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Articles by: Roberta Michelino

  • Arte e Cultura

    Chet lives. Intervista con Joe Barbieri

    Il suo cd “Respiro” era ancora vivo nella memoria dei fans di Joe Barbieri, quando il cantautore partenopeo è tornato a stupirci con il nuovo lavoro discografico “Chet lives”, suonato insieme al trombettista Luca Aquino ed al pianista Antonio Fresa.
     

    Ma le radici del suo successo sono molto più antiche: crede nel suo talento Pino Daniele, grazie al quale registra i suoi primi brani. Nel 2004 pubblica il suo primo album “In parole povere” con la sua stessa etichetta, la “Microcosmo Dischi”. La sua vita lavorativa è divisa tra quella di musicista e quella di produttore quando nel 2009 esce il suo secondo album, “Maison Maravilha”, il cui sound si colora di calde e nitide tinte brasiliane e cubane, grazie anche alla significativa partecipazione di Amara Portuondo, cantante dello storico gruppo “Buena Vista Social Club”.

    Questo lavoro discografico diventa ben presto un successo internazionale ed i numeri parlano chiaro: oltre 20.000 copie vendute in 14 Paesi diversi del mondo. Nel 2012 edita un altro lavoro di successo, “Respiro”, che lo ha visto collaborare con artisti celebri come Stefano Bollani, Gianmaria Testa, Fabrizio Bosso e Jorge Drexler.
     

    Spontaneità, qualità, eleganza, umiltà. Queste sono alcune caratteristiche che hanno permesso a Joe Barbieri di avere una eco nazionale ed internazionale. E’ un artista che si è lasciato guidare più dall’istinto che dalla forma, basta leggere i suoi testi, ascoltare il suo canto mai strillato e vedere le sue dita pizzicare dolcemente le corde della chitarra per capire che riesce a suonare e cantare con naturalezza e spontaneità. E’ la stessa spontaneità che si può scorgere in un sorriso, in una emozione, in un respiro.
     

    Un altro aspetto di Barbieri che stupisce è la sua vena poetica. Ha la capacità di catturare, attraverso le rime, sensazioni e momenti di vita vissuta, rendendoli immortali. In molti suoi brani si constata la cristallizzazione di una quotidianeità, di una bellezza che sfugge, di piccoli gesti che ci rassicurano e ci fanno sentire importanti, basti citare il testo di “Lacrime di Coccodrillo” cantato insieme alla collega Chiara Civello “Oggi mi riprenderò me stesso, a partire da ogni goccia, consumata ad allungare una coperta sempre corta, ricamata sorridendo ogni giorno veramente” oppure uno stralcio del brano “Fa’ Conto” “Un pugno di case si stende lì in fondo, in fondo ti chiedi cos'è casa adesso, qualcosa ti chiama che cosa chissà, tu fa' conto che io sia là.”
     

    Ci intratteniamo in una piacevole ed interessante chiacchierata con lui.
     

    Facciamo un breve excursus della tua carriera: il tuo demo finisce nelle mani di Pino Daniele e da quel momento vengono registrati i tuoi primi brani....
     

    Quando Pino mi ha chiamato pensavo che fosse uno scherzo. Sono entrato nel suo studio il giorno dopo l’esame di maturità, avevo ancora addosso la sensazione della prova orale quando mi sono ritrovato con lui ed il suo gruppo di lavoro di allora per registrare il mio primo disco.
     

    Nel 2004 pubblichi “In parole povere” che include un bellissimo duetto con Mario Venuti intitolato “Pura Ambra”. Il testo recita una frase di stampo Proustiano per il ricordo evocato: “siedo sui gradini di una strada che sale in paese e percepisco odori che mi feriscono”. Cosa rappresenta per te “Pura Ambra”?
     

    Questo testo l’ho ripreso in più momenti e per diverso tempo l’ho lasciato lì a macerare. Una sera, non mi capita spesso, ero a cena con alcuni amici ed avevo bevuto un bicchiere in più.....tornato a casa l’ho ultimato. E’ lo scatto di uno stato d’animo, si riferisce, come altre mie canzoni, ad un’esperienza personale. E’ la ricerca di un legame immortale con una persona che si allontana dalla tua vita, utilizzo la metafora dell’ambra che ha il potere di bloccare le cose e di renderle eterne. Si passa, quindi, da una strofa più descrittiva, con l’immagine della strada che sale in paese e di me seduto sulle scale a giocare con il filo di una giacca, ad un ritornello nel quale si evince una sfera più impalpabile ed eterea.
     

