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Articles by: Emanuela Medoro

  • Opinioni

    Linguaggio della politica. Parole e Parolacce



    Mi manca l’uso quotidiano delle belle parole, quelle della lingua colta, usata da gente ben educata ed istruita, capace di esprimere idee, sentimenti ed emozioni con un lessico appropriato e concordanze morfologiche e sintattiche corrette. Non tutto questo, il turpiloquio, invece, è diventato il linguaggio usato per trasmettere concetti ed identificarsi in gruppi sociali. La politica della non politica ha contribuito in modo macroscopico alla diffusione di parole e gesti, prima ritenuti inaccettabili fra gente, diciamo così, per bene.

     
    Indimenticabili episodi segnano la mia esperienza personale di questo brutto fenomeno. Il linguaggio osceno, fatto sia di gesti, corna, dita e tutto quanto prodotto dalla straordinaria mimica italiana, che di parole, è profondamente penetrato nel tessuto sociale, rendendo di fatto impossibile, per le persone ben educate, ogni discorso che vada oltre la descrizione del cibo quotidiano e le variazioni atmosferiche. Questi ultimi argomenti registrano la diffusione di parole che indicano singolari sottigliezze. Il livello dell’acqua del fiume, che prima cresceva, si gonfiava, tracimava, inondava, allagava, sommergeva la pianura circostante, adesso esonda. Una bella giornata di sole è una bolla di alta pressione, più o meno stabile, proveniente da ovest.

     
    Il linguaggio della politica è tristemente impoverito ed involgarito. La v maiuscola nella parola movimento usata come simbolo da un partito che rappresenta in parlamento una larga porzione di cittadini italiani, è quanto meno preoccupante, per eventuali sbocchi futuri, più o meno prossimi. Ricorda troppo da vicino il me ne frego di antica memoria, che credevamo disusato e passato nel dimenticatoio. A casa mia era assolutamente vietato l’uso di quella frase, insieme alla parola casino, oggi largamente usate. Tutte le parole più volgari del linguaggio sessuale sono usate come strumento di battaglia ideologica, nelle piazze, nei bar, nei circoli, nei luoghi d’incontro ed in parlamento, in un processo di reciproca influenza.  Non riporto tutte queste parole, non è necessario, lo fanno benissimo i media nazionali.

     
     Nel mio piccolo sottolineo con dispiacere, anzi con raccapriccio, l’uso di volgari espressioni del più becero linguaggio sessuale maschilista da parte delle donne, anche di quelle generalmente ritenute colte, in un malinteso e sempre vano tentativo di sembrare autorevoli. 

     
    E’ per questo motivo che con soddisfazione ho visto crescere di rilievo, a livello nazionale, il giovane toscano, portatore di una favella articolata, forbita, ricca, e di una cultura civile capace di adattare il linguaggio a luoghi e situazioni. Inoltre è liberatorio dalla boria dei ricchi il fatto che il giovane non è titolare di un patrimonio personale stellare da spendere nell’arena politica. Il ché, oggi, è una salutare boccata di aria fresca.  Riuscirà il giovane Matteo, di solide radici culturali toscane, a far cadere nel dimenticatoio l’ondata di rozza volgarità che soffoca me e tante altre persone ben educate? Riuscirà a risciacquare in Arno, almeno per quanto riguarda la comunicazione, i panni sporchi dell’Italia di oggi?

     


     
     
     


  • Arte e Cultura

    Il Capitale Umano di Paolo Virzì

    La vicenda, un giallo con un morto ammazzato e la ricerca del colpevole, è raccontata in modo scaltro ed avvincente, mettendo in sequenza il punto di vista dei personaggi. Lascia con l’amaro in bocca, senza speranza perché mostra una fetta di umanità fatta di squali e vampiri, gente priva di valori e sentimenti, dedita soltanto al denaro ed ai lussi.
     

    Il capitalista: è il titolare di un fondo d’investimento, che promette interessi dal 30 al 40% su capitali che accetta a partire da mezzo milione di euro, che, secondo il contratto, devono costituire il 20% del patrimonio dell’investitore.  Avuto un capitale di 700.000 mila euro, liquida l’investitore con un assegno di 70.000 euro, dicendo che purtroppo le cose non sono andate come previsto.
     

    Il furbetto: un immobiliarista senza troppi scrupoli, avido di danaro e di crescita sociale crede alle promesse del capitalista, entra a contatto con lui frequentando i suoi preziosi campi da tennis. Con qualche successo nello sport riesce a costruirsi con lui un apparente rapporto di amicizia. Ed investe nel suo fondo una somma che non aveva, presa in prestito da una banca.
     

