header i-Italy

Articles by: Maria rita Latto

  • Fatti e Storie

    Legge sulle intercettazioni. Strano Paese l'Italia!

    ROMA. Strano paese l’Italia. Mentre in tutti Parlamenti del mondo si dibatte su tematiche attuali ed urgenti come la crisi economico-finanziaria, qui da noi sembra che l’emergenza sia il pericolo che i giornali ed i media in generale rendano note le intercettazioni telefoniche.  
     

    Grazie al decreto legge votato pochi giorni fa al Senato con la “blindatura” della fiducia (istituto parlamentare usato per compattare la maggioranza parlamentare o per evitare l'ostruzionismo dell'opposizione) uno strumento d’indagine fondamentale come le intercettazioni non sarà più come prima.

    Prima della votazione al Senato ci sono state sedute fiume a Palazzo Madama, in Commissione Giustizia per fissare il testo base della legge. Certo, ha colpito constatare che i lavori di questa Commissione si siano protratti per giorni, fino a notte fonda, in sedute interminabili, persino in giornate come il lunedì o il venerdì, a ridosso del week end, in cui di solito al Senato non si vede neanche l’ombra di un senatore.

    Evidentemente, la materia era di tale importanza da richiedere un sacrificio di questa portata. Il giorno della votazione, mentre i senatori si apprestavano ad approvare la legge, che ha ottenuto 164 voti a favore e 25 contrari, i parlamentari dell’Italia dei Valori, partito il cui leader è Antonio Di Pietro, hanno occupato l’aula del Senato fino a quando non sono stati allontanati con la forza. Al momento della votazione i senatori del Partito Democratico sono usciti dall’aula, mentre fuori dal Senato manifestavano i giovani del movimento del Popolo Viola che si erano radunati davanti a Palazzo Madama grazie ad un passaparola in rete.

    Dopo la votazione nel Paese è iniziata una sempre più crescente protesta contro il decreto di legge sulle intercettazioni, ribattezzata “legge bavaglio”.

    Cosa cambierà? Anzitutto, si potranno pubblicare almeno “per riassunto” gli atti di un processo non più segreti. Divieto, invece, per i testi delle intercettazioni, di cui non si potrà più né scrivere né parlare, né per riassunto, né nel contenuto, fino al termine delle indagini preliminari.

    Vietata la pubblicazione di tutto quello che riguarda “fatti e persone” estranee alle indagini. Vietata la pubblicazione degli atti e delle intercettazioni destinatead essere distrutte. Chi pubblicherà un brogliaccio, a prescindere da cosa contenga, sarà punito con un mese di carcere e la multa fino a 10mila euro. Gli editori rischieranno fino a 450mila euro. Carcere fino a tre anni per chi pubblica intercettazioni destinate a essere distrutte.

    Oltre all’indagine penale, si potrà incorrere nella sospensione cautelare fino a tre mesi. Se si tratta di impiegati dello Statosarà una sospensione dal servizio, se si tratta di giornalisti la sospensione sarà dalla professione. Una volta terminato il periodo di durata massima delle intercettazioni telefoniche (75 giorni), il pm potrà chiedere una proroga di tre giorni in tre giorni, se dovesse avvertire il rischio che si stia per compiere un nuovo reato o se si tratti di una prova fondamentale.

    Inoltre, viene fissato in tre giorni (prorogabili di tre in tre) la durata delle intercettazioni ambientali. Per mafia e terrorismo si potranno effettuare intercettazioni “anche se non vi è motivo di ritenere che in quei luoghi si stia svolgendo l'attività criminosa”. Per tutti gli altri delitti si distinguerà tra luogo privato e luogo pubblico e sarà necessario avere, soprattutto per il secondo, maggiori indizi di reato.

    Se un magistrato rilascia dichiarazioni sul processo o viene indagato per violazione del segreto, potrà essere sostituito, anche se non automaticamente. Sarà vietata la pubblicazione dei nomi e delle foto dei magistratiper quanto riguarda i provvedimenti loro affidati.Per chiedere un’intercettazione telefonica o visiva e i tabulati serviranno “sufficienti indizi di reato” per i delitti di mafia e di terrorismo o “gravi indizi di reato” per tutti gli altri crimini.

    Le utenze devono appartenere ai soggetti indagati o dimostrare per gli altri che “sono a conoscenza dei fatti per cui si procede”. Ad autorizzare il pm, per ogni richiesta o proroga, che dovrà far sottoscrivere dal procuratore capo, sarà il tribunale collegiale del capoluogo di distretto cui dovrà inviare ogni volta tutte le carte.

    
E’ prevista una pena da sei mesi fino a quattro anni di carcere per chi “fraudolentemente effettua riprese o registrazioni di conversazioni a cui partecipa o comunque effettuate in sua presenza”: è il cosiddetto “comma D’Addario” ispirato da Patrizia D’Addario, la escort barese che ha registrato i dialoghi col presidente del consiglio Silvio Berlusconi durante incontri intimi a Palazzo Grazioli, residenza privata del premier.

    C’è una clausola di salvaguardia per gli 007, mentre sono stati esclusi, dopo molto insistenze, i giornalisti, pubblicisti compresi. La legge non si applicherà ai processi in corso nei quali siano già state richieste e autorizzate delle intercettazioni. Come verrà esplicitamente scritto, tutti gli atti compiuti fino al momento della sua entrata in vigore, ascolti compresi, saranno salvi.

    Ci sarà invece un anno di tempo per applicare la norma che prevede il semaforo verde per le intercettazioni da parte del giudice collegiale e non più del Giudice per le Indagini Preliminari. Se un sacerdote viene sottoposto ad indagini o arrestato, il pubblico ministero dovrà avvertire il vescovo della diocesi da cui il prete dipende. Nel caso di un vescovo o di un abate verrà avvisata la Segreteria di Stato Vaticana.

    Ovvio che tutto ciò scatenasse la reazione degli organi di stampa, innanzitutto. La FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana), autorevole sindacato dei giornalisti, ha stabilito che venerdì 11 giugno i quotidiani uscissero con una fascia a lutto ed ha convocato uno sciopero nazionale per il 7 luglio.
     

     La prima pagina di Repubblica dell’11 giugno era completamente bianca per protestare contro il ddl. “Si tratta di un colpo mortale alla libertà e siamo pronti alla disobbedienza civile”, ha annunciato la FNSI. Nel frattempo l’Italia dei Valori ha registrato un dominio in Belgio per pubblicare le intercettazioni proibite in Italia e si stanno preparando altre iniziative – come pagine in bianco o in nero – sia nei quotidiani italiani che in quelli europei.
     

    Contro la “legge bavaglio” anche l'Ordine nazionale dei giornalisti che invoca “il dovere della disobbedienza civile”, mentre l'Unione nazionale cronisti italiani chiede lo “sciopero generale immediato contro l'attacco alla democrazia”. Per la Federazione italiana editori giornali (Fieg) il ddl ha semplicemente un effetto intimidatorio.

La Commissione Ue si è detta “molto vigile” su quanto sta accadendo in Italia sul fronte del contestato provvedimento sulle intercettazioni.

    “La Commissione Europea - ha detto un portavoce - non commenta bozze di provvedimento, ma è chiaro che siamo molto vigili su qualsiasi situazione che possa creare problemi”.

Il Pd annuncia battaglia: alla Camera “sarà un Vietnam”, ha detto il vicesegretario Enrico Letta. E il capogruppo alla Camera, Dario Franceschini, assicura che il Pd “non accetterà forzature sui tempi” e sui regolamenti della Camera, i quali impongono che il disegno di legge arrivi in aula “non prima di settembre”.

    I rappresentanti del Partito della Libertà ribattono che è ora di proteggere il diritto alla privacy e che questa legge impedisce che vengano pubblicate le conversazioni delle persone indagate per alcuni reati. Certo, se fosse stata in vigore la legge gli italiani non avrebbero mai saputo della casa al Colosseo dell’ex ministro Scajola, né della “cricca” che faceva affari all’ombra della Protezione Civile. E non si sarebbero indignati ascoltando la telefonata tra i due costruttori che poche ore dopo le prime scosse del terremoto all’Aquila (6 Aprile 2009, 308 morti) se la ridevano nei loro letti per gli affari che avrebbero fatto: “Non ci sono terremoti tutti i giorni” dicevano tra una risata e l’altra.

