Quei cattivi maestri nella scuola pubblica italiana

Stefano Albertini (February 27, 2011)
Proviene da New York, proprio da un professore che ha conseguito un dottorato americano e lavora in un'Università privata, la difesa per la scuola pubblica, messa sotto accusa dal Premier in questi giorni. Ricordi personali ma anche cenni sulla storia della scuola italiana caratterizzano questo intervento che condividiamo pienamente. E non va dimenticato - come scrive Albertini - che la scuola pubblica ha avuto non solo un’evidente funzione educativa ma anche politica. L’unità degli italiani si è fatta sui banchi di scuola. Insegnanti malpagati, ma stimati, hanno creato un senso di appartenenza nazionale attraverso l’insegnamento della nostra lingua, storia e letteratura

"Libertà vuol dire avere la possibilità di educare i propri figli liberamente, e liberamente vuol dire non essere costretti a mandarli in una scuola di Stato, dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare principi che sono il contrario di quelli dei genitori". (Silvio Berlusconi).

Lavoro nella più grande università privata degli USA e ho conseguito il mio dottorato di ricerca nella più prestigiosa università privata della West Coast, quella Stanford che è stata l’incubatrice della Silicon Valley, ma dove si trovava anche il fior fiore dei grandi umanisti: daMichelle Serres a John Freccero a Rene Girard, ma io sono il prodotto della Scuola pubblica italiana: dalla prima classe elementare a Bozzolo all’università di Parma. La Scuola è stata anche la ragion d’essere della mia famiglia: mia nonna, mio padre, mia zia hanno dedicato la loro vita, senza mai un rimpianto, alla Scuola pubblica.

La frase del Presidente del Consiglio offende profondamente le persone che stimo di più al mondo, ma direi che questo è un problema secondario. Il Presidente offende quotidianamente milioni di italiani e nessuno sembra farci più caso, quindi anch’io me ne farò una ragione, ma non posso non condividere qualche riflessione sul senso e il valore della Scuola pubblica in Italia. Non mi dilungo su numeri e statistiche, ma voglio ricordare che dalle elementari alle superiori sicuramente più del 90% degli studenti frequenta scuole statali. Sappiamo anche che alcune di queste scuole sono in condizioni strutturali disastrose e non dispongono degli ambienti e dell’attrezzatura di cui avrebbero bisogno. Sappiamo anche, purtroppo, che ci sono alcuni insegnanti statali menefreghisti e poco preparati. Delle private sappiamo che, oltre alle ottime eccezioni, soprattutto tra le scuole confessionali (soprattutto quelle gestite dagli ordini religiosi come gesuiti e salesiani, sin dalla loro fondazione dedicati alla formazione della gioventù), ce ne sono parecchie al servizio di studenti non brillanti che, non riuscendo ad essere promossi nella Scuola pubblica, passano a uno dei tanti diplomifici sbucati come funghi negli ultimi anni e che, dietro pagamento di una lauta retta, assicurano promozioni e diplomi anche accelerati.

La Scuola pubblica in Italia ha avuto non solo un’evidente funzione educativa, ma anche politica e sociale. L’unità del nostro Paese di cui celebriamo l’anniversario quest’anno è stata fatta sui campi di battaglia da Solferino a Custoza a Goito, ma l’unità degli italiani si è fatta sui banchi di scuola (come ci ha ricordato, forse con una retorica troppo sdolcinata per la nostra sensibilità ma non senza fondamento De Amicis), dove insegnanti malpagati, ma stimati, hanno creato un senso di appartenenza nazionale attraverso l’insegnamento della nostra lingua, storia e letteratura . Fino a qualche tempo fa quando al mare d’estate si incontrava un ragazzo che aveva fatto la terza superiore, si sapeva che anche lui aveva letto l’Inferno e che una studentessa che aveva finito la quarta aveva studiato anche lei l’Illuminismo e la Rivoluzione francese. Da Palermo a Trento, da Casalmaggiore a Canicattì avevamo imparato tutti insieme sui banchi chi siamo e da dove veniamo.

