive sulla base di una libera competizione tra una pluralità di soggetti politici, giacché, con buona pace di Rousseau e dei suoi remoti discepoli, il governo delle complesse società moderne richiede un personale specializzato e competenze particolari. Rispetto e decisioni articolate su materie complesse, come ci si può illudere di pronunciarsi con un semplice ‘sì’ o con un semplice ‘no’? 

    È pur vero che la nostra Costituzione prevede una forma di democrazia diretta quale il referendum abrogativo, ma gli conferisce una funzione integrativa e marginale, limitando le materie che ne possono essere oggetto, e subordinando la validità del pronunciamento popolare ad un giudizio preventivo della Corte Costituzionale e a una soglia di partecipazione minima degli aventi diritto.

    Insomma: la moderna democrazia liberale, vale a dire la migliore forma di governo che si conosca, o è democrazia mediata, o, semplicemente, non è. Le derive plebiscitarie precedono o sanciscono le svolte illiberali.

    C’è poi da aggiungere che la democrazia liberale, per poter funzionare bene, ha bisogno che, accanto alle istituzioni giuridiche, agisca in via permanente una sorta di camera di decompressione delle passioni, a formare una cittadinanza cosciente e informata, affinché gli elettori non si lascino incantare dalle ricorrenti sirene del populismo e della demagogia. Siffatta camera di decompressione delle passioni non può essere, evidentemente, un organo costituzionale.

    Deve essere il risultato di una continua opera di educazione i cui soggetti non possono che essere la scuola, la famiglia, la chiesa, gli intellettuali, una stampa e una televisione responsabili, che formino e non deformino. Al maturo esercizio della democrazia non ci sono scorciatoie, non ci sono piattaforme virtuali che tengano. 

    La democrazia liberale implica partecipazione matura dei cittadini alla cosa pubblica, una partecipazione delle menti prima ancora che dei cuori che non si può esaurire nel pigiare un tastino. La sovranità, poi, come sancisce la nostra Costituzione, ancorché appartenga al popolo, la si esercita nelle forme stabilite dalla Costituzione stessa. Per il resto, mi sento di dire che Jean-Jacques Rousseau, che molti citano e pochi hanno veramente letto, è un cattivo maestro, padre intellettuale di tanti errori commessi nel Novecento. Molta della fortuna che ha trovato presso i posteri è da ascrivere al fatto che i suoi scritti, in un momento storico propizio, fecero vibrare corde assai sensibili, ma non profonde, dell’animo umano.

    Sul suo pensiero, Deo adiuvante, conto di scrivere in un prossimo futuro un articolato ed argomentato saggio, per quel poco che potrà contare.

     
  • Fatti e Storie

    L'Europa e le sue radici cristiane

    Il 9 maggio si fa memoria del giorno in cui il francese Robert Schuman (1886-1963), uno dei padri fondatori della Comunità Europea insieme all’italiano Alcide De Gasperi (1881-1954), al tedesco KonradAdenauer (1876-1967) e al belga Paul-Henry Spaak (1899-1972), presentò il piano di cooperazione economica ideato da Jean Monnet (1888-1979) ed esposto nella “Dichiarazione Schuman’’.          

    Ricordando quella epocale data, c’è da chiedersi: dove sta andando quell’Occidente di cui il nostro continente è il nucleo storico e il fulcro culturale? Possiamo credere che l’idea stessa di Europa potrà continuare ad esistere, in questa “modernità liquida”, caratterizzata dal rifiuto di ogni assoluto morale, avulsa dalle sue radici cristiane? Può affermarsi una patria comune, dall’Atlantico agli Urali, sulla base del solo interesse economico, ammesso che ci sia?

    Sono queste, a parere di chi scrive, le domande che chi non ha rinunciato a pensare dovrebbe porsi in occasione del rinnovo del Parlamento Europeo. Papa Francesco, recentemente, ha richiamato il concetto che alla base dell’idea di Europa non possa non esserci la figura e la responsabilità della persona umana «col suo fermento di fraternità evangelica».         