    Il ddl mette dei paletti davvero molto importanti dal momento che, nella maggior parte dei casi, sono proprio le intercettazioni telefoniche delle prove rilevanti per poter chiamare a giudiziouna persona. Non si potranno disporre intercettazioni, non si potrà accedere ai tabulatitelefonicie non si potranno più mettere cimici, se prima non si avranno prove scottanti sulla persona che si intende indagare. Grande attesa adesso per vedere se alla Camera si riuscirà a modificare quanto votato in Senato. La battaglia è solo all’inizio.

     

  • Facts & Stories

    Giorgio Napolitano in Washington. The Italian Point of View

    Giorgio Napolitano's “business trip” to the White House on May 25, 2010, served as a reminder of the strong relations and mutual sympathy between Barack Obama and our President of the Republic. But the encounter was not covered sufficiently by our home country's media, perhaps because it took place during a period of great economic crisis, while in our country other touching topics are present these days.

    However, among the many pages of articles about Tremonti's yearly financial law or the law against wiretappings, a little space was found for some interesting evaluations by eminent analysts of international politics who expressed their opinions about the status of the relationship between United States and Italy during the Obama administration. Interviewed by the Corriere della Sera,  Richard Perle, ex-assistant Secretary of Defense and advisor to George Bush, defined Napolitano's visit as “crucial” for his country. In fact, during the days previous to the visit, the Quirinal had underlined many times how this trip to Washington of the Head of State had begun as an invitation from Obama.

    A trip organized very rapidly by the American administration, an unusual procedure, considering that the diplomatic custom and the intense agendas of commitments require such events to be set up largely in advance. In the press release, the White House underlined “Italy's strong contribution” to the world's peace operations pointing out that President Obama would be “quite happy to carry on consultations with President Napolitano after their meeting that took place last July in Rome”. Richard Perle explained to the Corriere della Sera what reasons there might be for such a rush. The ex-advisor, first of all, reminded the readers that Obama, soon after beginning his term at the White House, had communicated with Napolitano even before Berlusconi. “Perhaps he deliberately meant to keep his distances from the Italian Prime Minister.
     

    I don't know if this is true - said Perle – but I think that probably Napolitano, the first Italian Communist leader to visit America during the 1980s is respected by Obama”. Perle, making it clear that collaboration between the US and Italy exists regardless of their respective leaders, believes that the friendship between Berlusconi and Bush will probably not transfer itself to the Prime Minister's relationship with Obama. “Napolitano – says Perle – has lots of experience within party politics and the stability of your country is crucial for us”. Furthermore, in November there will be mid-term elections in America and Napolitano's visit could be read as functional to that. “Americans – underlines Perle – say that the three Is are crucial during elections: Israel, Italy and Ireland, meaning Jewish, Italian and Irish voters. It sure doesn't hurt Obama, who has his problems with Israel, to be seen with Napolitano – conludes Perle – especially around the June 2 national Italian holiday. The Democrats are in trouble and need support”.

    Another influential commentator of international politics, Sergio Romano, was contacted by many newspapers to evaluate President Napolitano's Washington visit. On the Corriere della Sera  Romano spoke about the relationship between Italy and the United States from after World War II up to the present. According to Sergio Romano, the Italian foreign policy has always based itself upon a couple of constants: European unity and friendship with the United States”.

    After Berlusconi's ascent, the Euro-Atlantic pair was set aside to privilege relations with the States. Such a choice, according to Romano, produced “modest results” within the Italian foreign policy, while Obama's victory and Napolitano's trip mark the return of the old pairing and Berlusconi will have to adapt himself to this new turning point in relations with the United States.

    In an interview in Il Messaggero, ex-ambassador Richard Gardner, the first US diplomat to open to the Communists, sees this visit as “meaningful” and defines Napolitano and Barack as “two intelligent and wise leaders, but also pragmatic”.

    “Obama wants to understand how serious the European crisis is and wants an answer from someone who, like him, believes in the European experiment. This is a great and important political success for Italy. I love your country, but I must admit that Italy's importance has faded during the past few years. Few here in Washington remember the great contribution that your country provides to peace missions, and its role in the foundation of a United Europe. Obama's motion towards Napolitano will remind everyone”.

    Of course there are those, like Ida Dominijanni on Il Manifesto, who saw the meeting as a humiliation to the “sultan”, Berlusconi, as he was defined by his ex-wife Veronica Lario. Dominijanni starts way back, from the G8 that marked the beginning of the friendship between Napolitano and Obama, arriving to the present date, with “the new understanding against the law on wiretappings. And also – continues the journalist -, it wasn't Napolitano to push for this meeting in Washington: Obama asked him, usually sparing in receiving European personalities. There's enough here to hurt the Knight's narcissism. And, you can bet on it, to feed his latest conspiracy syndrome, American this time”.

    On Il Riformista, Luigi Spinola sees Giorgio Napolitano's trip as a way to “reassure Barack Obama over the political and economical keep of the old continent”. Spinola names Richard Gardner as the one who explained to Americans that “the first (post) Communist at the Quirinal 'is a true statesman, a true democrat, and a sincere friend of the United States'. Two years later – adds Il Riformista – also Henry Kissinger, during a meeting organized at Villa Madama by Aspenia, gets close to self-criticism for the mistrust of the past”. Since that meeting in July the messages, also indirect, between Washington and Rome multiplied, culminating in the public praise pronounced by Napolitano over the health care reform, very much appreciated by Obama, and the common wavelengths over “green economy”, social issues and the situation in the Middle-East. However, according to Spinola, Europe's economic crisis and the risk of an epidemic push President Obama, “up until now not very interested in us, to take our weakness seriously. Political weakness just as much as economic. Evident in the swings of European decision makers, who, according to Giorgio Napolitano, caused 'heavy prestige losses'”.

    President Napolitano's visit to the United States also included a meeting with Nancy Pelosi which took place amid a climate of great cordiality. The Speaker of the House defined Giorgio Napolitano as “a great leader, a man of culture and defendant of democracy”, who's value is not only recognized among Italians “but also in the rest of the world”. Nancy Pelosi also said that when it was announced that the Italian President would be speaking, there were so many requests to participate on behalf of members of the House and Senate that a larger hall had to be chosen”. And finally, to crown the success of the visit in American soil of President Napolitano, she admitted: “All of us think Giorgio has the best job in the world as President of Italy”.

  • Napolitano a Washington. Il punto di vista italiano

    La “visita di lavoro” di Giorgio Napolitano alla Casa Bianca lo scorso 25 maggio ha mostrato ancora una volta come tra Barack Obama ed il nostro Presidente della Repubblica ci sia una forte, reciproca simpatia. È stato, però, un incontro a cui i media nostrani non hanno dedicato lo spazio che meritava, forse perché avvenuto in un momento di grande crisi economica e con argomenti che ormai da giorni tengono banco nel nostro Paese. Tuttavia, tra paginate di articoli sulla manovra di Tremonti e sulla legge contro le intercettazioni, hanno trovato posto anche interessanti valutazioni da parte di eminenti analisti di politica internazionale che hanno fatto il punto sullo stato dei rapporti tra Stati Uniti ed Italia nell’era Obama.

    In un’intervista al Corriere della Sera l’ex sottosegretario alla Difesa e consigliere di George Bush, Richard Perle, ha definito la visita del Presidente Napolitano “cruciale” per il suo paese. In effetti, nei giorni precedenti l’incontro, il Quirinale aveva più volte sottolineato come il viaggio a Washington del nostro Capo dello Stato fosse nato da un invito di Obama. Un incontro che era stato organizzato in tempi brevi dall'amministrazione Usa, una procedura alquanto insolita, dal momento che la consuetudine diplomatica e le agende di impegni vogliono che la data di un incontro del genere venga indicata e decisa con significativo anticipo. Nel comunicato ufficiale dell'incontro, la Casa Bianca sottolinea il ”forte contributo dell'Italia” alle operazioni di pace nel mondo rilevando che il Presidente Obama sarebbe stato “ben lieto di portare avanti le consultazioni con il Presidente Napolitano dopo il loro incontro avvenuto nel luglio scorso a Roma”.