    In molte tue canzoni emerge, a mio avviso, in maniera preponderante la nostalgia, che propriamente definirei “saudade”. So che sei un appassionato della musica brasiliana, c’è qualche cantautore in particolare che ha influenzato il tuo modo di scrivere?

    Oltre a Caetano Veloso e João Gilberto, sicuramente Chico Buarque de Hollanda, per la sua capacità di comporre melodie e scrivere testi poetici.
     

    Una delle tue canzoni più commoventi è “Normalmente”, nella quale il sentimento di saudade è più tangibile, ma non necessariamente con accezione negativa, anzi, assume una connotazione positiva nella descrizione di un periodo e di una persona indimenticabile.

    Certo! E costituisce un collegamento con il presente. Questa canzone rappresenta per me una porta non chiusa, nonostante la distanza ed il tempo trascorso, c’è un dialogo che continua. Ho scoperto che molti colleghi l’hanno legata alle loro esperienze personali e devo dire che non mi dispiace che sia proprio questa la canzone più amata.
     

    Nel tuo penultimo album “Respiro” hanno partecipato musicisti del calibro di Stefano Bollani, Gianmaria Testa, Fabrizio Bosso e Jorge Drexler. Cosa ti hanno lasciato queste collaborazioni?

    Innanzitutto mi sono sentito un fortunato. Quando nel corso della realizzazione di un disco si uniscono colleghi che hanno scritto pagine così importanti di musica è solo un grande privilegio. Sono arrivato alla conclusione che più questi musicisti sono universali più sono pronti a collaborare per loro scelta. Tutto ciò mi ha lasciato un senso di meraviglia e di apertura verso il mio futuro lavorativo e mi dà il giusto sprone per andare avanti.
     

    Parliamo del tuo ultimo lavoro discografico “Chet lives”, come mai la scelta di omaggiare il grande e “maledetto” musicista Chet Baker?

    In primis perchè il caso ha fatto cadere in quest’anno il venticinquesimo anno dalla sua morte ed è quindi un occasione per celebrare questo grande artista dal lato oscuro. Ho avuto la possibilità d’interagire con il musicista Nicola Stilo che ha collaborato con Chet Baker. Lui mi ha raccontato di un Chet estremamente fragile e protettivo. La scelta di omaggiarlo è dettata anche dal fatto che lui è un punto di riferimento per tutti i musicisti e, nonostante non scrivesse le sue canzoni, i brani da lui interpretati e cantati hanno molto influenzato il mio modo di scrivere. Inoltre, la sua maniera di cantare ha rivoluzionato la sfera musicale di tutti gli artisti. Con l’avvento dei microfoni il cantante poteva non urlare, ma semplicemente accompagnare le parole. Lui è uno dei fautori di questo cambiamento, soprattutto nella prima parte della sua carriera, prima di essere coinvolto in una rissa nella quale gli si ruppero i denti compromettendo la sua carriera da musicista.
     

    La tua fama ormai è internazionale: hai eseguito concerti in Giappone, a Madrid, a Copenaghen, in Danimarca, i tuoi cd sono usciti anche in Canada e negli Stati Uniti. Quando organizzerai una tournè a New York?

    Verrò a New York questo inverno, non so precisamente quando, ma stiamo organizzando la tournè perchè la realizzazione di questo nuovo disco è un ponte tra Italia e Stati Uniti ed ha lo scopo di far conoscere il lato italiano di Chet Baker. Lui, infatti, ha cantato una sorprendente “Arrivederci” nel film di Lucio Fulci, ha suonato “Estate” di Bruno Martino, ha collaborato con molti musicisti italiani. Per me è un’ occasione per ribadire quanto Chet sia stato amato dalle generazioni dei musicisti italiani ed internazionali.

  • Arte e Cultura

    “Ecco” Niccolò Fabi nella sua profonda semplicità

    Niccolò Fabi è un artista completo: cantante, musicista, poeta. Forse è proprio la fusione di questi  elementi a renderlo così unico nel suo genere musicale. Se poi, oltre a queste succitate caratteristiche, ci si aggiunge anche la semplicità e la solarità è facile comprendere il segreto di un successo che dura ormai da più di 15 anni.

