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Articles by: Diana Del monte

  • Style: Articles

    Senza Tempo. Timelessness

    Dare tangibilità all'intangibile, fino ad oggi questo è stato il lavoro di Massimo e Lella Vignelli. Timelessness: Timeless Design, la mostra ospitata dall'Istituto Italiano di Cultura di New York fino al 13 luglio, è un cammeo di questo processo di concretizzazione offerto dal designer e architetto di origini milanesi alla città che dal 1965 lo ospita, offrendogli un panorama di opportunità senza limiti. “Sono venuto a New York pensando che il soffitto fosse più alto, ed ho scoperto che a New York il bello è che il soffitto non esiste”.

    In questo “cielo newyorkese” Vignelli e sua moglie hanno costruito negli anni un'invidiabile e salda carriera; un'esperienza lunga una vita, come la definisce lo stesso Vignelli, celebrata dalla mostra apertasi oggi presso l'Istituto.

    Semantics, Syntactics, Pragmatics, Discipline, Appropriateness, Ambiguity, Design is One, Visual Power, Intellectual Elegance, Responsability, Equity e Timelessness appunto. Uno dei concetti principe elencati nella prima parte del The Vignelli Canon, Part One, The Intangibile – libro offerto per intero da Vignelli alla rete ed ai suoi navigatori nel gennaio 2009 – , si apre nella Galleria al primo piano della sede di Park Avenue ad una nuova e inconsueta Pat Two. The Tangible, In questa sede, il “Senza Tempo” si propone come sempre nella sua veste contemporaneamente concreta e concettuale, ma, per l'occasione, aggiunge valore al suo messaggio, aprendosi a molteplici livelli di lettura.

    Al centro della Galleria, una selezione di piccoli oggetti di design è ospitata in una teca a forma
    di croce greca. E' attraverso questo simbolo archetipico che l'architetto Vignelli mette in atto una celebrazione del design senza tempo, iscrivendo i suoi oggetti di design, tra quelli del genere più tangibile, all'interno di una piccola cattedrale in plexiglas.

    “We like the use of primary shapes and primary colors because their formal values are timeless”.

    La croce greca è uno dei simboli più antichi e universali per l'umanità; ritrovato praticamente ovunque negli scavi archeologici, con pochissimi limiti geografici e temporali, è uno degli elementi più rappresentativi per la tradizione cristiana. Simbolo presente nello stemma della città di Milano, dove Vignelli è nato, la croce greca è scolpita anche sulla facciata di Sant'Ambrogio. La pianta a croce greca, d'altra parte, è la Cattedrale di San Marco a Venezia, dove Vignelli ha studiato architettura, è il progetto originario del Bramante e di Michelangelo per San Pietro in Vaticano, è la pianta tipica dell'arte bizantina e dell'Italia dell'alto medioevo, di artisti quali Leon Battista Alberti e architetti quali il Brunelleschi.

    La croce greca è anche il luogo-simbolo progettato da Vignelli per raccontare un aspetto importante del suo lavoro: un design durevole, che va oltre il fascino del momento.

    Sul lato opposto all'entrata, uno schermo propone a ciclo continuo le immagini di alcuni dei suoi progetti più famosi: il logo dell'American Airlines, 1967, il packaging e il progetto tipografico di Bloomingdale's, 1972, la New York City Subway Map, 1974, 1979 e 2008, il packaging di Saks Fifth Avenue, 1978. Solo per citare i più noti.

    In cima al tangibile racchiuso nella teca a croce greca troviamo, dunque, l'intangibile, il virtuale. Lì, dove generalmente gli architetti disegnano l'abside, Vignelli mette i suoi font, i suoi progetti di packaging. D'altra parte, all'interno della società contemporanea cosa possiamo trovare di più significativo, ovvero volutamente caricato di senso e significato/i, e allo stesso tempo virtuale di un logo? Proprio in questa intangibilità, spesso estremamente volatile, Vignelli ha voluto costruire parte della sua durevolezza, del suo Timeless. Così, attraverso lo studio degli stili e dei font tipografici come elemento essenziale, ma soprattutto come segno distintivo del suo lungo operare, Vignelli ha regalato ancora una volta una forma fluida ma durevole all'intangibilità.

    Attraverso questo continuo dialogo tra il personale e l'universale, la piccola Galleria quadrata dell'Istituto diviene una piccola istallazione da leggere nel suo complesso, con una dinamicità intrinseca organizzata da Vignelli attraverso significative forze contrapposte. “We are for a Design that is committed to a society that demands long lasting values. A society that earns the benefit of commodities and deserves respect and integrity”.

    Una celebrazione che, tuttavia, non parla mai al singolare, perché non può e soprattutto non vuole, come lo stesso The Vignelli Canon è li a ricordare: “This book is affectionately dedicated to Lella, my wife and professional patner. Together we shared our intellectual experiences and growing process from the very beginning of our professional lives. Her creative intuition and sharp criticism have enriched my life and have been the structural strenght of our collaboration, without which my work would have been worth much less.”

  • Arte e Cultura

    Young Italian Film Director Prize 2011

    Attraverso un premio dedicato ai giovani talenti del cinema italiano, Young Italian Film Director Prize 2011, l'Istituto Italiano di Cultura di New York vuole ribadire il suo interesse nei confronti di una settima arte nazionale ancora fresca e promettente. I film infatti premiati sono stati oggetto di molte attenzioni, sin dal loro esordio, da parte della critica ed hanno  già ottenuto diversi riconoscimenti sia nazionali che internazionali.

     
    E,  Classe '76 per Silvia Luzi, '78 per Luca Bellino e '80 per Fabio Mollo,  sono i  vincitori della prima edizione, tutti e tre hanno  un passato recente interessante che lascia intravedere una promessa di successo per il futuro prossimo.

    Presenti durante la proiezione in programma lo scorso 23 maggio nella prestigiosa sede di Park Avenue, i tre vincitori si sono messi a confronto con pubblico e stampa nella tavola rotonda che ha seguito la visione delle due opere vincitrici: “La Minaccia” di Luca Bellino e Silvia Luzi e “Giganti” di Fabio Mollo.

     

    In “Giganti”, Fabio Mollo mette in atto il consiglio principe per i giovani artisti, occuparsi diciò che si conosce bene, ma veramente molto bene. In questo caso, sin dalla nascita. Quindici minuti di un dilemma di formazione che raccontano la storia del quindicenne Pietro, impegnato a diventare uomo nella complessa realtà calabrese. Ambientato nel paese d'origine di Mollo, questo villaggio vicino Reggio Calabria è stato per anni “il luogo da cui fuggire – ha raccontato il regista – così, quando mi sono dovuto cimentare con il mio corto di fine corso per il Centro Sperimentale di Cinematografia, ho deciso di affrontare questo mio personale scoglio e tornare lì”. La volontà di affrontare i propri fantasmi ha, dunque, sposato la voglia di fare del “vero cinema italiano – ha ribadito Mollo appena presa la parola – perché io credo veramente nel nostro cinema”.
     