    Un primo elemento di riflessione attiene all’idea che dobbiamo avere dell’uomo e della sua dignità. Ci sono diritti umani che, come ha illustrato la migliore tradizione liberale, da John Locke (1632-1704) a Benjamin Constant (1767-1830), sono valori destinati per loro natura a precedere qualsiasi giurisdizione statale. Si tratta di diritti che attengono all’essenza stessa della persona umana, che non possono essere creati dal legislatore, ma che vengono prima di ogni decisione politica: la legge non può entrare in tutto.

    Per il cristiano, poi, e per il credente in generale, ci sono valori che rinviano direttamente al Creatore. Sotto questo aspetto, ci sono pericoli vecchi e nuovi, e nessun interesse elettorale né cedimento alla cultura dominante potrà mai offuscare l’impegno a favore di diritti da considerare inviolabili.  Sono ancora vivi, nella coscienza comune, gli orrori del nazismo e della sua dottrina razzista. Ma nella realtà odierna, solo per fare un esempio, quante possibilità di manipolazioni genetiche si intravedono, spesso giustificate con finalità all’apparenza buone?   

    Un secondo impegno dei cristiani che saranno impegnati nello scenario europeo non può non essere quello a favore della tutela della famiglia, cellula fondamentale di una società sempre più alla deriva, quella famiglia che in tutti questi anni, almeno ancora in Italia, ha supplito spesso alle deficienze di un’assistenza sociale che non sempre è attenta ai veri bisogni.         

    Costruire l’Europa o, più realisticamente, riprendere il cammino dell’unità politica del nostro continente, vuol dire non rinunciare alla propria identità culturale che è, a ben riflettere, condizione dell’accoglienza del diverso su basi di vera umanità. Senza una chiara coscienza di sé e delle proprie radici, ogni solidarietà è destinata a diventare lettera morta.        

    La sola economia, oltretutto declinata nella esclusiva dimensione finanziaria, non è sufficiente ad accompagnare un credibile processo politico unitario del nostro continente. Abbiamo dimenticato, o fatto finta di non capire, le grandi lezioni del Novecento, ultima quella dell’epocale fallimento di un sistema politico, il comunismo, che, manifestatosi sul terreno dell’economia, ha avuto in una visione distorta dell’uomo la sua autentica profonda motivazione. L’Europa, questo gigante malato, reclama un supplemento d’anima, non una stanca campagna elettorale.

  • Fatti e Storie

    Quella notte del 6 aprile

    L’AQUILA - Ho serbato, come tanti aquilani, un vivido ricordo dei giorni che precedettero la tragedia di quel 6 aprile di dieci anni fa. L’idea che la catastrofe fosse imminente mi accompagnava da qualche giorno. Verso la fine di marzo, una mattina, mentre mi recavo al lavoro, mi ero intrattenuto a parlare con un amico, professore di storia all’Università dell’Aquila. Si era aggiunto un conoscente che aveva rievocato come nel terremoto di Avezzano, circa un secolo prima, la terribile scossa finale che avrebbe raso al suolo la città marsicana, e causato migliaia di vittime, era stata preceduta da uno sciame sismico simile a quello che si stava verificando in quei giorni nel nostro territorio. Verità storica o suggestione della memoria? Sta di fatto che l’eco di quella conversazione me la sono portata dietro come un piccolo fardello, che sarebbe diventata una piccola ossessione dopo la scossa del pomeriggio del 30 marzo.          

    La sera del 5 aprile, l’avvisaglia delle 22,45 mi trova a guardare un film su Suor Giuseppina Bakita, la suora canossiana ex schiava canonizzata da Papa Wojtyla. Penso che sia il caso di uscire, ma la figura della santa un po’ mi rassicura. Eppure l’idea della catastrofe imminente mi perseguita. Dopo la scossa successiva, quella dopo la mezzanotte, penso che sì, si debba proprio uscire, e lo dico a mia moglie. Ma poi desisto, per non allarmare i miei. Indosso però una tuta e delle scarpe da ginnastica: così, per scaramanzia, e per trovarmi pronto alla fuga. Decido di dormire sul divano, sotto una pesante libreria che di lì a poco sarebbe venuta giù con tutti i libri e la cristalleria. Mi decido alla fine ad andare a letto solo mezz’ora prima della tragedia (chissà, un suggerimento di Suor Bakita...).