    Richard Perle spiega al Corriere della Sera quale potrebbe essere la ragione di tanta fretta. L’ex sottosegretario, anzitutto, ricorda che Obama, poco dopo l’insediamento alla Casa Bianca, si era messo in comunicazione con Napolitano prima ancora che con Berlusconi. ”Forse intendeva tenere il premier italiano a una qualche distanza, forse un gesto deliberato. Io non so se questo sia vero - dice Perle - ma ritengo probabile che Napolitano, il primo leader comunista italiano a visitare l’America negli anni ‘80, sia stimato da Obama”.

Perle, chiarendo che la collaborazione tra gli Stati Uniti e l'Italia esiste a prescindere dai loro rispettivi leader, ritiene che forse l’amicizia di Berlusconi con Bush probabilmente non potrà trasferirsi nel rapporto che il presidente del Consiglio avrà con Obama.

    “Napolitano - dice Perle - ha molte esperienze di lotte di partito e la stabilità del vostro Paese è cruciale per noi”. Inoltre, a novembre in America si terranno le elezioni congressuali e la visita di Napolitano può essere vista anche in questa chiave. “Noi americani - sottolinea Perle - diciamo che alle elezioni sono importanti le tre I: Israele, Italia e Irlanda, cioè gli elettorati di origine ebraica, irlandese e italiana. A Obama, che oggi ha i suoi problemi con Israele, non nuoce di sicuro mostrarsi con Napolitano - conclude Perle - specialmente nell’imminenza della vostra festa del 2 giugno. I democratici sono in difficoltà ed hanno bisogno di appoggio”. 
     

    Un altro autorevole commentatore di politica internazionale come Sergio Romano è stato interpellato da varie testate per una valutazione sul viaggio del Presidente Napolitano a Washington. Sul Corriere della Sera Romano fa un excursus sui rapporti tra Italia e Stati Uniti dal dopoguerra fino ad arrivare ai giorni nostri. Per Sergio Romano la politica estera italiana si è sempre basata “su una coppia di costanti: l’unità dell’Europa e l’amicizia con gli Stati Uniti”. Con l’avvento di Berlusconi, l’accoppiata euro-atlantica fu accantonata per privilegiare il rapporto con gli Stati Uniti. Tale scelta, secondo Romano, ha prodotto “risultati modesti” sulla politica estera italiana, mentre l’avvento di Obama ed il viaggio di Napolitano segnano il ritorno alla vecchia accoppiata e Berlusconi dovrà adattarsi a questa nuova svolta nei rapporti con gli Stati Uniti.
     

    In un’intervista al Messaggero, l’ex ambasciatore Richard Gardner, il primo diplomatico USA ad aprire ai comunisti, giudica questa visita “ricca di sostanza” e definisce Napolitano e Barack “due leader intelligenti e saggi, ma anche pragmatici”. “Obama vuole capire quanto sia grave la crisi europea e lo chiede a qualcuno che come lui crede nell’esperimento europeo. Questo – continua Gardner- è un grande e importante successo politico per l’Italia. Amo tanto il vostro Paese, ma devo ammettere che l’Italia ha perso di importanza negli ultimi anni. Pochi qui a Washington ricordano il grandissimo contributo che il vostro Paese dà alle missioni di pace, e il suo ruolo nella creazione dell’Europa Unita. Il gesto di Obama verso Napolitano lo ricorderà a tutti”.
     

    Naturalmente c’è anche chi, come Ida Dominijanni sul Manifesto, ha visto l’incontro come uno smacco per il “sultano”, ovvero Berlusconi, almeno così era stato definito dalla ex moglie Veronica Lario. Dominijanni parte da lontano, dal G8 che segnò l’inizio della reciproca simpatia tra Napolitano ed Obama, fino ad arrivare ad oggi, con “la nuova intesa contro la legge sulle intercettazioni. E per di più –continua la giornalista del Manifesto -, non è stato Napolitano a sollecitare l'incontro di Washington: glielo ha chiesto Obama, solitamente parco nel ricevere personalità europee. Ce n'è abbastanza per ferire a morte il narcisismo del Cavaliere. E, ci si può giurare, per alimentare la sua ennesima sindrome del complotto, americano stavolta”.
     

    Sul Riformista Luigi Spinola vede il viaggio di Giorgio Napolitano come un modo per “rassicurare Barack Obama sulla tenuta politica ed economica del vecchio continente”. Spinola vede in Richard Gardner colui che ha spiegato agli americani “che il primo (post) comunista al Quirinale ‘è un vero statista, un vero democratico, e un sincero amico degli Stati Uniti’. Due anni dopo –aggiunge il Riformista- anche Henry Kissinger, in un incontro organizzato a Villa Madama da Aspenia, abbozza un'autocritica per la diffidenza di un tempo”.
Da quell'incontro di luglio i messaggi, anche indiretti, tra Washington e Roma si sono moltiplicati, fino al pubblico elogio della riforma sanitaria pronunciato da Napolitano, molto apprezzato da Obama, ed a sintonie sulla “green economy”, sulle questioni sociali e sulla questione mediorientale. Tuttavia, secondo Spinola, l’Europa in preda alla crisi economica ed il rischio di contagio spingono il Presidente Obama “fin qui poco interessato a noi, a prendere sul serio la nostra debolezza. Politica oltre che economica. Evidente negli ondeggiamenti dei decisori europei, che secondo Giorgio Napolitano hanno causato ‘pesanti perdite di prestigio’”.

     

    La visita del Presidente Napolitano negli Stati Uniti prevedeva anche un incontro con Nancy Pelosi che si è svolto in un clima di grande cordialità. La Presidente della Camera ha definito Giorgio Napolitano “un grande leader, uomo di cultura e difensore della democrazia”, il cui valore è riconosciuto non solo in Italia “ma anche nel resto del mondo”. Nancy Pelosi ha anche raccontato che quando fra i membri della Camera e del Senato si è sparsa la voce che il Presidente italiano avrebbe tenuto un discorso, c’è stata una tale richiesta di partecipazione che “è stato necessario scegliere una sala più grande”. E poi, dulcis in fundo, a coronare il successo della visita in terra americana del Presidente Napolitano, ha ammesso: “Noi tutti pensiamo che Giorgio abbia il miglior lavoro al mondo, in quanto Presidente dell'Italia”.

  • Art & Culture

    'Area' in New York: Italian Music-with-Ideas. Interview with Patrizio Fariselli

    Patrizio Fariselli is one of the most multifaceted artists of the Italian musical scene. Born in Cesenatico in 1951, he is considered one of the most important contemporary pianists in the world. Together with Demetrio Stratos, Victor Edouard Busnello, Giulio Capiozzo, Patrick Djivas and Paolo Tofani, in 1972, he founded the historic band "Area".

    After the band broke up he mainly worked in cinema and theater, composing music for many films such as Era una notte buia e tempestosa, Zitti e mosca, Caino e Caino, Ivo il tardivo. He also wrote for the theater, for ballets and even for L'Albero azzurro, a television show for young children.

    Among the many prizes he received during his career are the “Ciak d'oro” for best soundtrack for Ivo il tardivo and First Prize for soundtrack for the animated film The horseman by Michel Fuzellier at the Holland Animation Film Festival in Utrecht, presented by MTV.

    However, along with these compositions, he never interrupted his activity in jazz music, collaborating with many artists from the international panorama. In his multifaceted career, Fariselli returned to Area many times, founding the band over and over, presenting historic pieces again, proving the “one can't forget the first love”.