    Alcune figure, ancora solo abbozzate nel cortometraggio – come l'androgina adolescente che Pietro difende dal bullismo del “capo branco” e dall'omertà dei suoi coetanei – hanno sollevato molto interesse nel pubblico presente, dando al regista spunti per riflettere su possibili ulteriori sviluppi della trama e dei personaggi. Infatti, nonostante l'argomento non sia stato affrontato durante la serata, in altre occasioni è già stata ventilata la possibilità di trasformare “Giganti” in un lungometraggio.
     
    Già menzione speciale per la regia ai Nastri d'Argento nel 2008, “Giganti” nel 2009 vince il Cinemaster, progetto annuale per giovani registi italiani organizzato da Studio Universal. All'epoca solo ventinovenne, il giovane regista calabrese viene velocemente proiettato nella realtà degli Studios di Los Angeles; gli viene, infatti, offerta la possibilità di vivere e studiare il dietro le quinte delle grandi produzioni holliwoodiane per due settimane.
     
    Lontano dalle luci dello show business, ma comunque al centro di molte attenzioni da parte di istituzioni, festival e stampa, è il documentario sul Venezuela di Chávez intitolato “La Minaccia”. Girato da Luca Bellino, regista documentarista e professore all'Università Roma Tre, e da Silvia Luzi, giornalista free lance che collabora con la Rai, il film racconta i sei mesi di campagna elettorale per la presidenza «illimitata» chiesta da Hugo Chávez. Nello sfondo, la vita e le immagini di un paese diviso tra l'eccitazione di una rivoluzione e la paura di una deriva totalitaria.
     
    Alla sua realizzazione, storia e promozione è stato dedicato un intero sito. Trasmesso in oltre venticinque festival, in tv il documentario è rimasto bloccato per quasi due anni. Uscito in DVD nel 2009, “La Minaccia” era diventato un piccolo caso italiano. la Rai, infatti, lo aveva acquistato immediatamente per inserirlo in uno speciale su Rai Uno. In realtà, la tv nazionale ha semplicemente lasciato scadere i diritti senza mai mandarlo in onda. Acquistato, infine, da Sky, in Italia è stato trasmesso da Current nel settembre del 2009.
     
    Ed è stata proprio con una serie di domande ai due documentaristi che Andrea Visconti, giornalista de La Repubblica e L'Espresso e moderatore della serata, ha inaugurato la tavola rotonda. Coinvolto soprattutto dalle molteplici possibili interpretazioni del titolo di questo lungo docu-film, plularità che emerge molto più chiaramente dopo la visione del documentario, Vincenti ha interrogato Bellino e Luzi.
     
    “Ma voi due, personalmente, a quale Minaccia vi riferivate quando avete deciso per questo titolo?”
    “È questo il senso del titolo – ha risposto Bellino – si apre a diverse letture, le minacce sono tante, ad ognuno la sua interpretazione”.
     
    Numerose le domande da parte del pubblico, che si è intrattenuto fino a tardi per poter interrogare i protagonisti della tavola rotonda, molto coinvolto dagli aspetti più tecnici del modus operandi e dei vantaggi del lavorare e collaborare con le piccole produzioni, rispetto alle ben più note “majors”.
     
    Invitati a rispondere alle domande del moderatore e del pubblico anche Antonio Campos, scrittore e sceneggiatore; Isa Cucinotta, Managing Director of Education e Program Associate per il New York Film Festival and New Directors/New Films Festival; Julia Pacetti, Presidente e Fondatore della JMP Verdant e David Klein, Senior Director della New York Film Academy, che ha inoltre offerto ai tre vincitori un corso di otto settimane nella propria istituzione.
     
    Un'occasione interessante quella proposta dall'Istituto di Cultura di New York dedicata a due “rami minori”, ma non per questo meno produttivi, dell'arte cinematografica italiana. Soprattutto un appuntamento per scoprire tanto il Venezuela di Chávéz quanto la Calabria del giovane Pietro attraverso gli occhi di tre promesse del cinema italiano.
     

  • Arte e Cultura

    Tre giovani registi per un premio all"IIC


    Classe '76 per Silvia Luzi, '78 per Luca Bellino e '80 per Fabio Mollo. I tre vincitori del Young Italian Film Director Prize 2011, promosso dall'Istituto Italiano di Cultura di New York, sono realmente tre giovani registi con un passato recente interessante che lascia intravedere una promessa di successo per il futuro prossimo. Presenti durante la proiezione in programma stasera nella prestigiosa sede di Park Avenue, i tre vincitori si metteranno a confronto con pubblico e stampa nella tavola rotonda che seguirà la visione delle due opere vincitrici: “La Minaccia” di Luca Bellino e Silvia Luzi e “I Giganti” di Fabio Mollo.
     
    Attraverso il premio dedicato ai giovani talenti del cinema italiano, l'Istituto Italiano di Cultura di New York vuole ribadire il suo interesse nei confronti di una settima arte nazionale ancora fresca e promettente. Entrambi i film, infatti, sono stati oggetto di molte attenzioni sin dal loro esordio da parte della critica ed hanno ottenuto diversi riconoscimenti sia nazionali che internazionali.
     
    Ne “I Giganti”, Fabio Mollo mette in atto il consiglio principe per i giovani artisti, occuparsi di ciò che si conosce bene, ma veramente molto bene. In questo caso, sin dalla nascita. Ventiquattro minuti di un dilemma di formazione che racconta la storia del quindicenne Pietro, impegnato a diventare uomo nella complessa realtà calabrese. Già menzione speciale per la regia ai Nastri d'Argento nel 2008, “I Giganti” nel 2009 vince il Cinemaster, progetto annuale per giovani registi italiani organizzato da Studio Universal. All'epoca solo ventinovenne, il giovane regista calabrese viene velocemente proiettato nella realtà degli Studios di Los Angeles; gli viene, infatti, offerta la possibilità di vivere e studiare il dietro le quinte delle grandi produzioni holliwoodiane per due settimane.
     