    La moglie del capitalista: da giovane ebbe qualche aspirazione artistica e fece delle esperienze di attrice di teatro. Abbandonò l’arte per sposare il capitalista.
     

    Lo scrittore e regista teatrale: la moglie del capitalista prende un vecchio teatro abbandonato, con l illusione di riportarlo all’attività originale. Entra in contatto con un teatrante da strapazzo, con cui intreccia una relazione, illudendosi di poter diventare un’attrice professionista. Quando i locali del teatro vengono destinati a diventare appartamenti, lui la scarica malamente, togliendole ogni illusione.

    Il figlio del capitalista: giovanissimo, alcolizzato.

    La figlia del furbetto: in cerca della sua felicità, frequenta tipi poco raccomandabili. Tralascio volutamente di parlare di un amico di quest’ultima, per non svelare il finale. La storia prende il titolo da lui.
     

    Ambiente: la Brianza, ville eleganti e strade perfette, prati e macchine importanti, campi da tennis e piscine. Potrebbe essere qualunque altro luogo abitato da ricchi, in Italia o nel resto del mondo.

    Un amaro ritratto del capitalismo nell’Italia di oggi che non ha bisogno di commenti. 

  • L'altra Italia

    La Traviata alla Scala e le perplessità


    Unisco qualche piccola osservazione personale, da semplice spettatrice senza alcuna pretesa, al coro di articoli generalmente favorevoli, ma non privi di qualche critica, apparsi sul web subito dopo la fine dello spettacolo.

     
    Ho visto l’opera al cinema, sul grande schermo. Mi aspettavo che gli operatori della televisione avrebbero   proiettato lo spettacolo dal punto di vista di uno spettatore di platea, oppure dei palchi centrali del teatro. Immaginavo di vedere l’intero palcoscenico, la scena ed i cantanti, con qualche colpo d’occhio sull’orchestra. Non così, per cui mi ha fatto una impressione non sempre gradevole l’ indugiare insistente sui primi piani dei volti e dei corpi dei cantanti e degli arredi di scena. Certi particolari meglio non vederli.

     
     La infelice storia d’amore di Violetta Valery ed Alfredo Germont   esiste ancora oggi nella mente di tutti, in tutto il mondo, perché Giuseppe Verdi ha creato per loro una musica magica ed immortale, coinvolgente, che tocca i sentimenti profondi, estrania dalla realtà immediata ed apre le porte   del sogno. Splendida l’orchestra diretta da Daniele Gatti, applauditissimi i cantanti, la protagonista tedesca   Diana Dumrau, il tenore polacco Piotr  Beczala ed il baritono serbo Zeljco Lucic. Parecchi buuuu, invece, quando è apparso il regista, insieme agli applausi durati a lungo. Mi è dispiaciuto stare in un cinema e non poter manifestare il mio sentito    apprezzamento per l’orchestra ed i cantanti insieme al pubblico del teatro alla Scala che applaudiva in piedi.

     
    Cerco di spiegare i buu per la regia. Ha suscitato perplessità l’eccessivo realismo della regia di Dimitri Tcherniakov. Francamente un Alfredo Germont con la giacca con gli spacchetti laterali e senza cravatta è piaciuto poco, ancora meno Violetta, nella seconda parte una casalinga con un vestitino marrone col colletto di pizzo. Inoltre è apparso strano vederli in una grossa cucina tradizionale piena di pentole, Alfredo chino su un tavolo ad affettare zucchine e tagliare un bel mazzo di sedano mentre canta un’aria piena di pathos. Ancora, mi ha suscitato un secco no vederlo chino sullo stesso tavolo mentre ammassa la pasta e versa la farina sull’impasto. Bastano dei piccoli ma significativi particolari negli arredi di scena per comunicare il calore del focolare domestico. Stessa perplessità per quella cantante del coro mascherata con piume da Sioux, fuori luogo. Forse non ho capito bene di che cosa si trattava, forse ancora, tutto questo è di secondaria rilevanza.

     
    Conta la musica di Giuseppe Verdi. Eterna, un immortale patrimonio dell’umanità che l’Italia ha dato al mondo. Dobbiamo esserne orgogliosi.


  • L'altra Italia

    Margherita Hack. Riposi tra le stelle


    Se ne è andata Margherita Hack, definita dalla stampa nazionale “la Signora delle Stelle”, una definizione che la colloca accanto ad un’altra italiana signora della scienza, Rita Levi Montalcini.