    Arrivata al locale dove il cantautore dovrà esibirsi, lo scorgo sul palco che si diverte e scherza con la sua band durante il sound check ed accoglie i fans con entusiasmo e simpatia. Subito mi sento a mio agio e dimentico che l’interlocutore che mi sta accanto è un noto personaggio pubblico. Quando gli chiedo cosa l’avesse spinto ad intraprendere un percorso musicale con la usa laurea in filologia romanza con il massimo dei voti, mi corregge sorridendo che non ha ottenuto la lode. Poi aggiunge che lo studio gli ha permesso di soddisfare tante curiosità e gli ha dato la possibilità di riuscire ad esprimersi scrivendo i testi delle canzoni poichè “non si può scrivere di note”.

    Dopo il successo del tuo primo singolo “Dica”, vinci nel ’97 il premio della critica di Sanremo con la canzone “Capelli”, mi racconti la tua esperienza Sanremese?
     

    Con Sanremo mi sono imbattuto nel mondo della televisione, non della musica perchè quello lo conoscevo già da anni. Da quel momento non ero più noto soltanto a chi ascolta i dischi, ma anche agli utenti della TV. Questo ha cambiato parecchio la mia quotidianità ed è stato un po’ traumatico per un timido come me il passaggio esistenziale dall’essere uno che suona e basta all’essere uno che viene riconosciuto mentre cammina per strada.
     

    Hai collaborato con artisti del calibro di Mina, Fiorella Mannoia, Max Gazzè, Daniele Silvestri, ma anche con musicisti internazionali come Jorge Drexler e Jarabe de Palo. Cosa ti hanno lasciato tutte queste partecipazioni?
     

    E’curioso vedere come tutti i cantanti,  pur avendo a che fare con le stesse cose, parlando tecnicamente di canzoni fatte di strofe, di ritornelli, di strumenti che suonano, di parole dette, hanno un modo proprio di vivere la musica. Per questo motivo cantare le stesse canzoni può cambiare a seconda dell’interpretazione, della voce, dell’intensità e della musicalità. Queste collaborazioni mi hanno aiutato a cogliere le sfumature di questi cambiamenti.
     

    Ma Niccolò Fabi non è solo un cantautore di successo. Da sempre mette a disposizione la sua vena artistica nel sociale:nel 2007 partecipa  al Progetto per il Darfur in Sudan,  come testimonial del Salam International Hospital di Emergency, organizzando numerosi concerti.

    Nel 2009 registra, insieme ad altri 55 artisti italiani, il brano Domani 21/04.09, scritta da Mauro Pagani  in favore della ricostruzione del conservatorio Alfredo Casella e della sede del Teatro Stabile d'Abruzzo de L'Aquila. Nel 2010 vince il premio Zamenhof per aver dato voce, attraverso la suamusica, all’Africa realizzando spettacoli per costruire 20 scuole in Sudan e un nuovo ospedale pediatrico in Angola. Di recente è stato invitato dal Presidente del Senato Pietro Grasso a partecipare alla giornata di commemorazione della strage di Capaci, dove si esibisce sotto “l’albero di Falcone”, sostenendo il suo No alla Mafia. Di quella giornata il cantautore ricorda il senso forte di fratellanza e solidarietà “essere musicista in quel contesto ha significato dare un senso collettivo alle parole che spesso nascono per descrivere storie personali”.
     

    “Ecco” è il titolo scelto per il settimo ed album di Niccolò Fabi. Un lavoro discografico nato dal sunto di forti sentimenti ed emozioni, da alcune tracce si evince una gioia smisurata ma allo stesso anche il timore di poterla perdere inaspettatamente. Molte sue canzoni sono poesie intrise di spunti di riflessione nei confronti di una società sempre più indifferente, illusa e disillusa. Dalle sue parole scaturiscono dialoghi con le persone, con la natura, con se stessi, topos letterario accostabile a quello del famoso poeta Eugenio Montale. 
     

    Parliamo del tuo nuovo lavoro discografico “Ecco”: nel tuo singolo “Una buona idea” parli di un’ “Italia che è sparita” e con lei i valori costituzionali della democrazia e dell’uguaglianza.

    Cosa intendi per una buona idea?

    Una buona idea è soprattutto un’idea relizzabile e realizzata perchè c’è un periodo della della vita in cui può essere sufficiente avere dei buoni progetti, però ce n’è un altro in cui è fondamentale concretizzarli. Un progetto solo raccontato rischia di rimanere un desiderio, un ideale. La realizzazione ha un’importanza fondamentale.
     