    And in fact, Area's music represented something unique within the history of Italian music, with a very personal style, distinguished by the fusion of musical components deriving from different genres, from folk to jazz, to rock, to ethnic music, all experimented often to the extremes, but always in search of new musical languages. And now, thirty-eight years since the birth of Area, Patrizio Fariselli is getting ready to set foot in New York for a series of concerts with a band called “Area Reunion”.

    We interviewed him before his departure for the United States, excited about facing this new experience. He immediately asked me to speak colloquially and began to tell me how he got into music: “I come from a family of musicians. My father, grandfather and uncle played, so I was naturally drawn towards the piano. I studied at the Conservatory in Pesaro, even though my passion for the instrument emerged as an adolescent, listening to the Bill Evans trio and jazz music. After having seen Evans live with his band, I convinced myself that music is something very, very interesting and fun”. At this point I had to ask him how Area were born: “I saw them come to life: I was living in Cesenatico, in Romagna, where Giulio Capiozzo – soon-to-become Area's drummer – lived as well. We played together a lot as kids and had promised each other to found a “stratospheric” band... and then came Demetrio Stratos (he laughs). A strange coincidence, because while I was off in the army, Giulio Capiozzo entered Stratos' band, which wasn't called Area yet, but was the band with which he played gigs. The band included musicians that would later be part of Area. When I was discharged from the army I became part of the band and soon after we came up with the definitive name and began to work on the first album. Let's say that the band coagulated around the figure of Stratos who served as catalyst and then our career began. This happened between 1971 and '72, and we recorded the first album in 1973.

    How did the name Area come about?

    It was a quote from Allen Ginsberg.

    Stratos defined the music of Area as an “internationalist type of musical fusion”. What does that mean?
    The internationalist quote was also in our name: the actual name of the band was Area International Popular Group. But the term “internationalist” was also a direct reference to our political inclination. Furthermore, our so-called “internationalism” was due to the fact that our band was in international mix of people, since Stratos was Greek, our guitarist, Johnny Lambizi was of Hungarian origins, Eddie Busnello worked in Belgium for his whole life, Patrick Djivas was of French origins. And then there was this idea of thinking big, not locally. Our internationalism, though, didn't really go beyond San Marino, since we played very little abroad, except for France and Portugal. But now we're avenging ourselves. Thirty years later our albums are sold all over the world, we are known all over, and our work has found fulfillment.

    You debuted with Arbeit Mach Frei in 1972, an album that aims to the heart. You immediately show your band's natural search of new languages, continually experimenting. But also the contents were innovative. What did you wish to communicate?
    Among the many ideas there was criticism towards the Left which was losing touch with social themes: we were trying to stimulate it on the need to reflect. Then, in a song like “Luglio, agosto, settembre (nero)”, we tackled the issue of the Palestinian problem. To even mention the organization “Black September” which had claimed to be behind the Munich Massacre of 1972, was a strong statement.

    What weight did politics have within the band?
    Politics were very important because we decided to lend a hand towards the worker movement, helping through our presence to bring solidarity towards those who worked for a better life. We never enlisted in the Party. But we introduced social themes in our lyrics, always maintaining a critical stand.

    In 1979, just before a large concert organized at the Arena Civica in Milan, Demetrio Stratos died in a New York hospital of sudden aplastic anemia. After his death what happened to Area? Did his loss lead to the end of the band?

    From a human point of view, Demetrio's death was very painful. Professionally speaking, though, Stratos had already left the band and we were already at the natural end of the project. After a decade of working together, the band was naturally breaking up, looking for different paths. Each one of us felt the need to pursue his own musical and artistic voyage in another direction.

    Has there ever been another Italian singer with the same potential as Stratos?

    It's not a matter of potential, beautiful voice or vocal power, but it's about a thinking head, a capacity of working with ideas. Stratos left many small heirs. Don't ask me for names, please... (laughs). His legacy is still present, his road was covered y other singers also internationally, and his techniques, so revolutionary then, today are common ground for young singers.

    I read on certain magazines about Demetrio Stratos' memorable live improvisations....

    Improvisations were always an important element of our work, not only Demetrio's. An exploration of the potential of our instruments is at the base of each one's work. And the voice is an instrument that we always carry along with us.   

    What are Area doing now?

    Area have taken out the old flag again, a bit as a joke, and a bit seriously (laughs again). It started from an idea of Mauro Pagani to involve us in a concert we did last year in Siena, bringing on stage people who hadn't been seen for thirty years. Behind our reunion is the will to play seriously, not like many reunions of bands who monkey around pretending to be young again.

    So you are still researching, experimenting...

    Research is at the core of everything. You cannot live off of what was done in the past....

    How do you see and live the Italian musical scene, today? Is it very different from the Seventies?

    Today, in Italy, there is no space for a band like ours. It's a very heavy moment both culturally and musically, there is only homologation and flattening. It's very tough, creativity isn't appreciated, and horrible values are commonly accepted. We live in a country of ignorants, happy to be ignorant. The situation has become much worse since the Seventies: anyone who wishes to carry on something in Italy must face a difficult climb ten times harder than it should be.

    Is there space for a music like yours?

    We create our space, nobody gives us anything...

    In an interview you spoke about the need to be “artists without mediation”. What does that mean?

    First of all it means to not be constrained by market issues. A mental posture to not have to be liked by everyone, being able to carry on a musical project that deals with the history of music in order to better itself intelligently.  

    What are Area now, only the past?

    We are musicians who have found the pleasure of playing together again, to see if something new and fun will result. If we look at the old repertoire, our behavior was always playful. But we also try to explore the possibilities of this material that at the time we might not have noticed or developed to its full potential. We will rework older pieces, but also write new ones.

    Have you ever performed in the United States or in New York?

    No, it's the first time. I had never visited the States before. At the moment we have a small number of selected gigs. The New York event is promising and we'll have fun. We will play at the Italian Cultural Institute and also in a local Auditorium called the Brecht Forum. Then we will meet with some musicians of the New York scene since we were invited to a third concert in a club called New Blue, together with Batch Morris, a conductor who will conduct an event called “creative conduction”. Also present will be Mauro Pagani and Walter Bianchi, a young drummer. We will call ourselves Area Reunion with Paolo Tofani, Ares Tavolazzi and muself, together with other guests, such as Mauro Pagani.

    What do you expect from New York?

    Lots of hamburgers (laughs again, enjoying himself)…

  • Torna a New York la musica con le idee. Intervista a Patrizio Fariselli

    Patrizio Fariselli è uno degli artisti più poliedrici del panorama musicale italiano. Nato a Cesenatico nel 1951, è considerato uno dei pianisti più importanti della musica contemporanea a livello internazionale.

    Insieme a Demetrio Stratos, Victor Edouard Busnello, Giulio Capiozzo, Patrick Djivas e Paolo Tofani fonda nel 1972 lo storico gruppo degli Area. Dopo lo scioglimento della band, si occupa attivamente di cinema e teatro, scrivendo e realizzando musiche per numerosi film, come “Era una notte buia e tempestosa”, “Zitti e mosca”, “Caino e Caino”, “Ivo il tardivo”. Scrive anche musiche per il teatro, per i balletti e anche per “L’albero azzurro”, una trasmissione televisiva per bambini in età prescolare.

    Tra i vari i premi ottenuti durante la sua carriera c’è il “Ciak d'oro” per la migliore colonnasonora del film “Ivo il tardivo” ed il Primo Premio per la musica del cartone animato “The horseman” di Michel Fuzellier all’Holland Animation Film Festival di Utrecht indetto da MTV.

    Accanto a questi impegni come scrittore di musica, tuttavia, non ha mai interrotto la sua attività nell’ambito del jazz, collaborando con vari artisti nel panorama internazionale. Nella sua carriera costellata da molteplici esperienze, Fariselli è tornato più volte agli Area, rifondando il gruppo e riproponendone brani storici, segno che “il primo amore non si scorda mai”.