    Per Margherita Hack ho un ricordo personale da esporre, la sua partecipazione, nel maggio del 2011 alla prima edizione di “Volta la Carta”, una manifestazione culturale che ebbe luogo a L’Aquila, nella Cartiera del Vetoio, con la partecipazione di tanti scrittori e personaggi della cultura italiana. La vidi scendere le scale che collegano il piano alto della cartiera, dove erano in esposizione i libri degli autori partecipanti, dirigendosi verso la sala degli incontri. Per lei la sala era gremita, un pubblico di gente giovane e meno giovane la accolse con un sentito e prolungato applauso. 
     
    Non fu una conferenza, ma un dialogo fra lei ed il professor Marco Santarelli, docente presso la facoltà di Scienza delle Comunicazione dell’Università di Teramo. Il colloquio fra i due si svolse intorno a tre temi: la libertà della ricerca scientifica, le fonti di energia ed i problemi connessi all’uso del nucleare ed all'eliminazione delle scorie, e la mistificazione dell’informazione. Riporto in breve alcuni passi di quell’incontro, nel tentativo di dare un piccolo contributo alla conoscenza di questa donna straordinaria.
     
    Sul tema della libertà nella ricerca scientifica, la sua idea guida fu: libera ricerca in libero stato, slogan che è anche il titolo di un suo libro. All'obiezione di una signora circa la ammissibilità etica di alcune ricerche, la Hack fece una chiara e precisa distinzione fra ricerca scientifica ed applicazioni pratiche: la ricerca pura, dedita alla ricerca delle leggi fondamentali della natura, deve essere libera. Le applicazioni tecnologiche, invece, devono essere mirate al benessere della comunità.
     
    Durante quell’incontro, si passò al tema dell'informazione e della divulgazione scientifica. Le riusciva benissimo, aveva una naturale predisposizione al contatto con il pubblico, sapeva raccontare in modo semplice e chiaro fatti complessi e difficili. Nel caso particolare dell’evento sismico dell’Aquila, lei sosteneva che questo fu troppo gonfiato dal punto di vista mediatico. Ricordò poi i troppi colpi di spugna passati su situazioni complesse, e rivolgendosi agli aquilani, invitò a non accettare questa strategia, ed a stare lontani da fonti di comunicazione invadenti ed inutili.
     
    Concludo questo piccolo contributo alla memoria di una grande donna citando due sue idee, trovate su Facebook: “Ai giovani vorrei dare un consiglio: scegliere la professione che interessa di più. Quando dovete decidere cosa studiare, non pensate solo a cosa vi permette di trovare lavoro, ma quello che vi piace veramente. Poi fatelo seriamente. Alle ragazze, in particolare, consiglio di avere più fiducia in se stesse e pretendere che i loro diritti vengano rispettati. E, da ex sportiva, voglio dare un ultimo consiglio a tutti: affrontate la vita come si affronta una gara. Con la voglia di vincere.”

    In ultimo, voglio citare una sua frase trovata su Facebook: “Sono atea, se dopo la mia morte incontrerò Dio, gli chiederò scusa”. Ammetto di essere curiosa di sapere come si è svolto questo capitolo finale della vita di Margherita Hack. Che riposi in pace fra le stelle.
     


  • L'altra Italia

    Dublino.BLOOM’S DAY. Festa per un personaggio inventato



     
    DUBLINO - E’ una festa popolare a Dublino, il 16 giugno, la giornata che ricorda la passeggiata per le vie della città fatta da Leopold Bloom, uno dei protagonisti dell’Ulisse di James Joyce. Si vede per la strada gente vestita in abiti primo novecento, donne con gonne lunghe, giacche a vita, camicette di pizzi e merletti e cappellini stravaganti, uomini in abiti generalmente chiari, bombetta ed ombrello. Partecipano alle passeggiate del ricordo, tante, organizzate secondo itinerari diversi, proposti da varie agenzie turistiche o culturali. E quando i dublinesi salutano dicono: Happy Bloom’s Day, un augurio di benessere per un giorno speciale. Mi ricorda, arbitrariamente, il nostro Buon Ferragosto.
     
    Non c’è niente di simile in Italia, le nostre feste nascono dalla fede popolare in santi e madonne più o meno miracolosi. Questa festa di Dublino nasce, invece, da un personaggio inventato da uno scrittore del luogo, oggi ritenuto un genio, domani chissà, ed è una celebrazione della creatività artistica irlandese. L’opera di James Joyce è un esempio di cultura alta, forse di difficile comprensione per non addetti ai lavori anche in Irlanda,  ma resa popolare a Dublino e nel mondo.     
     