    Alle 3,32, da poco assopito, sono svegliato da quelle che sulle prime mi paiono cento mandrie di bisonti che per interminabili secondi passano al galoppo sotto la camera da letto, che mi aspetto debba schiantarsi da un momento all’altro insieme a tutto il palazzo. «Oddio!!! Il terremoto!!!», grida mia moglie. Appena prendo coscienza di quello che sta succedendo, mi pare di udire la voce di un gigantesco mostro che urla: «Mi avete provocato? Ecco la mia risposta!!!». Confesso che per un’eternità di attimi tutto il mio universo mentale ha tremato molto più della casa. In quegli istanti, non ho sentito Dio nel quale credo, ma solo il mostro che urlava, e io che desideravo… - terribile! - di non essere nato.

    Mi precipito nella stanza di mio figlio: entro, non lo vedo...ho un tonfo al cuore, poi guardo meglio: sta sotto una scrivania, faccio un respiro di sollievo. La figlia invece, nella sua stanza, subito la scorgo: è sotto una scrivania, anche lei. «I ragazzi hanno eseguito alla lettera – ho pensato – quello che hanno raccomandato a scuola».  Cerchiamo di guadagnare in fretta l’uscita, con le mani e con i piedi, attraversando, come in un fiume in piena, i vetri di quella che fino a pochi minuti prima era la grossa libreria che arrivava fino al soffitto. «L’ho scampata bella», mi viene da pensare.         

    Una volta sul pianerottolo, è tutto un urlo, un grido, un precipitarsi sulla rampa delle scale. Giusto il tempo di guardarsi nei volti terrorizzati e mia moglie, lucida nonostante tutto, mi mette tra le braccia il bambino di circa due anni di una vicina del piano di sopra. Vorrei fare le scale due a due, ma c’è il piccolo fardello che me lo impedisce. «Oddio – penso – e se lo faccio cadere?». Quando poi, dopo qualche minuto, una volta giù nella strada, lo restituisco alla madre, mi scopro, per qualche istante, di serrare ancora le braccia al petto…           

    Aspettiamo l’alba insieme a tanti vicini del quartiere, riscaldati da un fuocherello acceso sotto una baracca nell’orto di una signora, a sorbire un caffè che sa di tristezza e di speranza. Sotto quella fiamma che ci accomuna le piccole beghe condominiali sembrano lontane anni luce e i sorrisi dei visi appena appena rilassati si lasciano alle spalle il ricordo di piccoli screzi. Attorno a noi, mentre i primi elicotteri solcano il cielo, si comincia ad intravedere, tra i primi bagliori di sole, rossi come il fuoco che ci riscalda, tutta una geometria nuova, come in un quadro di pittura astratta: palazzi sfregiati da linee regolari come se una lama gigantesca vi fosse passata (mi torna alla mente il… mostro), altri che sembrano parallelepipedi inclinati pronti a cadere alla minima spinta. «Tutti i sudori di una vita...», sussurra una vicina di casa. «Ma no, vedrai – le dico – le case ce le rifaranno in pochi mesi»: cosa non s’inventa il cuore per sbarrare la strada alla ragione….          

    Passa una pattuglia della polizia. Dalla macchina ci chiedono come stiamo. Si farfuglia qualcosa, ci informano che al centro storico è un disastro: si prevedono molti morti. «Là il mostro è stato davvero impietoso», mi viene di pensare ancora. Ci fanno raccomandazioni. Quei ragazzi in divisa sembrano più assistenti sociali che forze dell’ordine. Insieme ad un altro vicino andiamo a fare una passeggiata attorno per capire le dimensioni del disastro e mentre torniamo, con le macerie negli occhi e nel cuore, con spontaneo e reciproco gesto, ci mettiamo sotto braccio, come due fratelli: «Ecco - ho pensato – forse Dio a volte lascia libero il mostro per ricordare agli uomini che devono tenersi per mano».