    Lontano dalle luci dello show business, ma comunque al centro di molte attenzioni da parte di istituzioni, festival e stampa, è il documentario sul Venezuela di Chávez intitolato “La Minaccia”. Girato da Luca Bellino, regista documentarista e professore all'Università Roma Tre, e da Silvia Luzi, giornalista free lance che collabora con la Rai, il film racconta i sei mesi di campagna elettorale per la presidenza «illimitata» chiesta da Hugo Chávez. Nello sfondo, la vita e le immagini di un paese diviso tra l'eccitazione di una rivoluzione e la paura di una deriva totalitaria.

     
    Alla sua realizzazione, storia e promozione è stato dedicato un intero sito. Trasmesso in oltre venticinque festival, in tv il documentario è rimasto bloccato per quasi due anni. Uscito in DVD nel 2009, “La Minaccia” era diventato un piccolo caso italiano. la Rai, infatti, lo aveva acquistato immediatamente per inserirlo in uno speciale su Rai Uno. In realtà, la tv nazionale ha semplicemente lasciato scadere i diritti senza mai mandarlo in onda. Acquistato, infine, da Sky, in Italia è stato trasmesso da Current nel settembre del 2009.
     
    Un'occasione interessante quella proposta dall'Istituto di Cultura di New York dedicata a due “rami minori”, ma non per questo meno produttivi, dell'arte cinematografica italiana. L'appuntamento per scoprire tanto il Venezuela di Chávez quanto la Calabria del giovane Pietro attraverso gli occhi di tre promesse del cinema italiano è fissato per il 23 maggio alle 5:15pm.
     
     
     Trailer. La Minaccia (The threat) di

    Silvia Luzi e Luca Bellino



  • Life & People

    Reimagining White Ethnicity: a Conversation with Joseph Sciorra

    Calandra Institute’s Annual Conference promises to be a memorable one in 2012. From April 26 to April 28, the Institute will host a series of panels approaching the topic of white ethinicity in America today.

    Reimagining White Ethnicity: Expressivity, Identity, Race” seeks to reclaim white ethnicity as a complex and historically situated site that invites reflections on those heterogeneous and hybridic identities that often challenge hegemonic narratives and histories. 

    It locates European-American ethnicities in relation to recent scholarship on whiteness, transnationalism, and diaspora. the conference positions collectives such as Greek America, Irish America, Italian America, Polish America, and others as historically distinct yet interrelated cultural fields, whose complexities have not been sufficiently recognized by scholarship. 

    Conference participants investigate historical trends and recent developments in the cultural expression of these ethnicities, including revitalization of heritage, institution-building, transnational exchanges, hybridities, and progressive cultural politics that emerge in the wake of globalization and multiculturalism.

    i-Italy has interviewed Dr Joseph Sciorra, Associate Director for Academic and Cultural Programs at Calandra Institute, to learn more about the conference and the important topics it draws the academic attention upon.


     Where did the idea for the conference come from?

    Until now, Calandra Institute has been organizing its annual conference on the topic of Italianness. In the past it was about Italian immigrants and their descendants returning to Italy, about the notion of land, landscape and geography, and last year the conference was about film, food and fashion from everywhere: Italy, United States and Canada.

    This year is different, because we have expanded beyond the Italian realm. I was inspired by reading a book by Yiorgos Anagnostou called Contours of White Ethnicity: Popular Ethnography and the Making of Usable Pasts in Greek America. He is a Professor at Ohio State University and he will be one of the two keynote speakers.

    I am involved in Italian-American studies, and it was interesting to see similar topics and similar things discussed from a Greek-American perspective. 

    It seemed that there were enough differences but enough similarities to broad in scope beyond Italians. In addition, the idea that some academic circles have that European immigrants melted in some general whiteness is a little simplistic. That emerges in part with older studies on immigration from 1970, but as well as in recent studies on whiteness. The idea is to have a large conversation about the differences and similarities among white communities.

    Identity, multiculturalism, ethnicity, race. These words are part of the program of the conference. Could you help us understand their real meaning in this context?

     
    It's a key term for a self and group representation. In the context of that, the conference explores issues of Identity. There's no single definition, the conference will leave it to the participants to discuss, argue, debate about what that means. I think that identity is going to have a different sense for every scholar, anthropologist, sociologist.

    Any of those words is problematic, but I think the word Ethnicity is the most complicated. For many contemporary scholars, ethnicity doesn't mean Italian-American or Polish-American, it means more “people of color.” It has come to me from some scholars, not from all, and this conference is an opportunity to also raise a sort of contemporary subject for academia. This conference will provide a forum for the these kinds of conversations.

    What can you say about the relationship between the topic of the conference, white ethnicity, and the city where this conference will be held, New York City?

    I wouldn't say ethnicity, but ethnicities, because ethnicities are plural and this is exactly what the conference is about. There is no single white ethnicity, there is no single form of white ethnic expression. There are multiple ones. The appearances or existences or performances of white ethnicity in New York City takes many forms.

    The right topic, in the right place, in the right moment...

    It is not necessarily a hot topic, I don't think it is more important today than it was yesterday or it will be in the future. As the program shows, it is a topic that has gotten some shift in Academia in the present. 

    The idea, for example, that because the contemporary Italian-Americans are the third, fourth, fifth or sixth generations they don't have the sense of Italianess is a false one.

    Sense of ethnic identity is not necessarily based on proximity to an immigrant population. You can express yourself as an Italian-American and not speak Italian and not eat spaghetti and not dance tarantella. That's one of the elements of the conference.

    In your opinion, what is the main feature of this conference?

    I'm very excited that the conference is engaging with scholars who deal with other communities than the Italian-American. This conference in part of an ongoing contemporary scholarly conversation that we are part of.  And we will be able to engage in multiple panels with colleagues studying different communities. 

    Conference Program:

    (click here to see Conference Live-Stream)


    Thursday, April 26, 2012 

     

    6-8 pm  

    Welcome and Reception  

    Fred Gardaphé  

    Queens College, CUNY  

    Joseph Sciorra  

    John D. Calandra Italian American Institute  

    Christos P. Ioannides  

    Center for Byzantine and Modern Greek Studies  

    Katharine Cobb 

    Queens College, CUNY 

    Lucia Pasqualini  

    Consulate General of Italy in New York  

    Friday, April 27, 2012

    9:30-10:45 am

    Conference Room

    Representing Italian Americans

    Chair: Dennis Barone, Saint Joseph College

    Images of Italian Americans in African-American Literature during 

    Jim Crow

    Samuele F. S. Pardini, Elon University 

    Colum McCann's Let the Great World Spin and the Erasure of Italian-

    American Experience

    Nancy Caronia, University of Rhode Island 

    Homespun History, Youngstown Style: Ethnic Representation in Do-It-Yourself Narratives