    In effetti, la musica degli Area ha rappresentato un qualcosa di unico nella storia della musica italiana, con uno stile personalissimo, contraddistinto dalla fusione di componenti musicali provenienti da vari generi, dal folk al jazz, al rock, fino alla musica etnica, tutto in una sperimentazione a volte ai limiti, ma sempre alla ricerca di nuovi linguaggi musicali. Ed ora, a trentotto anni dalla fondazione degli Area, Patrizio Fariselli si prepara a sbarcare a New York, per una serie di concerti, con un gruppo chiamato “Area Reunion”.

    L’abbiamo intervistato prima della partenza per gli Stati Uniti e trovato ansioso di affrontare questa nuova esperienza. Chiede subito di dargli del “tu” ed inizia a raccontare com’è arrivato alla musica: “Vengo da una famiglia di musicisti. Avendo mio padre, mio nonno, mio zio che suonavano, diciamo che sono stato avviato naturalmente al pianoforte. Ho studiato al Conservatorio di Pesaro, anche se comunque la mia passione per questo strumento è venuta fuori da adolescente, ascoltando il trio di Bill Evans e la musica jazz. Dopo aver visto Evans suonare dal vivo col suo gruppo, mi sono convinto che la musica è qualcosa di molto, molto interessante e divertente”.

    A questo punto è d’obbligo chiedergli come sono nati gli Area: “Io li ho visti nascere: vivevo a Cesenatico, in quel di Romagna, dove viveva anche Giulio Capiozzo, che poi sarebbe diventato il batterista degli Area. Abbiamo suonato insieme tantissimo in gioventù e ci eravamo ripromessi di formare un gruppo ‘stratosferico’…poi, appunto, è arrivato Demetrio Stratos (ride divertito). Una coincidenza strana, perché mentre io servivo la patria facendo il militare, Giulio Capiozzo entrò nel gruppo di Stratos, che al tempo non si chiamava ancora Area, ma che era il gruppo con il quale Demetrio faceva serate. In quella band già c’erano musicisti che avrebbero fatto parte degli Area. Quando poi mi congedai da militare entrai a far parte del gruppo e da lì a poco venne fuori il nome definitivo e cominciammo a lavorare al primo disco. Diciamo che il gruppo si è coagulato intorno alla figura di Stratos che ha fatto un po’ da catalizzatore e poi è iniziata la nostra carriera. Questo avveniva tra il 1971 ed il ’72, poi il primo disco lo abbiamo inciso nel 73”.

    Com’è venuto fuori il nome Area?

    "Era una citazione da Allen Ginsberg."

    Stratos ha definito quella degli Area una “musica di fusione di tipo internazionalista”. Cosa vuol dire?
    "La citazione all’internazionalismo era anche nel nostro nome: infatti, il nostro nome completo era Area International Popular Group. Ma il termine 'internazionalista' era anche un riferimento preciso al nostro esserci schierati politicamente. Poi il nostro cosiddetto “internazionalismo” era dovuto anche al fatto che il nostro gruppo era un incrocio internazionale di persone perché Stratos era greco, il nostro chitarrista, Johnny Lambizi, era di origini ungheresi, Eddie Busnello ha lavorato tutta la vita in Belgio, Patrick Djivas era di origine francese. E poi c’era l’idea di pensare in grande, non in termini locali. Questo nostro internazionalismo, poi, si è risolto a San Marino, nel senso che abbiamo suonato poco all’estero, in Francia in Portogallo. Ma adesso ci stiamo vendicando. A trent’anni di distanza i nostri dischi vengono venduti in tutto il mondo, siamo conosciuti un po’ dappertutto, il nostro lavoro ha trovato una sua realizzazione a distanza di anni. "

    Avete esordito con Arbeit Mach Frei nel 1972, un album che punta subito dritto al cuore. Mostrate subito la vostra natura di band alla ricerca di nuovi linguaggi, in una continua sperimentazione. Ma anche i contenuti erano innovativi. Cosa volevate comunicare?
    "Tra le tante idee c’era una critica verso la sinistra che si appiattiva sui temi sociali: cercavamo di stimolarla sulla necessità della riflessione. Poi, in un brano come Luglio, agosto, settembre (nero)” c’era un discorso sul problema palestinese. Nominare quell’organizzazione, Settembre Nero, che pochi mesi prima aveva firmato l’attentato alle Olimpiadi di Monaco, era una dichiarazione non indifferente.

    La politica che peso ha avuto nel gruppo?
    "La politica ha avuto un peso importante perché abbiamo deciso di dare una mano al movimento dei lavoratori, testimoniando con la nostra presenza la solidarietà verso chi lavorava per una vita migliore. Non abbiamo mai preso tessere di partito. Però abbiamo introdotto delle tematiche sociali nei nostri testi, mantenendo sempre però una visione critica."

    Nel 1979, alla vigilia di un grande concerto organizzato a Milano, all’Arena Civica, Demetrio Stratos muore in un ospedale newyorkese, stroncato da un'aplasia midollare fulminante. Dopo la sua morte cosa è stato degli Area? La sua scomparsa ha significato la fine del gruppo?

    "Dal punto di vista umano la morte di Demetrio è stata un grande dolore. Dal punto di vista professionale diciamo che Stratos era già uscito dal gruppo e noi stavamo arrivando alla fine naturale del nostro percorso. Dopo una decina di anni di lavoro il gruppo si stava naturalmente disgregando, a cercare vie differenti. Ognuno di noi sentiva il bisogno di proseguire il proprio percorso musicale ed artistico in altre direzioni. '

    C’è stato un altro cantante con le stesse potenzialità di Stratos in Italia?

    "Non è questione di potenzialità, di bella voce o di potenza vocale, ma è una questione di testa pensante, di lavorare con le idee. Stratos ha lasciato tanti piccoli eredi. Non farmi fare nomi, per carità…(ride). La sua eredità è ancora presente, la sua strada è stata seguita da altri cantanti anche a livello internazionale, le sue tecniche, che allora erano così rivoluzionarie, ormai sono patrimonio comune di giovani cantanti."

    Abbiamo letto su delle riviste specializzate delle memorabili improvvisazioni di Demetrio Stratos in concerto….

    "Le improvvisazioni sono sempre state un elemento cardine del nostro lavoro, non solo di Demetrio. Un’esplorazione delle potenzialità dei nostri strumenti è alla base del lavoro di ognuno di noi. E la voce è uno strumento che ci portiamo tutti appresso. "

    Cosa stanno facendo adesso gli Area?

    "Gli Area hanno tirato fuori la vecchia bandiera, un pò scherzando, un pò no (ride ancora, divertito). È nato tutto dall’idea di Mauro Pagani di coinvolgerci in un concerto che si è fatto l’anno scorso a Siena, di mettere su un palco persone che non si incontravano da trent’anni. Alla base della nostra reunion c’è la voglia di suonare sul serio, non è come tante reunion di gruppi che scimmiottano se stessi da giovani."

    Insomma, siete ancora alla ricerca, in fase di sperimentazione…

    "La ricerca è sempre alla base di tutto. Non si può vivere su quel che si è fatto nel passato…."

    Come vedete e vivete oggi la realtà musicale italiana? E’ proprio tanto diverso oggi rispetto agli anni Settanta?

    "Oggi in Italia c’è poco spazio per un gruppo come il nostro. È un momento veramente pesante dal punto di vista culturale e musicale, c’è omologazione ed appiattimento. È un momento durissimo, non si apprezza la creatività, ci sono dei valori tremendi che vengono vissuti comunemente.  Abbiamo una patria di ignoranti, contenti di esserlo. Rispetto agli anni Settanta la situazione è peggiorata pesantemente: chiunque cerchi in Italia di portare avanti un minimo di discorso deve fare un percorso in salita con sforzi dieci volte superiori a quel che in realtà si dovrebbero fare. "

    C’è spazio per una musica come la vostra?

    "Ce lo prendiamo lo spazio, nessuno dà niente a nessuno…"

    In un’intervista hai parlato della necessità di essere “artisti senza mediazione”. Cosa vuoi dire?

    "Intanto vuol dire non essere vincolati a problemi di mercato o industria da un lato. Un atteggiamento mentale di non dover compiacere chiunque e quindi portare avanti un discorso musicale che fa i conti con la storia della musica per fare cose migliori ed intelligenti. "

    Cosa sono adesso gli Area, solo passato?