    Nei giorni che vennero subito dopo, lontano dalla mia città, credetti di comprendere due verità elementari, ma che non si imparano sui libri. «Alle cose bisogna passarci», diceva mia nonna. Insieme alla casa, è tutto un mondo che ti crolla. Capii che la casa non è solo mura di calce e mattoni, dove si abita: è un universo, una strada, un vicolo, sono i colori delle persiane, è la luce riflessa nelle pietre, è la vicina che ti dice «Buon giorno», è il raggio del sole che trapela attraverso le tapparelle.

    Per esprimere il nostro benessere, non troviamo espressione migliore che dire che ci sentiamo a casa nostra.            

    Nella quiete forzata di quel piccolo esilio, sentii risuonare, come per la prima volta, nomi come PaganicaOnnaVilla Sant’AngeloCastelnuovo di San Pio: tutta una geografia dell’anima che quella notte la gigantesca lama del mostro aveva squarciato. Il senso comune ci ripete che siamo figli dei tempi. Il buon senso ci ricorda che siamo, forse ancor più, figli dei luoghi.

     

  • Arte e Cultura

    Pirandello. Le maschere, la vita. La Quaresima

    Di maschere, per la verità, ne abbiamo a disposizione più di una, come i vestiti e le scarpe. Abbiamo la maschera per i colleghi di lavoro, quella per i conoscenti, quella per gli amici, e perfino quella per i familiari… Spesso sbagliamo maschera o dimentichiamo di indossarne una, e allora le persone che credevano di conoscerci ci dicono: “Ma che ti è successo? Non ti riconosco.”  E invece era uno dei rari momenti in cui eravamo noi stessi... Ognuno crede di recitare la sua parte nel ruolo che si è ricavato, salvo, ogni tanto, cambiare ruolo e cambiare parte.

     

    E' una legge, e una tentazione, questa del Carnevale permanente, alla quale pare che nessuno possa sfuggire nelle nostre società evolute. Non vi sfuggiva nemmeno Pirandello, che pure pretendeva di farci la morale. Infatti, c'è da chiedersi: qual era il vero volto di Pirandello? Quello dell'esploratore spregiudicato dell'anima umana, o quello dell'intellettuale conformista fedele al regime? Quello del compassato e serioso accademico vincitore del premio Nobel, o quello dell'attempato maestro che perde la testa per la prima attrice del suo teatro e le scrive centinaia di lettere appassionate?

               

    La vita sociale è il grande teatro dell'ipocrisia, che va in onda sul proscenio. Dietro le quinte, c'è il vero teatro: quello dell'invidia e dell'orgoglio. Ogni tanto si sente qualcuno che grida, perché non riesce più a reggere la parte. Per avere un'idea di quanto rarefatti siano i nostri rapporti sociali, basta riflettere su quella convezione sociale che è il saluto. Nel salutarci, quando ci conosciamo poco, assumiamo sempre un atteggiamento... commisurante. Ciascuno, rispetto all'altro, si chiede: «che ruolo svolge?»; «quanto mi può essere utile?»; «è più o meno importante di me?».

     

    E una volta stabilite le misure, ci regoliamo. Siamo disposti a salutare noi per primi solo le persone che reputiamo molto più importanti di noi. E se qualcuno con il quale avevamo stabilito un saluto reciproco, una mattina, magari perché distratto, ci toglie il saluto, apriti cielo! Subito pensiamo: «e chi si crede di essere?»; «non facciamo un lavoro simile…»; «non abbiamo la stessa cilindrata di macchina...», e ce ne facciamo una malattia.