    Anthony D. Mitzel, Università di Bologna 

    La Galleria

    Missed Opportunities: The 1970s Resurgence of White Ethnic Identity and the Left

    Chair: Gaia Giuliani, Università di Bologna

    The Threat of a Good Example: Twentieth-Century Solidarity Identities in Working-Class White Communities

    James Tracy, San Francisco Community Land Trust 

    White Lightning: Organizing the White Working Class in the Bronx, 1971-1975 

    Gil Fagiani, Italian American Writers Association

    Beyond Whiteness 

    Lynn Lewis, Picture the Homeless

    11 am-12:15 pm

    Conference Room

    Keynote: Ethnic Acts: On "European Ethnicity" Cultural Politics

    Yiorgos Anagnostou, Ohio State University

    1:30-2:45 pm

    Conference Room

    Negotiating Scandinavian Identities

    Chair: Samuele F.S. Pardini, Elon University

    Lox and Lax: How Marcus Samuelsson Merges Ethnicities 

    for Consumption 

    Jonathan Bean, The New School

    Latex, Hijabs, and the Refiguration of the Swedish Folk Costume

    Anna Blomster, University of California, Los Angeles

    Heritage Envy: Selecting the "Danish Days" Maid in Solvang, California

    Hanne Pico Larsen, Columbia University

    La Galleria

    Family, Food, and Cultural Capital

    Chair: Robert Oppedisano, Editor

    Traditional Greek-American Child-Rearing

    Marilyn Ann Verna, St. Francis College 

    Italian Foodways as a Marker of Ethnicity: Italians Are What They Eat

    Patrizia La Trecchia, University of South Florida 

    Italian-American Cultural Capital

    Paola Melone, John D. Calandra Italian American Institute

    3-4:15 pm

    Conference Room

    The Greeks of New York City: Contemporary Trends and Historical Contexts

    Chair: Christos P. Ioannides, Center for Byzantine and Modern Greek Studies, Queens College, CUNY

    Greek Americans of Queens: Ethnic Identity in the Second Generation of Post-1965 Immigrants

    Nicholas Alexiou, Queens College, CUNY

    Greek Immigrants and Greek Americans in New York City Observed through the National Census

    Anna Karpathakis, Kingsborough Community College, CUNY

    Films about Greek Americans in New York: A Case Study of the Greek-American Image in American Cinema

    Dan Georgakas, Center for Byzantine and Modern Greek Studies, Queens College, CUNY

    La Galleria

    Clef Notes on Music

    Chair: Gil Fagiani, Italian American Writers Association

    The Wanderers: Italian-American Doo Wop, Sense of Place, and Racial Crossovers in Postwar New York City

    Simone Cinotto, Università degli Studi di Scienze Gastronomiche

    Living the Dance in Tarpon Springs

    Panayotis League, Hellenic College 

    Polishness in Terms of Authenticity, Social Conservatism, and Whiteness in Buffalo, New York

    Marta Marciniak, University at Buffalo, SUNY

    4:30-5:45 pm

    Conference Room

    White Privilege

    Chair: David Michalski, University of California, Davis

    Beyond Racism, Beyond Whiteness: A Critical Investigation of White Privileged Discourse

    Kathryn Peterson, New York University

    The Dialectic of White Privilege: Resisting Habits of Privilege with Merleau-Ponty

    Kristin Anne Rodier, University of Alberta

    Antiracism as Rhetoric: Arizona's House Bill 2281 and Saving Ethnic Studies through a "Dis-Knowing" Critical Pedagogy

    Julia Istomina, Ohio State University

    Saturday, April 28, 2012

    9:30-10:45 am

    Conference Room

    Historicizing Italian Americans and Race

    Chair: Cristina Lombardi-Diop, Loyola University Chicago

    "Fatti di sangue": Italian Americans, Race, and Justice in the Late 

    Nineteenth Century 

    Bénédicte Deschamps, Université Paris Diderot  

    A Race Destined to Expire: Prominenti, Native Americans, and the Boundaries of Civilization and Race

    Peter G. Vellon, Queens College, CUNY

    The Social Construction and Contestation of Whiteness in York 

    County, Pennsylvania

    Justin D. Garcia, Millersville University

    La Galleria

    The Body and Sexuality

    Chair: Donna M. Chirico, York College, CUNY

    The Sports Race: Alexi, Cioffari, and Body Versus Brain

    Dennis Barone, Saint Joseph College

    "I Must Maintain This Rigid Posture or All is Lost": The Trials and Tribulations of R. Crumb's Whiteman

    Joseph Cosco, Old Dominion University

    Public Sexuality and Whiteness in Gentrifying Neighborhoods: A Comparative Case Study in Williamsburg and Park Slope, Brooklyn

    Laura Braslow, Graduate Center, CUNY and Lidia K. C. Manzo, John D. Calandra Italian American Institute

    11 am-12:15 pm

    Conference Room

    Keynote: White Ethnicity and the Discourse of Authenticity 

    in Modern Paganisms

    Sabina Magliocco, California State University, Northridge

    1:30-2:45 pm

    Conference Room

    Questioning Race and Whiteness

    Chair: Peter G. Vellon, Queens College, CUNY

    How Ethnicity Trumps Race in the Struggle for Self-Identity

    Donna M. Chirico, York College, CUNY

    Italian Americans and Whiteness through the Lens of Americanization: Toward a Critique of Racial Reason

    James S. Pasto, Boston University

    From Oppressed to Oppressor without Even Trying

    James S. Pula, Purdue University North Central

    La Galleria

    Imagining Greek Americans

    Chair: Dan Georgakas, Center for Byzantine and Modern Greek Studies, Queens College, CUNY

    Changing Images of Greek Immigrants within American Mainstream Society: A Historical Overview Based on Documentary Sources and Case Studies

    Constantine G. Hatzidimitriou, New York City Department 

    of Education 

    The Book Culture of Greek Americans

    Maria Kaliambou, Yale University

    Schadenfreude, Anxiety, and Representation in the Era of the Greek Debt Crisis in a Greek Diasporic Community

    Leo Vournelis, Southern Illinois University 

    3-4:15 pm

    Conference Room

    Continuities and Discontinuities in Italy's Racial Identity

    Chair: Patrizia La Trecchia, University of South Florida

    An Anthropological Perspective on Italian Ethnicity from the Colonial Age to Post-Colonialism

    Moira Luraschi, Università degli Studi dell'Insubria, Varese 

    The Construction of Italianness: Masculinity and Race in Liberal and Early Fascist Italy