    Incontro allo Stephen’s Park una classe di studentesse americane di Pittsburgh guidate dai loro insegnanti, arrivate dall’altra parte dell’oceano per una densa giornata joyciana. Due uomini, un attore ed un cantante con chitarra, celebravano il ricordo. Letture di brani del romanzo, dai capitoli di Nestore e Telemaco, si alternavano a canzoni. Memorabile la sosta in Leinster Street South, Lincoln Place, da Sweny the Drugist, un negozio tenuto tuttora da volontari come era un secolo fa, il luogo perfetto per letture giornaliere delle opere di James Joyce.
     
    Da non dimenticare il sapone al limone, che Mr Bloom comprò fermandosi lì durante la sua passeggiata. La più bella libreria di Dublino, Hodges Figgis in Dawson Street, offriva lectures, da mezzogiorno in poi. Pensavo si trattasse di conferenze fatte dagli studiosi dell’autore, invece no, erano letture di brani dal romanzo fatte da un gruppo di attori per un pubblico di letterati ed appassionati provenienti da tutto il mondo.
     
    Poi c’erano i giri organizzati dal Joyce Centre, guidati da esperti locali per un’ora, in genere studenti o studiosi di letteratura inglese che leggono e spiegano passi dal romanzo. E qui si entra in contatto con la ricchezza e la varietà di eventi, cultura, personaggi, fra ricordi ed interpretazioni dei fatti di Dublino. Alle tre del pomeriggio mi è capitato il giro per Dublino Nord, guidato da una giovane irlandese, sicuramente studiosa di letteratura e culture locali, nei luoghi dell’infanzia e della prima giovinezza di James Joyce, oggi ritenuti luoghi poco raccomandabili per la sicurezza personale. C’era anche altro in giro per la città, per esempio i festeggiamenti in Phoenix Park, il più bel parco di Dublino, estesissimo, mille sfumature di   verde.
     
    E così per la prima volta ho sentito da voci native le varie intonazioni, diciamo pure le musiche, della ricchissima variegata lingua di James Joyce. Ritmi diversi per stili diversi, cantilenante, liscio scorrevole, fortemente ritmato. Una gioia per orecchie amanti delle mille sfumature dei suoni  e ritmi della   lingua inglese, notissima, inseguita, studiata, amata o odiata, venduta a caro prezzo dagli operatori del settore, sempre di difficilissima comprensione per non nativi. Per me ha un fascino irresistibile, per alcuni un ostacolo insuperabile.
     
    Duplice l’effetto di queste celebrazioni per uno straniero, da un lato incuriosiscono, dall’altro estraniano, sono fatti ignoti e lontani, forse anche a parte della popolazione locale, dedita a ben altri interessi, business, tifo per le squadre locali, sesso e grandi bevute di birra nei pub. Ma è proprio questo che la creatività di un grande artista locale comunica a pubblici di tutto il mondo, anche a quelli di lingue diverse. Un viaggio da ripetere.
     



  • L'altra Italia

    Roma, "La Grande Bellezza" triste della nobiltà

    Protagonista una terrazza da sogno, ampia e circondata da ricca vegetazione, affacciata direttamente sul Colosseo, arredata come un salotto pregiato, unico al mondo, frequentata da un ristretto gruppo di intellettuali ed eccentrici di varia provenienza.
     

    Tra questi spicca il protagonista. Jep Gambardella, interpretato da Tony Servillo, è un uomo sulla sessantina, che vive della rendita fornita dal successo di un suo unico romanzo, che a suo tempo fu un successo, mai più ripetuto, assorbito l’autore dalla voluttà di una sorta di dolce vita romana dei nostri giorni, fatta di cinismo e saggezza, ma, soprattutto, di pigrizia, una pigrizia invincibile, nutrita dal clima mite ed assolato e dai tramonti spettacolari che tingono cupole e campanili.

    Simile a lui un commediografo interpretato da Carlo Verdone, con i baffi questa volta, che deluso ed inaridito dalla sua Roma superficiale e vuota, se ne torna al paesello natio, abbandonando teatri ed amici. Spicca tra i protagonisti anche un principe della chiesa, un cardinale vecchio e cinico, assiduo frequentatore di nobiltà ed intellettuali, dalla oscura fama di esorcista, esperto di riti per scacciare Satana. Una donna ultracentenaria in fama di santità rappresenta la chiesa di base, quella vicina ai più sventurati del mondo: “La povertà si vive, non si racconta”, sussurra lentamente a chi le chiede di narrare le sue esperienze. La folla è composta da gente della più variegata provenienza sociale, spiccano uomini e donne di mezza età alla ricerca patetica dei piaceri e delle emozioni della giovinezza perduta. E’ rappresentata a lungo e lentamente durante gli sballi notturni, volti e trucchi disfatti, corpi sudati si agitano senza posa.