    Nel tuo nuovo album c’è una canzone che mi ha molto colpito, s’intitola “Indipendente”. Nel testo è descritta  un’indipendenza dai rapporti affettivi, dal denaro e da genitori ingerenti, ma lasci un quesito irrisolto: è davvero felice chi è indipendente da tutto?  

    C’è una dimensione in cui l’indipendenza è autodeterminazione e libertà di scegliere ciò che è più vicino alla propria natura. Fin a quando è in questi termini è indispensabile per la felicità, oltre una certa soglia diventa un’incapacità di relazionarsi con gli altri, dimenticando che gli altri possono essere una grande fonte d’ispirazione e di crescita, non una limitazione.

    Il cantante ci saluta e ci promette che ci verrà a trovare a New York.
     

    Durante concerto il pubblico assiste assorto, emozionato e divertito, possiamo chiaramente udire un'unica voce che si leva ad ogni strofa di vecchi e nuovi successi. Poi arriva il momento da tutti atteso, già dalle prime note la platea comprende di che canzone si tratti: Costruire. “.....ma tra la partenza e il traguardo nel mezzo c'è tutto il resto e tutto il resto è giorno dopo giorno e giorno dopo giorno è silenziosamente costruire e costruire è potere e sapere rinunciare alla perfezione.....” Costruire un rapporto, un progetto di vita, un viaggio, essere consapevoli di poter andare incontro a delusioni, ostacoli, molteplici difficoltà. E’ sicuramente una canzone che porta con sé un pò di nostalgia, ma spesso, soprattutto nell'arte, sono le cose tristi ad essere le più autentiche, poichè riescono a scalfire l’animo. Ma la dote di Niccolò Fabi è proprio questa: arrivare al cuore della gente senza risultare mai banale e condividere sentimenti e spunti di riflessione con il suo pubblico.

      

  • Arte e Cultura

    New York. Ancora emozioni in musica con Stefano Bollani

    Indossa una maglietta che riporta la scritta del club dove si dovrà esibire. Ha l’apparenza di un semplice spettatore appassionato di jazz, ma lo riconosciamo dall’inconfondibile codino, è Stefano Bollani, uno dei più grandi jazzisti del panorama musicale internazionale.

    E’ arrivato dall’Italia per ritrovare il suo fedele pubblico newyorkese. La direttrice di i-Italy, Letizia Airos, è andata ad intervistarlo nel noto locale jazz, il Birdland, che ha riservato all’artista ben due serate, entrambe sold out.

    Non è la prima volta che New York lo vede protagonista di serate indimenticabili: si era già  esibito al Birdland, al Blue Note ed al Town Hall, dove seduti tra il pubblico ad ascoltarlo vi erano celebri esponenti della musica jazz americana, basti citare Ornette Coleman, Buddy DeFranco, John Lewis, Wynton Marsalis.
     

    Alla domanda: “Come ci si sente a suonare nella patria del jazz”, la sua risposta è molto schietta ed ironica “Vengo a New York più per il piacere di visitare questa bella città e di comprare dischi introvabili in Italia, l’idea di suonare nella patria del jazz è molto retorica, gli interlocutori sono pur sempre persone” .
     

    Ma chi è realmente Stefano Bollani? E’ un artista che ha sempre saputo di voler intraprendere la difficile e competitiva strada della musica sin dall’età di sei anni “Faccio il musicista perchè non ho mai pensato di fare altro”.
     

    Ciò che colpisce particolarmente, sia la critica più esigente che il suo folto seguito di estimatori, è il suo essere eclettico senza mai perdere la sua vena autoriale. Ha collaborato con famosi esponenti della musica pop italiana, come Raf, Jovanotti ed Irene Grandi, ha interpretato con assoluta originalità il già complesso repertorio di George Gershwin, ha suonato con le stelle del jazz Gato Barbieri, Lee Konitz, Pat Metheny e Chick Corea, ha realizzato emozionanti spettacoli teatrali con David Riondino e la Banda Osiris e può vantare apparizioni televisive (Meno siamo meglio stiamo con Renzo Arbore) e radiofoniche (Caterpillar, su Radio Due). Non per ultimo, ha ideato e condotto di recente un suggestivo programma televisivo dal titolo “Sostiene Bollani” (con chiara allusione letteraria al romanzo di Alessandro Tabucchi), che ha avuto ospiti del calibro di Peppe Servillo, Gianluca Petrella, Joe Barbieri, Elio di “Elio e le Storie Tese”, Daniele Silvestri, Paolo Fresu, Fabio Concato e  Bobo Rondinelli.
     