    Gaia Giuliani, Università di Bologna

    Spotless Italy: Hygiene, Advertisement, and the Ubiquity of Whiteness

    Cristina Lombardi-Diop, Loyola University Chicago

    La Galleria

    Comparative Approaches

    Chair: Bénédicte Deschamps, Université Paris Diderot  

    White on Arrival?: A Comparison of the Racial Status of Italian 

    Immigrants on the East and West Coasts

    Stefano Luconi, Università degli Studi di Padova

    "What if I'm Too Spicy-Italian for Them?": Italian Canadians and 

    Whiteness Studies

    Krysta Pandolfi, York University

    Foreign Shades of White: The Transnational Experience of Greek and 

    Italian Communities in Australia and the United States

    Andonis Piperoglou, La Trobe University

    4:30-5:45 pm

    Conference Room

    Heritage Festivals and Roots Journeys

    Chair: Sabina Magliocco, California State University, Northridge

    Czech Heritage Festivals in the Midwest: Symbolizing Ethnicity in Rural Spaces

    Karen Kapusta-Pofahl and Elizabeth Nech, Washburn University

    The Lost Apostrophe: Race and the Irish-American Roots Journey

    Sinead Moynihan, University of Exeter

    Reconsidering White Ethnic Revivals: Italian Americans and Italian Immigration in the 1950s and 1960s

    Danielle Battisti, Colby College

    La Galleria

    Deconstructing and Reconfiguring Italian Americans

    Chair: Joseph Cosco, Old Dominion University

    Race and Taste in the Olive Garden: On the Tuscanization of 

    American Culture

    David Michalski, University of California, Davis

    "Calling Myself Olive": Italian Americans as Mediterranean Americans

    Jim Cocola, Worcester Polytechnic Institute

    Beyond the Ghetto: Deconstructing White Italian-American Ethnicity

    Dora Labate, Rutgers University 

  • Arte e Cultura

    BOSI. Storia di una famiglia, un uomo e una galleria

    Downtown Manhattan. Al 48 di Orchard Street c’è la BOSI Contemporary di Sandro Bosi, erede di terza generazione di una famiglia di antiquari romani.

    Dalla città eterna, dove la sua galleria ha saputo coniugare con successo contemporaneo ed antico, alla Grande Mela metropoli per eccellenza dell'arte e del design.  Siamo andati a trovarlo.

    Ci accoglie subito con un suggestivo suo ricordo: “Lavorare negli Stati Uniti fa parte della storia della mia famiglia. Ho uno zio, fratello di mia madre, che vive in Connecticut e una cugina che vive in Florida. Quando ero piccolo, mia madre seguiva un corso di inglese perché voleva raggiungere il fratello ed io restavo seduto in fondo all'aula a guardare. Stare in quella classe mi ha dato familiarità con la lingua, non che abbia veramente imparato l'inglese, ma mi ha allenato l'orecchio al suono della nuova lingua e soprattutto mi ha dato lo slancio per impararla da adulto. Insomma, lo slancio verso gli Stati Uniti viene da questi ricordi d'infanzia. Lavorare qui, invece, nasce da tutta un'altra storia.”
     

    Ed ecco un pò della sua storia.

     “Dopo essermi laureato in Economia, ho lavorato per tre anni in una societa americana che si occupava di ristrutturazioni aziendali. Viaggiavo in Business Class, guadagnavo molto bene, ma dopo tre anni sentivo che mi mancava qualcosa e cosi ho deciso di tornare a Roma, a fare quello che era il “mestiere di famiglia”. Undici anni alla Bosi Art Center, che era di mio padre. Abbiamo lavorato tutti e tre insieme, io, mio padre e mio fratello, fino al 2000."

    E quando e come e successo che Sandro Bosi antiquario e diventato Sandro Bosi gallerista di arte contemporanea?

    "Nel '96, abbiamo deciso di aprire una galleria a Montecarlo e li ho avuto occasione di conoscere alcuni coetanei che avevano opere  di maestri impressionisti o del novecento. Il periodo monegasco, insomma, ha dato l'avvio alla contaminazione. Ho iniziarto ad interessarmi all’Espressionismo, alle prime correnti del '900, le avanguardie storiche, Picasso ecc. Cosi, dopo la chiusura della galleria monegasca, sono tornato a Roma e nella sede che avevo in via del Babbuino il Salvatore Emblema ha iniziato ad accompagnare i pezzi del '500 italiano, francese e tedesco e un mobile marocchino giaceva tranquillamente accanto ad un Oliviero Rainaldi.
     

    Nel frattempo sono successe diverse cose. Ho iniziato una collaborazione con l'archivio Balla; siamo venuti a New York, al MoMA, a studiare ed archiviare tutte le mostre del MoMA sui futuristi. Intanto, il proprietario di una collezione 800esca italiana che stavo comprando mi chiede di aiutarlo con un suo problema inerente una scultura di Alberto Giacometti. Una lunga storia di autentuicazione che aveva portato la statua sotto processo ed il proprietario sfinito dalle vicissitudini che ancora non gli avevano consentito di ottenere il certificato di autenticità. Per questo mi chiedeva aiuto.

    Io non ero un esperto di arte contemporanea, ma volli comunque provare ad ottenere un risultato. Due anni e mezzo dopo sono riuscito a far autenticare l'opera. Infine, in quel periodo ero riuscito a rintracciare un bassorilievo policromo di Gauguin perduto e a comprarlo.

    Insomma, il lungo studio dedicato a Giacometti e queste ed altre esperienze su cui non mi dilungo troppo, l'Italia cominciava a starmi un po' stretta. Cosi, quando questo ragazzo di 28 anni (Nikola Damjanovic), con un'intelligenza e una preparazione straordinaria mi chiede se voglio aprire una galleria a New York insieme a lui, colgo l'occasione. Dopo sei mesi ero qui a New York e dopo altri sei mesi avevamo aperto la 'BOSIDAMJANOVIC Gallery'.
     

    Dopo breve, però, le nostre diverse prospettive sono andate in collisione; fortunatamente abbiamo risolto amichevolmente la questione e, a gennaio, e nata la BOSI Contemporary."

    La BOSI Contemporary ha aperto ufficialmente a gennaio e sul sito è possibile leggere una dichiarazione d'intenti molto precisa, ovvero ospitare almeno sei mostre l'anno. Puoi spiegarmi bene questa progettualità?

    "In realtà si tratta di un vero e proprio calcolo sulla carta: nove mesi effettivi di lavoro e circa quarantacinque giorni da dedicare ad ogni evento. Nella pratica, durante questo primo anno ho lanciato diverse mostre e le ho fatte durare un mese invece che un mese e mezzo. A settembre, poi, vorrei fare una mostra storicizzata. Un progetto importante, è il motivo per cui sono stato a Parigi."