    Secondo me il film è da vedere non tanto per questi protagonisti, tutto sommato tristi e deprimenti, lontani dalla quotidianità della buona borghesia romana professionale e laboriosa, quanto perché porta alla luce luoghi meravigliosi, interni ed esterni, chiusi, proibiti a visitatori e romani. Dimore principesche, parchi circondati da rovine di epoca imperiale, piscine, statue, pitture, ornamenti, architetture contemporanee sovrapposte a quelle classiche, tutto abilmente celato dietro mura insuperabili.

    Vengono delle domande a proposito dei pochi abitanti di queste favolose dimore, ora che i comunisti non ci sono più e che in parallelo non esiste più neppure l’unità politica dei cattolici, che potere hanno? Politico, finanziario, economico? Che fanno? Che valori sostengono? Dove trovano la loro ragione di vita? Misteri oscuri di Roma. Bellissima ed eterna. 

  • L'altra Italia

    Il senso dell'appartenenza

    “Ho acquistato un senso dell’appartenenza che non avevo mai sentito”,  “non siamo buoni né a ricostruire né a protestare”. Due delle tante frasi colte durante lo spettacolo di cine-teatro “Aquilane, voci e visioni da una città dispersa” messo in scena a Monticchio, Gran Teatro Parco delle Arti, domenica 19 maggio 2013. Lo spettacolo è stato pensato e realizzato da associazioni aquilane che operano nel campo dello spettacolo: Animammersa, Big Sur, Officina Visioni in collaborazione con la Società “B. Barattelli”. E’ uno spettacolo coinvolgente, commovente, fatto fondendo  varie tecniche comunicative: parola, musica e immagini.

    Mi pare dunque doveroso ripensare a qualche aspetto della recente storia aquilana da cui questo spettacolo germoglia. Subito dopo la fine della guerra, dal 1945 ad oggi, a L’Aquila c’è stato un fiorire di iniziative a carattere culturale, che hanno portato alla nascita della Società dei Concerti intitolata a Bonaventura Barattelli, seguita da tante altre istituzioni nate nel campo musicale, quali il Conservatorio “Casella”, I Solisti Aquilani e l’Istituzione Sinfonica Abruzzese. 

    Nel campo delle arti figurative, dall’esperienza e dall’opera di tanti artisti aquilani, sono nate l’Accademia delle Belle Arti, l’Accademia dell’ Immagine. Inoltre sono nati ed operano, nonostante tante difficoltà, il Teatro l’Uovo ed il Teatro Zeta che hanno svelato ed insegnato i segreti del palcoscenico a tanti giovani aquilani. Tutto ciò mentre l’Università degli Studi statale, motore di attività di ricerca in campo umanistico e scientifico, fioriva e cresceva per numero di studenti e qualità dell’ offerta formativa.
     

    E’ da questo fertile, ricchissimo ed operoso terreno di ricerca ed impegno culturale che nasce uno spettacolo come “Aquilane”. Ha ripercorso tutta la vicenda del sisma e del dopo sisma, fondendo esperienze teatrali, cinematografiche e musicali.

    Partendo dalla rappresentazione delle macerie materiali ed umane di quella notte, passa a rappresentarne il seguito, puntando l’attenzione sul progetto C.A.S.E., che, dando un’abitazione provvisoria/permanente a molti, ha di fatto dimenticato nell’abbandono totale il vecchio centro storico.

    E’ un progetto alternativo e sostitutivo della sua ricostruzione che rende difficilissimo, e forse per molti impossibile, il ritorno alle case d’origine, quelle vere. Dunque ecco nascere sentimenti di appartenenza alla comunità forse prima ignorati o meno sentiti, e desideri di protesta, mai espressi del tutto e sempre da una sola parte della popolazione. Non dimentichiamo che ancora oggi c’è chi dice che L’Aquila, nella sua tragedia, ha avuto molto, forse troppo, volutamente ignorando l’opinione di chi avrebbe preferito minori spese per il provvisorio e un maggiore ed immediato impegno per il centro storico.
     

    Dunque questo spettacolo è una bellissima ed efficace espressione dell’aquilanità verace, fatta di cultura antica e recente, coltivata e praticata con passione da tanti, ieri ed oggi, e che trova tecniche, competenze ed abilità per esprimere la difficilissima realtà ed i sentimenti  di oggi, nella bellezza dell’arte. Bellissimo, un ottimo motivo in più per la partecipazione dell’Aquila al concorso di capitale della cultura ’19, sfida quasi impossibile, vista la concorrenza delle altre città aspiranti al titolo, ma fortemente stimolante, per tutti quelli che amano mettersi in gioco per trasformare sogni in realtà.