E cosa dire di questi insegnanti inculcatori, come dice Berlusconi, di principi contrari a quelli delle famiglie? Io di insegnanti ne conosco tanti: i miei professori, i miei genitori e i loro amici e quelli che sono stati miei colleghi nelle scuole in cui ho insegnato prima di venire negli Stati Uniti. Non erano tutti Madame Curie e Benedetto Croce, ma alcuni erano veri maestri : aggiornati, colti, dialetticamente efficaci, capaci di destare interesse e di appassionare ai temi più astrusi. Alcuni erano comunisti, uno anarchico, un paio fascisti nostalgici, alcuni liberali, di altri non si è mai saputo. Al liceo sperimentale Virgilio di Mantova, che ho frequentato per un anno, erano quasi tutti di sinistra e quell’esperimento l’avevano fatto basandosi sui principi di don Milani; portavano i maglioni a collo alto e ci davamo tutti del tu. Nel mio Istituto Magistrale Sofonisba Anguissola di Cremona, la maggior parte dei miei docenti erano cattolicissime donne nubili sulla sessantina che portavano austeri grembiuli neri in classe (anni ’80, non il medio evo). Ci si dava del “lei”. Ho studiato storia sia sul comunista Villari che sul cattolicissimo De Rosa. I professori, in genere ci facevano sempre notare chi era l’autore. Il moderatissimo e conservatore docente di storia dell’arte aveva adottato l’Argan e ogni tanto ci ammoniva di studiarlo ma di ricordarci “che era comunista”. Non credo la mia sia stata un’esperienza tanto diversa da quella degli italiani di tante generazioni. Sono contento di aver incontrato anche professori con principi diversi da quelli dei miei genitori perché quella dialettica mi ha aiutato a sviluppare il mio spirito critico e ad apprezzare e rispettare la diversità delle opinioni e delle idee.

Mio padre passava il mese di agosto a girare per le cascine delle provincie di Mantova e Cremona per convincere i contadini a far proseguire gli studi ai loro figli nel suo Istituto Professionale (statale!) per l’Agricoltura. Insegnava agraria usando tre lingue: dialetto, latino e italiano. Tolti dalle stalle e messi nelle aule per qualche anno, molti di questi ragazzi si sono diplomati e laureati. Mia madre gli scolari più discoli e difficili se li portava a casa al pomeriggio tra la riluttanza mia e di mio fratello. Mia nonna, poliomielitica, andò diciottenne ad insegnare nell’Istria che era appena diventata italiana a classi di 70 e 80 studenti. Nelle aule della Scuola pubblica ha passato più di 40 anni. Era povera come tutti gli altri: durante la guerra con lo stipendio di un maestro si comprava un chilo di sale.

L’effetto più grave delle parole del Presidente Berlusconi, come ho anticipato, non è l’offesa a questi maestri, ma è il messaggio destabilizzante e terribile che manda ai milioni di studenti italiani delle scuole pubbliche. È come se avesse detto: i vostri professori non sono lì per insegnarvi cose nuove, per spiegarvi concetti difficili, per aprirvi mondi che non conoscete, per aiutarvi a pensare con la vostra testa e a sviluppare lo spirito critico; sono semplicemente agitatori politici che cercano di plagiarvi. La frase di Berlusconi delegittima l’intera classe insegnante e mette sul banco degli imputati come agit-prop tutti i docenti. Toglie agli insegnanti l’unica cosa che era loro rimasta: il rispetto e la stima degli allievi e dei concittadini.

Quando la mia nonna era in pensione e la portavano a fare una passeggiata sulla sua sedia a rotelle, gli uomini che la incontravano si toglievano il cappello e tutti si rivolgevano a lei chiamandola “sciura maestra”, non perché era più ricca, più potente o più furba, ma perché sapevano che aveva speso la sua vita a favore della comunità, non a “inculcare principi”, ma ad aprire le menti, e a riempirle di cose buone che avrebbero migliorato la vita di tutti. Gli insegnanti italiani sono tra i laureati meno pagati d’Italia (e d’Europa). Berlusconi sta cercando di togliere loro anche quel po’ di rispetto e stima che ancora li circonda e che è indispensabile alla loro autorevolezza in aula.

Non permettiamoglielo!

Stefano Albertini

New York University

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