     

    Ovvero?

    "Dovrei riuscire ad organizzare una mostra di Jesus R. Soto. Ho già accesso a due opere importanti e ad un video molto bello e sono attualmente in contatto con la curatrice della mostra che è stata ospitata questo inverno dalla Grey Gallery Soto: Paris and Beyond, 1950–1970. Una mostra davvero molto interessante.

    Il mio intento è quello di dare spazio tanto al nuovo, ai giovani artisti, quanto a mostre storicizzate come questa di Soto; in questo modo, chi non mi conosce può intuire il livello dei nomi nuovi, ed investire nella loro arte, attraverso la qualità della mia selezione di artisti più conosciuti."

     

    A proposito dei nuovi emergenti, come cerchi e, di conseguenza, come hai trovato artisti come Max Glasser e Dean Dempsey?

    "Quando sono arrivato a New york ho messo a disposizione della galleria U.S.A. i programmi ed gli artisti della galleria romana. Tuttavia, una cosa che non volevo proprio fare era il gallerista italiano che porta la sua galleria italiana a New York, presentando solamente artisti italiani. Nel 2012 questo approccio sarebbe fallimentare e, in realtà, lo sarebbe stato anche molto prima del 2012. L'arte contemporanea richiede un linguaggio contemporaneo.
     

    Così, sono andato in giro per le università, quando a fine anno si presentano i lavori dei neolaureati e laureandi, per vedere cosa succedeva. Per ora ho trovato solo Max (Glasser), ma sto selezionando altri artisti proprio adesso.
     

    Inoltre, dopo che io e Nikola (Damianovic, il primo socio di Bosi) abbiamo aperto a settembre, è venuta la direttrice di un prestigioso istituto: il Location1 di New York e, dopo aver visto la galleria, mi ha chiesto di far parte del comitato direttivo dell'istituto, per fare strategia insieme. Il fatto di essere collegato ad un'istituzione newyorkese mi da accesso ad artisti nuovi, che tra l'altro coprono tutti i settori e provengono da ogni parte del mondo. Ed è così che, man mano, sto facendo la mia selezione di artisti. La stagione di settembre per esempio aprirà con un artista francese e, dopo di lui, vorrei aprire la mostra di Soto di cui abbiamo parlato prima.

    E nel frattempo, cosa sta succedendo alla tua galleria romana (Sandro Bosi ha da diversi anni una galleria, la Bosi Artes, in via Pinciana a Roma)

    "La mia galleria di Roma è affidata ad una ragazza bravissima che durante il suo dottorato in Storia dell'Arte ha collaborato con la collezione della Farnesina. Dopo un anno e mezzo di training le ho affidato sia organizzazione che amministrazione. Sai, intendo mantenere la mia presenza in Italia perché, devo confessare, che lo spessore che trovo negli artisti italiani è maggiore di quello che trovo qui; vorrei portarne alcuni qui. Tuttavia, non mi lego particolarmente, penso di dover sempre tenere gli occhi aperti per capire cos'è e dov'è il meglio."

    Quindi il tuo rapporto con New York non è affatto scontato e necessariamente duraturo.

    "Sono qui perché ritengo questa città la migliore per il mercato dell'arte e per il modo in cui viene trattata l'arte."

    In che senso?

    "C'è tanto rispetto per ogni tipo di espressione artistica, poi se viene comprata o meno e un altro discorso, pero c'e tanto rispetto."

    Lo scorso 25 marzo hai ospitato una performance legata alla precedente mostra MUTATIO. Dal 2010, inoltre il MoMA ha modificato il nome di uno dei suoi dipartimenti da Department of Media in Department of Media and Performing Art. Cosa pensi delle performance nell'ambito delle arti visive?

    "La mia personale condizione di crescita mi ha tenuto la mente aperta ad ogni espressione artistica. Poi, ciliegina sulla torta, ho sposato un'artista performativa (Marta Jovanovic) e, anche quello che non vedevo e non apprezzavo, oggi lo avvicino guardandolo con un occhio diverso. Marta mi ha introdotto in questo mondo partendo dalle nozioni più elementari."

    Insomma, la tua posizione è di totale apertura.

    "Se mi viene un artista che mi chiede di voler fare una performance, non so, dicendomi “prepariamoci perché questo muro lo distruggerò' completamente” oppure “voglio attaccare questo quadro in questo modo invece che in quest'altro” io sono aperto, purché, ovviamente, non si faccia nulla di troppo pericoloso. L'espressione artistica secondo me necessita della libertà dell'artista."

    E come pensi si posizioni questo genere di “oggetto” artistico?

    "Io sono un gallerista, in pratica un mercante d'arte. Non sono un filosofo dell'arte, non sono un curatore, non sono uno storico dell'arte. In realtà, ho un conflitto d'interessi con le peculiarità della performance, perché una volta finita, se non hai fatto pagare un biglietto per farla vedere, non ci fai molto altro.

    Cosa che, d'altra parte, sarebbe un po' contraria ai principi di un certo genere di performance d'arte, senza considerare che non è sempre facile far pagare il biglietto per alcune performance, sto pensando a tutte le pièce che avvengono in strada ad esempio.

    In qualità di mercante so e capisco che quello che potrei vendere è il prodotto; però, d'altra parte, mi rendo anche conto che non può esserci un vero prodotto finale, tangibile, nella performance. Ci sono le foto ed i video.

    Che, però, sono una documentazione della performance e non il suo prodotto. Se consideriamo la performance in funzione di questo "prodotto" tradiamo il concetto stesso di performance. L' 'Hic et Nunc'.

    Se devo pensare come gallerista, devo pensare a del materiale che potrebbe attirare l'attenzione di qualche collezionista. La cosa che potrei pensare di vendere potrebbe essere la performance stessa, quando richiesta."

    Andando verso un'attività quasi da manager teatrale. Passando ad altro, vedo che sei anche un amante del design d'interni (la splendida versione bianca della libreria di Antonio Pio Saracino, dopo la mostra a lui dedicata, è diventata parte integrante della galleria. Posizionata proprio dietro il front desk).

    "Come antiquari, la mia famiglia vendeva anche mobili, si trattava di mobili antichi, ovviamente, ma il design è ciò che tra 300 anni sarà antiquariato, Questi saranno i pezzi che qualche Sandro Bosi del futuro venderà'.
     

    In fondo si tratta sempre di questo mio floating, questa mia continua transizione, evoluzione verso quella che e' l'espressione del mondo contemporaneo, anche se sempre agganciato ai canoni classici delle accademie o delle università. Io, probabilmente non scoprirò mai un Basquiat o un Rousseau. Si tratta di una mia deformazione professionale."