  • L'altra Italia

    Paolo Nespoli. Un Ulisse dei giorni nostri


    Il 17 maggio 2013, grazie all’interesse ed all' impegno del professor Sandro Cordeschi, docente di Filosofia e Storia al Liceo Scientifico de L’Aquila, gli studenti ed i professori del liceo hanno conosciuto Paolo Nespoli, astronauta.


    Durante un intervento partecipato con passione ed interesse dal pubblico presente, l’astronauta ha narrato il percorso di impegno e lavoro che lo ha avvicinato alle stelle. Dopo il liceo, entra alla scuola per paracadutisti di Pisa dove rimane fino a 26 anni. Poi si iscrive ad una facoltà di ingegneria spaziale negli USA, al termine della quale è chiamato ad una scuola per allievi astronauti a Houston. Seguono due missioni spaziali, una di 15 giorni, ed un’altra, ben più impegnativa, di sei mesi, parte di equipaggi a cui partecipavano anche donne. Ciascuna di queste missioni è stata preceduta da due durissimi anni di addestramento teorico e pratico in laboratori americani e russi.

     
    Secondo l’astronauta Nespoli, curiosità e bisogno di conoscenza sono le spinte prime necessarie a realizzare avventure di viaggi di esplorazione e di scoperte, dall’Odissea ai giorni nostri. Oggi i viaggi più difficili e complessi sono quelli spaziali, extraterrestri, cioè fuori dal nostro mondo, che svincolando uomini e cose dalla forza di gravità della terra aprono orizzonti e mete infiniti;  in questo caso la parola infinito assume i significati di cifre quasi incomprensibili a mente umana, o meglio, comprensibili ad una ristretta cerchia di addetti ai lavori, per quanto riguarda la misura dello spazio e la durata del tempo per percorrerlo. Il relatore ha inoltre sottolineato che andare nello spazio è un investimento per il futuro, non una spesa a perdere, perché schiude possibilità di conoscenze nuove nella scienza, tecnologia e medicina, applicabili ed utili in questo mondo. In breve, le esplorazioni spaziali comportano ritorni secondari che hanno valori economici, educativi e di politica internazionale in quanto incoraggiano la cooperazione fra stati. 

     
    Straordinarie immagini dell'interno di stazioni spaziali e  della terra vista dallo spazio hanno accompagnato le parole chiare e precise dell’oratore.
    Per chi sognasse di esplorare lo spazio in missioni per ora inimmaginabili, ma possibili in futuro, ritengo utile riportare la conclusione dell’ intervento, in cui Paolo Nespoli ha elencato ciò che un candidato deve avere e fare per realizzare il suo sogno.
    Avere: passione, coraggio, decisione, senso di sfida, perseveranza, disciplina, capacità di capire anche quando si deve disubbidire.

     
    Sviluppare: conoscenza, forma mentis, preparazione tecnica, leadership/fellowship (capacità di guida e di appartenenza ad un gruppo) , etica ed integrità.

     
    Consigli: procedere per piccoli passi, imparare dagli errori, senso di autocritica, non essere permalosi, guardare avanti, tenere i piedi in terra. Quest’ultimo consiglio profondamente vero anche se vagamente ironico per uno che vuole sperimentare l’assenza di gravità. Il futuro è nostro, dobbiamo solo osare sognare,  pensare a cose impossibili, svegliarci e farle diventare possibili.

     
    Evidentemente questo ultimo consiglio è valido per tutte le età, prima, seconda, terza ed oltre, visto che Paolo Nespoli ha sottolineato che John Glenn ha portato a termine un volo a 76 anni. 


  • Fatti e Storie

    Batman e Joker, L'America di ieri e di oggi

    Il 20 luglio 2011, nel Century Movie di Aurora, CO si dava la prima del film the Dark Knight Rises, della serie di Batman. Ci fu una strage con 12 morti e 58 feriti, fatta da un uomo che diceva di essere Joker. Da questo tragico episodio prende spunto il libro, Batman e Joker, volti e maschere dell’America, di Giuseppe Sacco, Sankara ed. Roma, 238 pagine, che propone una storia politica del cinema americano.