     

    Nel grande teatro delle maschere, gli “altri” finiscono per essere per noi un piccolo inferno, come ci ricorda Jean Paul Sartre in una sua celebre commedia. Gli “altri” ci giudicano, e spesso ci feriscono con il solo sguardo. Abbiamo voglia a dire: «Io sono sempre me stesso». Senza volerlo ammettere, quasi sempre siamo quello che vogliamo che gli “altri” credano che siamo.

     

    Ci facciamo amici importanti affinché gli “altri” credano che anche noi siamo importanti. Mentiamo continuamente a noi stessi. Indossiamo gli occhiali da sole anche quando non c'è il sole: li usiamo come una maschera, per poter guardare gli “altri” senza essere visti. Gli attori li indossano nei funerali, forse per non guardare in faccia la morte, con la quale non si può recitare.

               

    Parliamo senza comunicare: sguazziamo sempre alla superficie del nostro “io”, dove ristagnano poltiglia e rottami dell'anima. D'altra parte, degli “altri” non possiamo fare a meno, perché, per quanto possiamo coltivare un sogno di autosufficienza, siamo per costituzione degli animali sociali. Lo sapevano bene gli eremiti del passato, che più si ritiravano in solitudine, più gli “altri” li cercavano.

               

    Capita però spesso che, quando accantoniamo la maschera, ci rendiamo conto che al fondo del nostro essere coltiviamo un desiderio metafisico, che non vogliamo confessare a noi stessi: dare un senso alla vita. Una volta che abbiamo mangiato e bevuto. I cattivi maestri della modernità, nel decretare la morte di Dio, ci hanno voluto far credere che ciascuno di noi può essere Dio per gli altri. Ma, per poco che rientriamo in noi stessi, ci accorgiamo di quanto grande sia questa menzogna.

               

    In questo modo, il desiderio metafisico, che non possiamo sopprimere, diventa un piccolo inferno, che però dobbiamo nascondere agli “altri”, i quali devono continuare a vederci come tanti “Dio”: ciascuno vuole essere “Dio” per l’“altro”. Da qui la fiera dello snobismo: vogliamo far credere, ciascuno all’“altro”, di essere autosufficienti, di non avere bisogno di nessuno. Ma è proprio in questa mancanza di comunione, in questa forzata solitudine, che consiste il nostro piccolo inferno.

     

    Ma quello che Pirandello e Sartre non sapevano, o forse non ricordavano, è che dopo il Carnevale viene laQuaresima. Ho sempre sospettato che i cristiani debbano conoscere la medicina per questo male metafisico. Dovrebbero averla appresa dal loro maestro, il quale si ritirò per quaranta giorni nel deserto (da qui la Quaresima) per meditare sul senso profondo della sua missione, e alla fine respinse tutte le maschere che un grande esperto di menzogne gli offriva: il potere sugli uomini e sulla natura. Solo una maschera accettò, non dal padre della menzogna, ma da suo Padre: quella del dolore e della compassione, come unica via di accesso alla vita vera.

               

    Ecco: i cristiani dovrebbero conoscere la medicina. Solo che il più delle volte non sanno comunicarla agli... “altri”, non sanno rinunciare, nemmeno loro, alla maschera. I veri cristiani però sanno che Dio non si dimostra, si mostra: è quello che sta appeso, nudo, per tutti, sulla croce.

  • La chiesa di Assergi
    Arte e Cultura

    Nella natura di un Abruzzo incontaminato

    Domenica 23 settembre ho avuto il piacere di accompagnare un gruppo di persone  proveniente dalla costa abruzzese ( in gran parte insegnanti, tra i quali il professor Fernando Tammaro, botanico a lungo attivo nell’Università dell’Aquila ) . La visita, organizzata dalla professoressa Agnese Petrelli, presidente della sezione abruzzese dell’Associazione Italiana Insegnanti di Geografia ( A.I.I.G. ), aveva per destinazione la ridente valle del Raiale.

    La prima tappa, a Paganica, è stata quella alla Chiesa di San Giustino, antichissima, in stile tipicamente romanico, dalla scarna e severa bellezza che invita al raccoglimento.