    Tu hai detto che preferisci lavorare su piazza newyorkese piuttosto che su piazza romana, anche con gli stessi artisti italiani. Qual'è secondo te la differenza?

     

    "Roma è  una bellissima signora di una certa età che si porta avanti elegantemente, gestendo sapientemente la sua anzianità e perdurante bellezza. New York, invece, è una giovane signora che sgambetta, corre e non ha tempo di riflettere. Deve raggiungere i risultati e nell'arte ritrovi questa immediatezza, anche negli artisti italiani che vengono qui. Devono imparare l'immediatezza senza stare troppo ad elucubrare sui concetti dell'immagine estetica. Sono due processi diversi che portano comunque a grande qualità. I ritmi, il tempo... e' questa la differenza.
     

    Inizialmente pensavo che questa immediatezza fosse un male, pensavo non ci fosse profondità, e invece non è così. Qui si viaggia ad un tale livello di base che è soltanto un eliminare il superfluo. Quello che resta e talmente alto, perché nasce da un livello altissimo, che automaticamente ti permette di riflettere, pensare. Per arrivare a questa velocità non si deve solo fare caso alla velocità, devi prima caricarti di input, di sostanza e poi corri il più veloce possibile con tutto il bagaglio che hai."

    E, a tuo giudizio, qual'è il tuo bagaglio? La caratteristica che ti fa correre, insomma.

    "Il mio più grande asset è il mio conome. Quando giravo per i mercati europei, la gente sentiva il mio conome, il nome di mio padre, e mi dava fiducia. Il mio obiettivo è questo, sostenere l'arte mantenendo questa preziosa eredità familiare. Non è un caso che abbia dato il mio nome alla galleria, e non un nome di fantasia o di diversa origine. Io ci metto me stesso, il mio nome, la mia faccia. Sono in prima linea."

    Tornando alla mostra che aprirà giovedi, per la seconda volta hai Renato Miracco come tuo curatore. Una soddisfazione non indifferente rinnovare una collaborazione di questo rilievo. Come è iniziata?

    "Certamente. In realtà è una storia abbastanza semplice. Renato Miracco ha visitato la galleria diverso tempo fa, ha visto le opere che ospitavo ed ha apprezzato il mio lavoro, conseguentemente si è proposto di scriverne. Da qui la nostra collaborazione prima con  MUTATIO, di Max Glaser e Dean Dempsey, e poi con questa seconda di Laura Ann Jacobs e Benedetta Bonichi, un italiana, EROS AND THANATOS"

    LAURA ANN JACOBS

    BENEDETTA BONICHI
    Eros and Thanatos

    Opening Reception:

    Thursday, April 19th 2012
    6-9pm

    click for more info >>

     

  • Life & People

    Geraldine Ferraro, One Year After Her Departure

    The first time I saw Aileen Riotto Sirey, Founder & Chair of National Organization of Italian American Women (NOIAW), was at the Conference organized by Calandra Institute, “Geraldine Ferraro: The Italian American Woman Who Made History” at Hunter College, last March 24.

    In the presence of Arthur Gajarsa, Circuit Judge on the United States Court of Appeal for the Federal Circuit; Natalia Quintavalle, Consul General of Italy of New York, and introduced by Anthony Julian Tamburri, Dean at the John D. Calandra Italian/American Institute, Aileen Riotto Sirey was there to pay homage to her best friend, Geraldine Ferraro. 

    Next to Sirey was Geraldine's husband, John. In front of her, the audience. Most of the guests were people who knew or met Geraldine, and loved her. During the Q&A, everyone had a memory about Jerry they were thrilled to share. Soon enough, the event became like a family gathering and the walls of the hall resonated with laughter.

    It would have been a shame if someone had broken that special atmosphere. As a reporter, I was afraid of doing so. Hence, I met Aileen Sirey in a café, a few days later, for an interview. Step by step, the interview itself became a warm and interesting conversation on Geraldine.

    Ms Sirey, I would like you to help me to know Jerry Ferraro better. She was a role model for Italian-American women, but I am interested in knowing more about her as a person. Where should I start?

    The history of her family. She felt a strong and warm link with her roots and she was always connected with her Italian cousins, even after her father’s death. She was always very very proud to be Italian and she suffered a lot for the bad reputation Italian-Americans had.

    What do you mean?

    I'll give you a couple of examples. During the Sam Donaldson's show -- maybe you don't know it in Italy but was very popular here -- he was asked: “Why are you looking for Mafia about Ms Ferraro Family?” and he said, and I'm quoting him, “if you have an Italian-American background and you are in a public office you can be guaranteed that. Why not look for that?”

    It made people very very angry, because there's always this description.

    I have a very good friend in the furniture business and he's a welcoming man. You know, he offers his own limousine, his own driver and so on, but what do you think people believe? It comes from Mafia, if he has money he is in the Mafia.
     

    I've been criticize myself because I have said that the fascination that America has for the Godfather and the Soprano’s is not about crime, it's about our families. Americans are fascinated with Italian families, where everybody has his own role, and with the Italian value of family.
     

    The fascination is with the relationships between these people.

    Geraldine suffered for that. As a psychologist, how would you consider these kinds of feelings against Italian-American people?

    Twenty years ago I made a research. I put several Italian-Americans together and we talked about discrimination and problems they met in their life. It was a men and women study; they met ten weeks, once a week, for two hours, just talk about Italian American issues. It was wonderful. At the end of the meetings we found that their self-esteem had increased. There was an increase in sense of belonging.

    But with the third, forth, maybe fifth generation there are not just Italian-Americans, but Italian-American-Irish people, or Italian-American-Chinese as well. What's happening now?

    You're right, after twenty years a lot of things are changed and I was also asked to repeat the study. But I didn't.

    Coming back to Geraldine’s life, how heavy was it for her?

    I'll give you another example. When Jerry went to the Senate, in one of John's buildings, in one of those apartments, there was a pornographer. It became big news. How was that told by the papers? They said John rented one of his apartments to a pornographer, that he supported pornography. It was ridiculous. But the problem was not just with supporting pornography: everybody in this country at the time believed that pornography was managed by the Mafia.

    There was an article in The New York Times by Gloria Steiner. She basically said that what you learn from Jerry Ferraro’s experience is that you have to be careful about the baggage your husband brings to you. It was terrible... I mean... What baggage? Her son wrote an article that was mentioned by Fox news. He was defending his father. He wrote: “my mother went to law school because my father paid for that.”