    L’autore, professore ordinario di relazioni internazionali, svolge attività di giornalista ed ha lavorato a Parigi ed al MIT. Attraverso l’analisi dell’evoluzione del personaggio principale, i suoi rapporti con gli antagonisti, l’autore narra tutti i cambiamenti dell’America di oggi, a partire dal 1989, anno in cui fu fatto il primo film della serie. Le parole che appaiono nel titolo del libro, volti e maschere, indicano il punto di vista attraverso cui l’autore esplora le storie di Batman. Egli ricerca la differenza fra ciò che appare e ciò che in realtà è ed è stata l’America ed il mondo occidentale in generale, ne osserva e descrive la complessità, i molteplici aspetti ed i rapidi cambiamenti del male da combattere: corruzione diffusa, traffici illeciti, attività che distruggono l’ecosistema, terrorismo interno ed esterno.

    I capitoli del libro seguono la successione della produzione dei film. I primi film di Batman furono fatti ad Hollywood per la regia di Tim Burton e Joel Schumacher. A partire dal 2005, sono stati realizzati in Inghilterra per la regia di Paul Nolan. Da notare che le storie dei film non hanno un solo autore, sono create e sviluppate da vari scrittori e disegnatori di fumetti. Nati come film d’intrattenimento o di svago, con immagini, movimento, musica ed azione offrono storie ambientate a Gotham City, immagine simbolo dell’America, nello scorrere delle epoche segnate dalle presidenze Reagan, Clinton, Bush ed Obama. Difficile quindi sintetizzare tutte le trasformazioni ed i complessi aspetti dei personaggi e delle vicende narrate, per cui riporto a grandi linee notizie sui protagonisti dei film.

    Batman con un infanzia difficile, prima precipitato nel pozzo del pipistrelli, poi spettatore dell’assassinio dei suoi genitori, eredita una fortuna, fatta di danaro e tecnologia avveniristica. Vive di giorno una vita lussuosa e si trasforma di notte in una specie di crociato combattente per l’ordine e la legalità a Gotham City, dove prosperano malavita, corruzione e traffici illeciti.

    Joker, il primo dei suoi nemici, un capobanda criminale, è, nei primi film, una specie di psicopatico masochista, metà delinquente e metà istrione con ambizioni politiche spontanee ed innate, vuole essere riconosciuto dalla società come leader, ed avere la sua faccia stampata sul biglietto da un dollaro. Successivamente diventa un eversivo, fautore del caos.

    Cito anche, perché di grande attualità, il personaggio Harvey Dent, una figura fragile, l’onesto magistrato eletto che diventa Harvey Two- face, nello scontro con la realtà che delude le sue speranze di un mondo migliore a Gotham City. Bruce Wayne riassume in una frase il suo destino: “Uno può morire da eroe; o vivere abbastanza a lungo da passare dall’altro lato.”

    A loro si uniscono altri personaggi maschili e femminili necessari alla dinamica delle storie. Da notare che con il passare del tempo ed i cambiamenti di regia le caratteristiche dei personaggi mutano profondamente.

    Fra le tante ed acute osservazioni del libro, ne riporto una che mi sembra particolarmente interessante per capire l’orgoglio patriottico americano. Bruce Wayne/Batman ritiene di essere legittimato nelle sue imprese notturne dal dolore, ha conosciuto violenza e crudeltà, e quindi ritiene di aver acquisito un’umanità superiore che gli consente di riconoscere e di poter combattere il male. L’autore G. Sacco collega questo aspetto della personalità di Batman con la storia dell’America. Ancora oggi, infatti, alcuni gruppi di protestanti sono convinti di possedere la formula di una società moralmente superiore perché essa fu creata da uomini che avevano sofferto in Inghilterra ed in Europa per l’oppressione religiosa e sociale e che furono profondamente rinnovati dalla dura traversata dell’Atlantico, assimilata al passaggio del Mar Rosso di Mosè e degli Ebrei, verso la terra promessa.

    Riporto poi l’idea fondamentale del film Batman Forever, pagg. 92,93, di particolare attualità in Italia: “… la minaccia è rappresentata in primo luogo dalla videocrazia, come frutto della convergenza tra ricchezza privata e crescita esplosiva del potere che viene dal progresso dell’industria delle telecomunicazioni. Operando di concerto, se non riuniti nelle stesse mani, danaro e potere mediatico rischiano di mettere in ginocchio e rendere impossibile l’esistenza di qualsiasi società fondata sul consenso democratico informato, ed in generale sulla possibilità di ciascuno di pensare con la propria testa.”