    Dopo una breve visita alla villa comunale e a Palazzo Dragonetti, si è fatto sosta alla Madonna d’Appari, vero gioiello incastonato nella roccia e lambito dalle acque di un gorgogliante ruscello. Nel cinquecentesco portale principale, la lunetta raffigura una Madonna col Bambino, mentre  nella lunetta del portale laterale, a due passi dal ruscello, compare una bella immagine di Sant’Anna con la Vergine Bambina. A poca distanza, sulla stessa parete, si scopre un antico disegno scolpito nella roccia dal profondo significato simbolico.

    La piccola fiabesca chiesa riserva al visitatore, appena dentro, un’autentica ed insospettata fantasmagoria di colori : dalle volte e dalle pareti emana un profluvio di luce, degno di una chiesa rinascimentale fiorentina.

    Una stupenda Crocifissione e scene della vita di Maria, attribuiti a Francesco da Montereale, affrescano la volta del Presbiterio, mentre sulla parete destra un pregevole affresco raffigurante una Comunione agli apostoli nell’ultima cena – opera del figlio del suddetto Francesco - fa da sfondo ad un’edicola semicircolare con imbotte a cassettoni e  archivolto riccamente inghirlandato. Altri affreschi, sulla parete di destra, raffigurano Sant’Antonio e San Bernardino da Siena, molto popolare nelle chiese dell’Aquilano.

    Unico dipinto ad olio, una grande e bella tela di fine cinquecento all’inizio della parete di sinistra, attribuita al pittore aquilano Pompeo Mausonio : Madonna del Rosario, inquadrata nei 15 pannelli dei Misteri, che molto ricorda la Madonna di Pompei.

    Di fronte a tanta bellezza si rimane letteralmente avvinti, e quasi non ci si staccherebbe da questo piccolo angolo dove pare che natura, fede e poesia si siano date appuntamento.

    Abbiamo risalito la valle e ci siamo portati ad Assergi, antico castello medievale che mostra in bella vista le mura di cinta sapientemente ristrutturate. Attraversando l’antica porta d’ingresso, siamo giunti alla piazza del borgo, bella sotto un cielo terso, con al centro una fontana dove un tempo le donne attingevano l’acqua con le conche di rame che poi portavano agilmente sulla testa. Sullo sfondo, la Chiesa Santa Maria Assunta, con la sua luminosa facciata in levigata cortina a pietra concia, il portale finemente romanico, il leggiadro gotico rosone e il superbo campanile a vela.

    Un grande storico dell’arte, che visitò la chiesa agli albori del secolo scorso, disse che essa parlava tante lingue per quanti erano gli stili architettonici che si erano succeduti nel corso della sua vita quasi millenaria. All’originario romanico, si sovrappose nel ‘700 il ridondante barocco, che ne seppellì in sconce colate di stucco la sobria eleganza degli interni luminosamente affrescati, e pretese di rimodellare colonne e rialzare pericolosamente la volta centrale. Solo la facciata non si ebbe la sfrontatezza di toccare, mentre si rimurò dall’interno il rosone e la gotica finestra sopra l’abside. Ci vollero due sostanziali e coraggiosi interventi, tra gli anni ‘60  e i primi ‘70 del secolo scorso, per rimuovere la settecentesca pesantezza estetica e statica, e riscoprire, insieme ad un delicato pur se a tratti frammentario manto decorativo, affreschi di pregio, databili tra il XIV° e XV° secolo, alcuni dei quali attribuiti a Francesco da Montereale e Saturnino Gatti, protagonisti di primo piano, insieme a Silvestro dell’Aquila e al grande Cola dell’Amatrice, del Rinascimento aquilano.

    Oggi la Chiesa Parrocchiale di Assergi si offre in tutta la mistica e sobria eleganza che acquisì nel Quattro-Cinquecento, con due asimmetriche cappelle riscoperte, e con alcuni caratteri riferibili al primo gotico ( presenti nell’involucro murario e nelle luci ) , che abbelliscono l’ambiente senza comprometterne l’originaria traccia romanica, che resiste nella forma larga e a tutto sesto delle arcate e nell’abside, semicircolare e di modesta grandezza.