    "Siamo dei musicisti che hanno ritrovato il piacere di suonare insieme per vedere se può venir fuori qualcosa di nuovo e divertente. Se guardiamo al vecchio repertorio, il nostro atteggiamento è sempre quello di avere uno spirito giocoso. Però, cerchiamo anche di esplorare le possibilità che questo materiale ha e che noi, magari, all’epoca non abbiamo colto e sviluppato a fondo. Lavoreremo su vecchi pezzi ma anche su cose nuove."

    Avete già suonato negli Stati Uniti o a New York?

    "No, questa è la prima volta. Non avevo mai neanche visitato gli Stati Uniti. Adesso abbiamo pochi impegni, selezionati. L’impegno di New York promette bene, ci divertiremo molto. Faremo un concerto all’Istituto di cultura, poi in un auditorium locale che si chiama Brecht Forum. Poi ci incontreremo con musicisti della scena newyorkese perché siamo stati invitati ad un terzo concerto in un locale che si chiama New Blue con Batch Morris, un direttore d’orchestra che dirigerà una situazione chiamata “creative conduction”. Ci saranno anche Mauro Pagani e Walter Bianchi, un giovane batterista. Ci chiameremo Area Reunion con Paolo Tofani, Ares Tavolazzi, ed il sottoscritto, insieme ad ospiti che suoneranno con noi, in quest’esperienza americana ci sarà Mauro Pagani."

    Cosa ti aspetti da New York?

    "Mi aspetto tanti hamburger (ride ancora, divertito)…"

  • Facts & Stories

    A Golden Crypt for Padre Pio. The Saint's Followers Protest Against the Capuchin Friars of San Giovanni Rotondo

    On Monday, April 19 at 4:30 p.m. the body of St. Pio of Pietrelcina (more commonly known as Saint Padre Pio or simply Padre Pio) will be moved from the crypt in the small Santa Maria delle Grazie sanctuary to the new church of San Pio nearby. The announcement was made by the Capuchin friars at San Giovanni Rotondo. Since 1968, Padre Pio’s body has been in repose in the old sanctuary but it will soon be moved to the magnificent new church designed byRenzo Piano. More precisely, his body will lie in a crypt covered with gold mosaics designed by Jesuit Father Marko Rupnik.

    This decision has been controversial from the outset since many of Padre Pio’s followers find it unacceptable that the religious community of Capuchins would determine that the most logical place to house the saint’s body would be a crypt covered in gold located in a monumental church. The gold used to decorate the crypt was primarily derived by using the ex-votos left by devotees from all over the world. So why not put Padre Pio’s body in a place that they consider worthy enough for their fellow religious brother who became one of the most beloved and venerated saints on every corner of the globe?

    The monks’ reasons, as well as some of the religious authorities, however, do not coincide with those who view the move as a breach of the promise made at the time of Padre Pio’s death – that is, Padre Pio’s final request to be buried there.

    Among those who immediately protested the Capuchin friars’ plans were the members of the organization Padre Pio Uomo della sofferenza (Padre Pio, Man of Suffering), and scholar Francesco Colafemmina whose <website   provides readers with interesting details about the Pharaonic sarcophagus that will contain Padre Pio’s body: "The urn is decorated with 16 different types of semiprecious stones (sodalite, serpentine, rock crystal, amazonite, jade, rose quartz, jasper, frosted glass, tourmaline, tiger’s eye, hematite, falcon’s eye, agate, Australian aventurine, chalcedony, lapis lazuli) and incorporates the theme of building the church: the rectangles of hammered silver in various shapes symbolize the living stones with which the Church is built (with a capital ‘C,’ understood as the mystical Body of Christ), taking the fourth verse of the dedication hymn of the church which says: “Blessed Church, God’s dwelling among men, holy temple, built with living stones on the foundation of the Apostles, in Jesus Christ, center of unity and the cornerstone.” Colafemmina then concludes that “Padre Pio will be placed in a sarcophagus of sodalite, serpentine, jade, tiger’s eye, etc. Perhaps only Pacal the Great or Ramses II is missing – and other things to shame his followers!”

    The scholar’s impressions reflect the majority of the faithful who do not seem to appreciate the “new” church, viewed as too modern, too majestic, and above all, too removed from the way Padre Pio lived his life.

    For their part, Padre Pio’s fellow religious brothers have attempted to defuse the controversy by explaining to news agencies their reasons for deciding to move the saint’s body: “The new crypt has a surface area of 500 square meters, almost double that of the previous sanctuary. Moreover, those with disabilities, the sick, the elderly, and children can access the tomb by three elevators or by using a wide ramp, recently embellished with mosaics by Father Rupnik that depict the lives of St. Francis of Assisi and Padre Pio, while the crypt in church of Santa Maria delle Grazie was only accessible by descending two flights of stairs or one elevator which was frequently out of service.”

    These reasons, however, do not convince the faithful and Padre Pio, Man of Suffering’s president, attorney Francesco Traversi. In a note addressed to Pope Benedict XVI and Monsignor Michele Castoro, the Archbishop of Manfredonia–Vieste–San Giovanni Rotondo, Traversi sought to prevent the transfer of Padre Pio’s body to the new crypt and ultimately dismiss the Capuchin friars. The transfer, says Traversi, would constitute “a seriously detrimental action of force by friars with contempt for the law and the will of the faithful who have opposed the exhumation and transfer.” Traversi notes that April 22 is the date set for the next hearing before a Foggia court for the case brought by his organization and a nephew of the saint, Pio Masone, to prevent the transfer and ascertain whether the body currently kept in the church of Santa Maria delle Grazie is that of Padre Pio.

    Meanwhile on the Gazzetta del Mezzogiorno’s website, Padre Pio’s followers cannot hide their disappointment over what is happening in San Giovanni Rotondo. It is enough to call for a “pilgrimage strike in the face of ecclesiastical arrogance.” Onofrio from Giovinazzo declares that “Padre Pio wanted a big church, not for extravagance but to gather many people together in his religion of the poor so that all could be rich in the Holy Spirit, love, and humility.”

    Pasquale from Andria is critical of the Capuchins: “Instead of spending all that money on meaningless work wouldn’t it have been better to build a practical structure to help so many people in need? Don’t you know that there are many Catholic missionaries around the world who desperately need help rather than a cathedral in the desert? There is so much talk in Sunday homilies about the need for modesty among laypeople and then…. If the example is not set by the clergy who took vows of poverty why ask lay people to live a simple life?” He then concludes: “I don’t think that I’ll come back to San Giovanni Rotondo because all of this ostentation distracts me from meditation; I prefer to remember it by praying in a place that is more poor, more humble, and closer to Franciscan spirituality.” 

    What about the Capuchin brothers? How are they reacting to the anger and the insults coming from the overwhelming majority of the faithful? How do they view the criticisms that are raining down on them from halfway around the world? Indeed it doesn’t seem to upset them that much; they respond, in fact, by maintaining a dry and detached tone: “They will slowly become accustomed to it.

    Besides, the same happened in Assisi with St. Francis.” It will not be easy, however, for many pilgrims to get used to such splendor while seeing the images of the beloved Padre in the small and humble abode he had chosen as his place of burial. And then if the faithful truly cannot adjust, who knows…. If the friars are faced with a massive “pilgrimage strike,” could they change their minds?

    Translated by Giulia Prestia

  • Tanti Auguri Mina!

    Settanta e non li dimostra! Almeno per quanto riguarda la voce, dal momento che il suo aspetto fisico è ammantato di mistero ed appare in sporadiche foto rubate da paparazzi o in copertine di album spesso modificate da effetti “speciali”.  Un gioco che sembra divertire molto Mina, all’anagrafe Mina Anna Mazzini, nata a Busto Arsizio il 25 marzo di 70 anni fa, icona della musica italiana. Tuttavia, leggendo la sua biografia, Mina appare più di una semplice cantante, diventa una donna italiana alle prese con amori, figli, una società apparentemente in evoluzione ma in realtà sempre ferma a convenzioni e clichè duri da sradicare.
     