    Il libro arricchisce la nostra conoscenza del pianeta America, dei delicati e complessi meccanismi interni dei sistemi democratici, sottolinea anche le profonde differenze culturali col mondo anglo-sassone europeo. Interessante ed utile, dunque, non solo per gli affezionati lettori di fumetti e spettatori dei film di Batman ed il suo stuolo di nemici da battere, ma anche per chi, come me, allergica ai pipistrelli, non li ha mai visti.

  • Fatti e Storie

    Emergency. Il significato delle parole

    Human rights based medicine, medicina fondata sui diritti umani.

    Durante l’incontro tenuto il 6 settembre 2012 nel megatendone di Emergency, esteso su tutta Piazza Duomo, 1000 posti a sedere, Cecilia Strada ha ampiamente spiegato di che si tratta. È un elementare concetto di democrazia, applicato alla medicina: un ospedale dove tutti, ricchi e poveri possano ricevere le stesse cure, a livello di eccellenza. Niente cliniche private, niente viaggi della speranza.

     

    Siamo ad un concetto, ad un sogno o qualcosa di simile, che è l’esatto opposto dell’idea di medicina spiegata, per esempio, dai repubblicani americani durante le campagne elettorali. Estendono il concetto di libero mercato, fondamento di tutte le loro tradizioni culturali, politiche e sociali iper liberiste,  anche alla medicina, sostenendo che l’ammalato deve poter scegliere le cure necessarie nel libero mercato della salute, senza nessuna forma di intervento dello stato a tutela del diritto alla salute.

    Insomma, nella loro logica, chi paga di più è curato meglio. A tanta gente non resta che  fare i conti con il bilancio personale prima di decidere se, come e quando curarsi. 
     

    Fuori di questa ottica, non solo nelle parole, ma nei fatti, il progetto Emergency dei Polibus. Riporto le notizie seguenti dall’articolo di Simonetta Gola, pubblicato sulla rivista di Emergency in distribuzione in piazza.

    Due pullman , trasformati in ambulatori portano assistenza sanitaria a chi non ha la possibilità di essere curato. “Offrono cure mediche a migliaia di invisibili: uomini e donne che lavorano e vivono in condizioni disumane, a volte senz’acqua, a volte senza un tetto, spesso senza speranze, sempre senza diritti.” (Cecilia Strada).  Sono nati perché dal 2006 a oggi i bisogni delle fasce più deboli della popolazione sono cresciuti: una cultura politica improntata all'esclusione e tagli sempre più consistenti alla spesa pubblica hanno messo in discussione anche i diritti fondamentali.”

    La scorsa estate i Polibus hanno operato negli aranceti di Rosarno, tra i nomadi di Arpinova, nel campo profughi di Manduria, dove uomini e donne vivono “in condizioni vicinissime alla schiavitù ed emarginati senza diritti”. Ora sono in Emilia, perché è lì che n’è più bisogno.
     

    Diritti. Di diritti negati se ne è parlato a lungo sotto il megatendone di Piazza Duomo, da tanti punti di vista. Presenti relatori di diversa cultura e diverse esperienze: Cecilia Strada, Giancarlo Caselli, Maurizio Landini, Vauro , don Pino de Masi, ed il sindaco Massimo Cialente, coordinati da Corradino Mineo. 

    Sono stati elencati: diritto alla salute, diritto al lavoro, diritto all'istruzione, diritto al cibo, al gioco. Diritto di sognare, per i più giovani ed anche per i meno giovani, perché no? Un sogno da realizzare può diventare una ragione di vita. A qualunque età.

    Fa piacere sentir rispuntare fuori la parola diritti, dopo tanto sentir parlare di competizione, globalizzazione e profitti.  Se ne parlava di diritti, qualche decennio fa, nel dopo sessantotto.

    Purtroppo, anni di bombe, stragi e morti ammazzati senza colpevoli. Per cui di diritti, soprattutto di quelli dei lavoratori, ad un certo punto non se ne è parlato più, sono diventati un qualcosa di fastidioso, meglio non pensarci, generano polemiche feroci. Oggi la parola rispunta fuori, con tanta forza e tanta rabbia. Rinasce dalla eccessiva concentrazione di potere economico, politico e finanziario in pochissime mani, dall’eccesso di tagli della spesa pubblica, pudicamente (o furbamente?) chiamati spending review, dalla crescita di eccessive differenze economiche, dalla diffusione crescente della povertà, dal forte impoverimento delle classi medie lavoratrici. Negli anni ’50 erano poveri quelli senza lavoro, oggi sono poveri anche quelli che lavorano, un lavoro solo non basta più per tirare avanti, e spesso neppure due.

    Ondate di applausi calorosi dal pubblico presente, tanti volontari di Emergency provenienti da tutta Italia, ed anche un po’ di aquilani.

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