    Opere artisticamente pregevole è l’altare lapideo dedicato a San Franco, protettore di Assergi, raffigurato in una elegante statua lignea quattrocentesca contornata da bozzetti che ricordano episodi salienti dell’esistenza terrena del santo eremita. Vicino all’altare maggiore, si può ammirare  uno stupendo tabernacolo in pietra policroma del 1502 che sposa felicemente il gotico e il rinascimentale, mentre dall’altro una piccola edicola lignea in stile barocco incornicia una graziosa immagine di Madonna con Bambino.

    Tutto questo ed altro hanno potuto ammirare gli attenti e qualificati visitatori. Non è stato possibile, per motivi tecnici, scendere nella cripta, autentico gioiello nel gioiello, antichissima, parlante il linguaggio misterioso del Medio Evo. In essa due opere d’arte, l’argentea urna contenente le ossa di San Franco ( opera di Giacomo di Paolo da Sulmona ) e la statua lignea raffigurante una misteriosa donna coronata su cui è fiorito, attraverso i secoli, un’affascinante racconto popolare  ( regina del Cielo o regina della Terra ? ), diretta erede, quanto a stile scultoreo, della cosiddetta scuola francese “Ile de France” potrebbero, da soli, giustificare un’ intera sala museale.

    La mattinata è terminata con un pranzo conviviale, seguito da una breve visita al Santuario di San Pietro della Genca, dedicato a San Giovanni Paolo II°.

    La singolare giornata è terminata con la promessa, strappata ai visitatori della Costa, di tornare in questa affascinante Valle del Raiale,  angolo d’Abruzzo all’ombra del vecchio Gran Sasso, tra valli amene, acque chiare e antiche suggestive chiese.

     

     

    Un figlio di Assergi, direttore didattico e poeta tra le due guerre, dedicò alla Chiesa di Santa Maria Assunta un commosso sonetto, scritto nel 1931 :

     

    DAVANTI ALLA CHIESA DI ASSERGI

    Commosso un canto a l’arte sua vetusta

    scioglier vuole un tuo figlio, bella chiesa

    sorgente dalla roccia: il tempo resa

    t’ha ognor più sacra e ognora più venusta.

    Nei secoli, di gloria fosti onusta

    e meta di fedeli: a tua difesa

    sorser le mura del Castel che offesa

    non permisero a tua grandezza augusta.

    Passar generazioni in pia preghiera

    fra le svelte tue tre, ampie navate

    che cantici ascoltaro e nenie tristi.

    Qual madre, il giorno e ne la bruna sera

    accogli ancor le genti affaticate:

    alle ingiurie dei secoli resisti !

    ( Silvio Lalli )

     

  • Processione alla madonna d'Appari
    Arte e Cultura

    Quella piccola chiesa della Madonna d'Appari, a Paganica

    PAGANICA (L'Aquila) - La piccola chiesa della Madonna d'Appari, a Paganica, abbarbicata com'è sulla roccia, e l'arco che la sovrasta, me li sono sempre raffigurati, con gli occhi della mente, come la porta d'ingresso di un piccolo mondo, un angolo di paradiso terrestre nel quale volentieri indugiava la mia fantasia di ragazzo. Sarà per questo che quando l'autobus che ci riportava al nostro villaggio, Assergi, attraversava il breve tunnel scavato nella roccia adiacente al santuario, ci facevamo il segno della croce...
     

    Paganica, poi, l'ho sempre pensata per quello che è: una piccola capitale. Ha sempre assolto, nell'immaginario degli abitanti di Assergi e di Camarda, villaggi situati più a nord, al ruolo di capoluogo della ridente valle del Raiale, contrada ai piedi del massiccio del Gran Sasso tra le più suggestive d'Abruzzo, luogo pieno di magia, come ebbe a definirlo il poeta assergese Silvio Lalli, che della sua valle era letteralmente innamorato.