    Una carriera di tutto rispetto la sua, con 150 milioni di dischi venduti e mille brani circa incisi, tra cui alcuni tra quelli più amati nella storia della canzone italiana, con la soddisfazione di essere definita da Louis Armstrong “la più grande cantante bianca vivente”. Dagli esordi col nome d’arte Baby Gate nel 1958 fino ad oggi, cantando in inglese, francese, portoghese, spagnolo, tedesco, turco, giapponese, ma anche in dialetto milanese, napoletano, genovese, romanesco.

    Il segreto del suo successo? Indubbiamente la versatilità ed il suo essere semplicemente unica. A cominciare da quando, cinquant’anni fa, giocando con le dita sulle labbra in una maniera provocatoria per l’epoca, lasciò il segno con “Le Mille bolle blu”. Un piccolo “scandalo” musicalmente parlando, a cui però si aggiunse ben presto lo scandalo della sua vita privata, con un amore “proibito” per un uomo sposato ad un’altra donna, l’attore Corrado Pani. Una relazione da cui nacque un bambino voluto, nonostante fosse definito dai media italiani dell’epoca “figlio del peccato”. Si tratta di quel Massimiliano che oggi è il principale collaboratore della cantante. Una scelta coraggiosa per quei tempi che però innescò una campagna di opinione contro Mina, campagna intrisa di ipocrisia e falsi moralismi.

    La cantante fu allontanata dalla Rai per tutto il 1963, scelta in sintonia con la linea editoriale della tivù di Stato, guidata allora da Ettore Bernabei, simbolo di una Rai pedagogica, roccaforte della Democrazia Cristiana, in cui la censura la faceva da padrona, con un’attenzione a volte eccessiva per tutto ciò che pur lontanamente avrebbe potuto turbare le menti nell’Italia degli italiani negli anni ’60, in pieno boom economico.

    Per fortuna, però, questo ostracismo è stato attuato solo da una parte esigua del Paese, dove, invece, la maggioranza dell’opinione pubblica, vedendo le foto della puerpera in ospedale con in braccio il piccolo Massimiliano, detto “Paciughino”, si sciolse. D’altronde, si sa, in Italia la parola “mamma” è un grimaldello che spalanca le porte dei cuori del pubblico, il quale se ne infischia delle censure, soprattutto se attuate nei confronti di un talento indiscusso come Mina.

    L’affetto degli italiani ha riportato la cantante in Rai e da lì la sua carriera ha preso il volo. “Studio Uno”, “Canzonissima”, “Teatro 10”, “Milleluci” sono le sue trasmissioni divenute un vero e proprio cult, oltre che simbolo di televisione di qualità. In questi programmi di varietà sono state scritte pagine di storia del piccolo schermo che ancora oggi fanno parte della memoria collettiva degli italiani. Intramontabili i duetti di Mina con Totò, con Lucio Battisti, con Alberto Sordi, con Paolo Panelli. Poi l’ultima apparizione televisiva nel 1975 e l’ultimo concerto nel 1978, quindi il ritiro, solo fisico, dallo showbiz. Una vita fuori dall’Italia, in Svizzera, fatta solo di musica e successi, mentre diventava sempre più difficile fotografarla.

    Le uniche immagini, oltre a quelle dei paparazzi, erano quelle fatte per il lancio di ogni nuovo album, con Mina in sala d’incisione, davanti ad un microfono, con i suoi ormai inseparabili occhialoni scuri, ad incantare come sempre il suo pubblico. Questo ritiro dalle scene all’apice della carriera, appena trentottenne, è stato interpretato dai media e dagli ammiratori in vari modi, persino come un modo per far parlare di sé, per cercare di farsi pubblicità, ma Mina non si è mai preoccupata troppo di dare spiegazioni, vivendo, come sempre, la vita a modo suo, senza curarsi delle opinioni altrui. Spiritoso è stato il commento dato da Roberto Benigni a tale scelta: “Ormai solo Mina e Bin Laden mandano video preconfezionati quando vogliono dire qualcosa”.
     

    Fortunatamente, però, il ritiro non ha condizionato la qualità della musica di Mina, la quale ha sempre proposto album di alto livello, con duetti con altri grandi cantanti italiani: basti pensare a “Questione di feeling” con Riccardo Cocciante e “Acqua e sale” con Adriano Celentano, tanto per citare i più famosi. E lo stesso Celentano proprio pochi giorni fa ha fatto gli auguri alla sua amica in un’intervista che, a dire il vero, sembrava una dichiarazione d’amore in piena regola in cui definiva Mina “una bomba che non si può disinnescare ed esplode quando meno te lo aspetti”.

    Tra gli ammiratori famosi della cantante come non ricordare Federico Fellini che l'avrebbe voluta in un film che però lei non ha mai voluto girare. Ed ancora Frank Sinatra che aveva cercato di convincerla ad esibirsi negli Stati Uniti. Persino il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in questi giorni di celebrazioni per il compleanno di Mina, ha confessato in un’intervista: “In anni non più vicini sono stato anch'io un ammiratore di Mina, veramente una grande cantante”. Liza Minnelli, considera la collega italiana “la più grande” ed ha dichiarato: “Se facesse un concerto, andrei nel backstage a chiederle un autografo”.

     Insomma, un compleanno annunciato da giorni ormai dai media, celebrato su tutti i canali ed in tutte le salse. E lei, la festeggiata, come ha reagito? Naturalmente, ancora una volta, coerentemente, a modo suo, senza mandarle a dire, dal quotidiano La Stampa, dove tiene una rubrica settimanale. “Avete mai provato ad essere reduci dalla vostra autopsia?” ha esordito così la cantante, reduce da giorni e giorni di festeggiamenti non richiesti, evidentemente. Soprattutto, Mina se l’è presa con chi si è improvvisato “anatomopatologo” dilettandosi a “frugare tranquillamente le risposte nell'archeologia della mia psiche, della mia memoria, della mia carnaccia sbranabile, del perché e del percome della vita mia.

    Devoti estimatori, irriducibili avversi, timorosi contestatori, hanno danzato sui loro referti, - ha continuato Mina-, sicuri di avermi posseduto, oltre che descritto per intero”. E la cantante si è lanciata contro la “civiltà di farsi gli affari degli altri” e di condannare le scelte altrui, oltre a confessare di non riconoscersi in molti dei pareri espressi e soprattutto nelle interpretazioni fatte della sua vita da gente mai vista. “In questi giorni –ha concluso Mina- ho assistito alla rappresentazione della mia vita che, mandata avanti e indietro in un videotape impazzito, mi ha fatto girare la testa e non solo. Adesso ho settant'anni, ma ieri ne avevo sessantanove. Cos'è?”
     

    La “Tigre di Cremona”  ha gli artigli sempre affilati nonostante gli anni che passano, ed ancora una volta ha dato una lezione di classe e di stile ad una società imbarbarita dietro alle smanie di apparire a tutti i costi, dibattiti sterili e celebrazioni logorroiche, mostrando di essere di un altro pianeta. Cos’altro aggiungere, oltre ai nostri modesti auguri se non un commento alle sue parole: sei grande, grande, grande! 

  • Life & People

    Happy Birthday Mina!

    Read the Italian Version

    She’s seventy and does not seem it at all! At least as far as her voice goes, since for some time her physical appearance has been cloaked in mystery, appearing only in sporadic photos stolen from the paparazzi or on album covers often modified by special effects. It’s a game that seems to entertain Mina, the Italian music icon born Mina Anna Mazzini in Busto Arsizio on March 25 seventy years ago. But reading her biography, it’s clear that Mina is more than just a singer; she comes through as an Italian woman struggling with love, children, and a society which seems to be evolving but always falls short at doing away with certain conventions and clichés.
     

    Her career is truly her own in every respect with 150 million records sold and nearly a thousand recorded songs, including some of the most beloved in Italian music history and the distinction of being called “the greatest white singer alive” by Louis Armstrong.