    Geraldine was also a wife and a mother. She seems to be an antipodal women compared to the business woman stereotype. She was very close to her children and husband.

    Jerry was very naturally woman, she raised three kids. Her children are perfectly sane.
     

    The oldest, Donna, was a television producer and now she's working a film on Jerry. Her son, John Jr., is a lawyer and works with his father, and the youngest , Laura Anne Lee, is a pediatrician.

    When we talked, she always told stories about her kids and she never talked about other things. The first thing we discussed when she knew about her disease was what would happen to her children, if they would be together, you know.

    She fought for twelve years.

    And John... As he said at the conference, he financed her campaign but he was a very devoted husband until the hours of her death.

    I didn't tell you a story: One of the last times I went to visit her, I was with John in the clinic’s corridor. We were waiting to see Jerry who had had a treatment when we saw a nurse running to her room. She went to put Jerry in bed, and after few minutes the nurse came back and said “John, she wants YOU put her into the bed”.

    She felt so fragile, her bones were so delicate that she trusted just her husband to be touched, no one else. And he handled her and helped her to lay in bed.

    He was a good guy, he IS a great guy... But we also had a lot of fun, we laughed and... you know...

    Actually, Saturday we laughed too.

     Sirey laughed. That's true, she was funny, but she was also very serious.

    Most of all, Jerry was a socially concerned person. When she was sick, very sick, they (journalists) would write about her disease and she told them about her drugs. She wanted to keep helping people till the end. She meant: “What do people do if they don't have money to pay for healthcare that I have?”

    She was always supporting people. She was a very socially concerned person because she loved people.

    In your opinion, where did that come from?

    She saw her mother’s struggle while raising two children. Jerry said that after her father died, money disappeared... she didn't know how.

    She told me about a Christmas. She said: “I remember a Christmas, a few years after my father died. I met my mom at five and she invited me to take a cup of coffee. Probably she had saved a few dollars each day for that. When she went at the restaurant she left a Christmas pack on a shelf and someone stole it” and she said “I will never forget how panicked my mother was” I asked “what happened, Jerry?”, she said “I really don't know, maybe she had borrowed the money, she always protected me”. Jerry was always very connected to her mother because she knew how she sacrificed for her.

    You mean that she was able to learn from her mother’s life as well?

    She always identified, I would say, with the people who had less... even when she was very comfortable, she never forgot her roots, the family... the struggles that her mother had.

    Over the years she became a role model for Italian American women. Was she conscious about it?

    She really was, when she would come to a lunch she had always people around her...

    I can say what I say: she did for Italian-American women like no other woman did.

    As I said during my presentation, she was a perfect public servant because she was so concerned.

    She was upset just once with me, when she said: “Aileen I'm going to run for the Senate,” and I said, “The senate? Why do you want to do that?”

    Jerry said “What do you mean?” and I “Do you have to protect your place of history?, “My place of history?! I've got things to do! I've got move on! And I want to serve and I can do wonderfully like Senator,” she said.

    I was like “Ok, Jerry... Sorry”.

    But I think she faced hard moments in her career. I’m thinking about her losing the election, for example. Didn’t that discourage her and make her want to give up?

     

    No, Jerry never thought like that, she was always like “ok, let's move on.” It wasn't things like winning an election that could hurt her. You know, she had thoughts like “I'm still me,” and she had a real sense who she was, thanks to her supporters.

     (Sirey took a little moment and she adds, smiling)

    Yeah, she was like “come on, let’s move on!”

    And how was Jerry as friend?

    (Sirey's smile becomes beaming)

    She was very traditional, she loved to play golf and she loved to cook. We both love to cook, actually. We often exchanged recipes and we often called each other to say “what are you doing for dinner?” (She laughed), or “I'm making this,” or “John likes that”.

    That was the kind of conversations we had... we spoke about the garden.

    Is there anything you would like to add to our conversation?

    As I told during my presentation, she was a perfect public servant because she was so concerned.

    There was a quote in Times sometime ago. It said: “Men go to the Congress because they want be something, women go to the Congress because they want to do something”. Jerry was like that, she wanted to do something. (She was silent for a while) And I understood that.

    As we stood up and were about to leave, she added:

    But... I was telling you, when she was sick I was trying to figure out what was happening.

    I'm psychologist but, you know, when you're so close to somebody it's very hard to be objective.

    So, it's only been a year now... I miss her... chatting... being together... there was such a trust between us...

  • Events: Reports

    ITC. “Fashion of the Vine Project”. An Exclusive Event with Guy Lalibertè

    “It’s a privilege to go there. When I was up there, there was some very specific moment when I was looking at the Earth in perspective of the universe.”
     

    These are the words in which Guy Laliberté, founder of Cirque du Soleil, world-class competitive poker player and first astro-tourist in the world, described his 2009 trip in outer space. Laliberté took 149 pictures of the Earth as seen from above with a basic Nikon D3X, using different types of lenses. His photo-album is now a book: GAIA.

    The book is in fact more than a simple catalogue of images: “The notion of ‘curated’ was thought to put together something that will touch people, not only the picture but also text that has very fundamental value to humanity”.
     

    Laliberté describes himself as the curator and not the author.
     Having paid $35 million for a 12-day trip to the International Space Station (ISS), Laliberté defined his experience a “Poetic Social Mission.” The extra-terrestrial sojourn of the “first clown in the space”, as he has been called since, was meant to raise awareness on drinking-water shortage.

    Last February 9, the Italian Trade Commission joined the Italian fashion house Kiton, Whitewall Magazine and Assouline for a special event celebrating Guy Laliberté’s exhibition and book and Whitewall’s Winter 2012 luxury issue, which includes special features on both Laliberté and Kiton CEO, Antonio De Matteis.
     

    The event featured a “Wines of Italy Bar” where wines from Feudi di San Gregorio presented by the Italian Trade Commission were available for degustation. The Italian Trade Commission’s initiative was a part of the “Fashion of the Vine Project,” fusing New York’s elite fashion houses and Italy’s wine top producers, in sophisticated sets including VIPS, celebrities and selected press.
     

    The event was the occasion for the cherished Kiton clientele to celebrate the fine tailoring brand and to participate in a fundraiser for Laliberté’s “One Drop Foundation,” charity founded in 2007 to promote sustainable access to safe drinking water, while toasting Italian style and sampling specialty Feudi di San Gregorio wines.
     

    Aniello Musella, Italian Trade Commissioner, explained the concept behind the “Fashion of the Vine Project” noting: “Italian Wine is fashionable. Those who value high quality, innovation, tradition and the creative process understand what MADE IN ITALY means whether it is presented on a runway or simply decanted.”