    A lungo sede di “mandamento” (vecchia divisione amministrativa tra il Comune e il Circondario), Paganica ha conosciuto in epoca moderna momenti di vera passione civile. Accadde nel 1799, al tempo della rivolta antinapoleonica, e negli anni '40 dell'Ottocento, quando una parte della popolazione fu coinvolta nei moti risorgimentali. Episodi, questi, che interrompevano nelle nostre contrade un isolamento ancestrale, e sembravano ricollegare, per un momento, le piccole patrie ai destini di una patria più grande. A Paganica sono nati, in uno stesso palazzo del quartiere di Pietralata, a poche centinaia di metri dalla piccola chiesetta di cui parliamo, due protagonisti di primo piano della cultura del Novecento: lo storico Gioacchino Volpe e il giornalista, scrittore e critico teatrale Edoardo Scarfoglio.

    Tornando a parlare della Madonna d'Appari, piccolo restaurato gioiello incastonato in un angolo naturale di rara bellezza, c'è da dire che in essa il martedì successivo alla Pasqua si celebra la messa e la successiva processione, nell'ambito della festa della Madonna, che la voce popolare vuole essere apparsa in età medievale in quel luogo ad una pastorella, Maddalena Chiaravalle (da qui l'espressione “Madonna d'Appari“) I nostri genitori e nonni di Assergi e di Camarda usavano andare a piedi in pellegrinaggio alla chiesetta per assistere alla messa e partecipare alla processione. Partivano al mattino, di buonora, portando, avvolti in una “sparra”, un pezzo di pizza pasquale avanzata dai giorni precedenti e del salame fatto in casa. 

    Ad Assergi c'era poi, fino al primo decennio del secolo scorso, un'originale e toccante tradizione, detta delle "verginelle”. Un'anziana signora, detta la “crollara” (cioè la fabbricante di corolle di paglia, oggetti utilizzati dalle donne di casa per poggiare sulla testa la conca piena dell'acqua attinta alla fontana pubblica) radunava un gruppo di bambine - le “verginelle” - e le incaricava di andare a pregare alla chiesa della Madonna d'Appari per una persona malata, nella convinzione, radicata nella fede cristiana, che le richieste dei piccoli trovassero più facile udienza presso il trono di Dio. Al ritorno dalla pia ambasciata, la persona che aveva commissionato il piccolo pellegrinaggio invitava a casa sua le adolescenti, e offriva loro una sostanziosa merenda.

    Echi lontani di un mondo che la mia generazione ha appena sfiorato, voci di un secolo che ci appare innocente, dove le feste liturgiche scandivano la vita delle persone e le devozioni sacralizzavano la dura fatica dei campi. Ho spesso pensato che da queste e simili tradizioni le generazioni che ci hanno preceduto traevano i tesori del passato e i presentimenti dell'avvenire. Nato e crescuito all'ombra del ruscello che lambisce e quasi accarezza la suggestiva chiesetta, ogni volta che mi si offre l'occasione di passeggiare nei suoi pressi, ho la sensazione di accompagnarmi ad una voce amica, quella allegra e rassicurante dell'acqua del Raiale. L'ultima volta ho creduto di afferrare, per poterle fissare nella carta, parole e suoni che scorrevano tra le pietre, insieme all'acqua, per andare... chissà dove.

     

    Cara chiesetta
    un tempo solitaria,
    luogo di bellezza rara,
    gemma opalescente
    di luce tenue,
    incastonata tra
    la bianca roccia 
    e l'acqua chiara
    e fresca del Raiale,
    piccolo angolo 
    d'incanto,
    verde come 
    il manto
    che scorre
    insieme al fiume,
    dove le acque 
    mormorano e
    natura e poesia
    si rincorrono ;
    amica da sempre 
    dei miei pensieri,
    a te sempre corre 
    il mio cuore di
    ragazzo coi
    suoi desideri,
    a te ricorre 
    la mia mente
    di adulto coi
    suoi sospiri,
    alla tua vista
    riposa la mia 
    anima di uomo,
    che aspira 
    alla speranza, 
    e all'eterna gioia
    mira...