    La sua musica, che tocca ed esplora diverse tendenze, è dunque il frutto di una sintesi armonica dalla sorprendente versatilità, “non ho mai creduto nella suddivisione dei generi musicali, come dice Duke Ellington, la musica si divide in due grandi famiglie, la musica bella e la musica brutta”, afferma ai nostri microfoni, “io cerco di fare quella bella senza mai chiedermi cosa stia facendo”, è proprio per questa assenza di categorizzazione che il suo repertorio è così ricco e disparato.
     

    Parlando d’influenze musicali, negli ultimi tempi è sempre più presente nei lavori di Bollani la componenete brasiliana: nel 2006 ha registrato a Rio de Janeiro il cd “ Bollani Carioca” (un successo mondiale, con più di 60.0000 copie vendute). Da questo suo viaggio sudamericano sono nate molteplici collaborazioni con famosi artisti della nuova scena brasiliana: Hamilton de Holanda, Toninho Horta, Marcos Sacramento, Ze' Renato, Nilze Carvalho fino ad arrivare al cantautore di fama internazionale  Caetano Veloso, con il quale si è esibito nell’ultimo Sanremo di Fabio Fazio. Nei suoi ultimi lavori discografici, inoltre, non ha tralasciato d’incidere canzoni brasiliane tradotte in italiano come “Occhi negli occhi” (Olhos nos Olhos), del cantante e poeta Chico Buarque, noto per la sua battaglia contro il regime militare di Goulart, e “Treno delle Undici” (Trem das Onze) del musicista Adoniran Barbosa.
     

    “Mediterraneo – Brasile, come si parlano?” chiede la direttrice di I-Italy, “Si parlano benissimo, la Saudade, la famosa nostalgia-malinconia brasiliana è quella di un popolo che vive vicino al mare ed è continuamente in viaggio, è la stessa nostalgia che hanno a Napoli ”.  Collegandosi a questo concetto ci parla della sua poca attitudine agli spostamenti, al dormire negli alberghi, al mangiare nei ristoranti, “da ragazzino non volevo uscire dalla mia stanza”, dice sorridendo.
     

    Quando la Airos accenna al suo rapporto con Enrico Rava, ritorna indietro nel tempo con un breve excursus vitae: “ L’ho incontrato nel ’96 ed è la persona che ha avuto più fiducia nelle mie capacità”. La stima di Rava l’ha incentivato a credere di più nel suo potenziale. La musica come esperienza di vita, non solo come semplice studio. Il merito di Rava sta proprio in questo efficace insegnamento.
     

    Alla fine dell’intervista ci confida che trova in New York un ambiente stimolante sotto il punto di vista culturale e musicale, nonostante abbia una predilezione per i piccoli centri. Subito prima della sua esibizione al Birdland, ci confessa divertito di non avere mai una scaletta definita. L’improvvisazione regna sovrana nei suoi concerti, l’incertezza svanisce nel momento in cui appoggia le dita sui tasti del pianoforte ed inizia a scavare nella sua memoria, nelle sue sensazioni, nel suo istinto.
     

    Il concerto è stato presentato da Enzo Capua, organizzatore dell’Umbria Jazz Festival di New York, che ha introdotto il musicista accompagnato da Jesper Bodilsen al basso e Morten Lund alla batteria. Dalla scelta musicale della serata si evince tutta la sua poliedricità. Spazia da un repertorio all’altro interpretando in chiave jazz anche canzoni pop degli anni ’60 (Come Prima di Tony Dallara) a Billie Jean di Michael Jackson. Il pubblico ascolta entusiasta e divertito, intona le canzoni, ride alle battute, si sbalordisce per il suo talento. E’ un intrattenitore Bollani, gioca con gli spettatori, con i musicisti, con le note. Per il suo ultimo pezzo chiama sul palco Anat Cohen, nota clarinettista israeliana, residente a New York, definita dallo stesso Bollani “una vera e propria scoperta” in una sua intervista.
     

    Campione di genio e sregolatezza, artista di talento, musicista eclettico, il suo grande merito è quello di far appassionare i suoi spettatori alla Musica con la “M” maiuscola, trascinandoli con il suo carisma e con la sua bravura nel suo mondo interiore. Con Bollani, il jazz non ha più bisogno di essere spiegato, basta solo ascoltare il susseguirsi di note che arrivano dritto all’anima.

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