    Her career began in 1958 under the stage name Baby Gate, and she has sung in English, French, Portuguese, Spanish, German, Turkish, Japanese, as well as in the Milanese, Neopolitan, Genovese, and Roman dialects.

    What’s the secret to her success? Undoubtedly, it’s her versatility and her simply unique presence. It all started fifty years ago when Mina, provocatively stroking her fingers on her lips, left her mark with the song “Le Mille Bolle Blu.” Musically speaking, it was a little scandal but it was soon linked to a larger scandal in her private life, specifically her “forbidden” love for the actor Corrado Pani who was married to another woman. The relationship resulted in a child who was referred to as a “child of sin” by the Italian media at the time. That child, Massimiliano, is the singer’s primary musical collaborator today.

    Mina’s choice was courageous in those days, and it sparked a media backlash fueled by hypocrisy and moral superiority. The singer was banned from RAI for an entire year in 1963, a decision that was made in keeping with the editorial viewpoint of the state-run television network. Led by Ettore Bernabei, RAI was a stronghold of the Christian Democrat party and frequently resorted to censorship, especially of people who challenged Italian mores during the economic boom of the 1960’s.

    Fortunately, only a fraction of the country agreed with the hard line decision and public opinion completely melted after seeing photos of the new mother in the hospital with baby Massimiliano in her arms, nicknamed “Paciughino.” As we all know, the word “mamma” in Italy is the key that unlocks the door to the public’s heart – and the public certainly didn’t agree with the ban, especially since it was imposed against such an unquestionable talent.

    The Italian people’s affection brought the singer back to RAI and from there her career took off. Her legendary performances of “Studio Uno,” “Canzonissima,” “Teatro 10,” and “Milleluci” literally created a cult following and become an international symbol of quality television.

    These variety shows made history on the small screen and are still a part of Italians’ collective memory, especially Mina’s timeless duets with Totò, Lucio Battisti, Alberto Sordi, and Paolo Panelli. Her last television appearance took place in 1975, her final concert in 1978, and she then retired, albeit only physically, from show business.

    She started a new life outside Italy, in Switzerland, where it became it became increasingly difficult to photograph her. The only images, besides those taken by the paparazzi, were the ones released with each new album, usually depicting Mina in a recording studio before a microphone wearing her trademark dark glasses and enchanting her audience as always.

    This retreat from the stage at the height of her career at only thirty-eight was interpreted by the media and fans in various ways, even as a way for her to create buzz and get publicity, but Mina has never worried much about giving explanations, always living life on her own terms regardless of public opinion. Roberto Benigni made a witty remark about her seclusion: “Now only Mina and Bin Laden send pre-recorded video messages when they want to say something.”

    Fortunately, however, Mina’s retreat from the spotlight has not affected the quality of her music, which has always been exceptional, especially duets with other great Italian singers; “Questione di Feeling” with Riccardo Cocciante and “Acqua e Sale” with Adriano Celentano are the most famous that come to mind.

    A few days ago, in fact, Celentano extended birthday wishes to his friend. It was in an interview that, truth be told, seemed to be a declaration of love in the truest sense of the word. In it he called Mina “a bomb that cannot be defused and explodes when you least expect it.”

    Among her well-known admirers, we can’t forget that Federico Fellini wanted to cast her in a movie but she refused to be filmed and Frank Sinatra tried to persuade her to perform in the United States. Even President of the Republic Giorgio Napolitano recently confessed, “I was a huge fan of Mina’s work years ago, she’s a really great singer.” Liza Minnelli considers her Italian colleague to be “the greatest” and said, “If she did a concert, I’d go backstage and ask for her autograph.”
     

    In short, it’s a milestone birthday that has gotten media coverage for days, on every channel and in every way imaginable. And so how did the birthday girl react? She did so in her own characteristically individual way, in the newspaper La Stampawhere she has a weekly column. “Have you ever tried to recover from your own autopsy?” began the singer, who apparently was trying to get over several days of unsolicited festivities.

    Apparently Mina had had it with someone who was a self-appointed “pathologist,” delighting in “quietly poking around the archeology of [her] psyche, [her] memory, [her] carnaccia sbranabile, contained within the whys and wherefores of [her] life. Devoted admirers, indomitable adversaries, and fearful objectors all reveled in their findings,” continued Mina, “sure of possessing me as well as having me completely figured out.”

      The singer went on to challenge “the culture of getting into the affairs of others and condemning their choices” while confessing that she did not recognize many of the views expressed, especially the interpretations of her life given by people who she’s never seen. “Over the past few days,” Mina concluded, “I attended a performance of my life that was played over and over on a crazy videotape that made me dizzy beyond belief. I turned seventy, but yesterday I was sixty-nine. So what?”

    The “Tiger from Cremona” still has sharp claws despite the passing years, and once again she has taught a lesson in class and style to a barbaric society attempting to appear objective while it obsesses over debates and long-winded celebrations seemingly from another planet. What else is there to add, except to express our humble best wishes while quoting your own words: You are great, great, great!

    Translated by Giulia Prestia

  • Sono un artista in pellegrinaggio nella “Lourdes del Rock”. Intervista ad Edoardo Bennato. Presto a New York

    Edoardo Bennato è uno dei cantautori italiani più amati e apprezzati. Il suo primo album, “Non farti cadere le braccia” è uscito nel 1973 e da allora è sempre presente sulla scena musicale italiana, simbolo del rock nostrano e della musica d’autore.
     

     Fin dall’inizio della sua carriera Bennato è sempre stato avanti, precursore di mode, presentandosi in scena, primo in Italia, nelle vesti di one man band, con chitarra ed armonica, a raccontare storie del Belpaese con occhio critico e disincantato, con un’ironia stridente, spesso reinventando favole della nostra tradizione, come Pinocchio, in chiave moderna. Tutti brani che risalgono a decine di anni fa e che sembrano scritti ieri, tutti però sotto il segno del rock.

    Bennato ha da poco superato i sessant’anni, ma è attivo più che mai, sfornando un successo dopo l’altro ma anche cimentandosi in avventure musicali impegnative, come ad esempio il musical Peter Pan, storia dell'eterno bambino dell'Isola che non c'è che torna a volare e a combattere il malvagio Capitan Uncino a tempo di rock.
     

    Questo musical è stato ispirato da uno dei più celebri album di Edoardo Bennato, "Sono solo canzonette", che risale al 1980, nonché dalla fiaba di James Matthew Barrie. Oltre ai brani del disco del 1980, Bennato ha composto per l'occasione una nuova canzone, intitolata "Che paura fa Capitan Uncino!".
     

    Insomma, un artista poliedrico e sempre in movimento. Movimento vuol dire anche concerti e tournee non solo in Italia ma anche in giro per il mondo.

    Lo abbiamo raggiunto al telefono, mentre si trovava in aeroporto, proprio pochi minuti prima di partire per l’America Centrale, ma è in programma, tra gli altri, anche un concerto a New York (at the Highline Ballroom, March 26, 2010).  
     

    “L’anno scorso abbiamo suonato a Londra, poi a Pechino”, ci dice subito. Ed è un Bennato in piena promozione del suo nuovo album: “Le Vie del Rock sono Infinite”, in uscita il 5 marzo.

    Giovedì scorso si è  esibito per la prima volta nella sua carriera sul palco del Teatro Ariston durante il Festival di Sanremo. Infatti, gli organizzatori hanno pensato di rendere omaggio ai 60 anni del Festival, attraverso le canzoni che lo hanno fatto grande.
     

    Questo momento, inserito nella terza serata, è stato chiamato “Quando la musica diventa leggenda” ed ha visto esibirsi artisti del calibro di Riccardo Cocciante, Massimo Ranieri, Fiorella Mannoia, che hanno eseguito brani famosi del Festival, insieme con successi del loro repertorio.

    Edoardo Bennato, al suo debutto all’Ariston, ha reso omaggio a Luigi Tenco che si suicidò nel 1967 proprio dopo l’esibizione a Sanremo e la sua esclusione dal Festival. Bennato ha cantato “Ciao amore ciao” di Tenco e poi ha intonato un medley di tre suoi successi: “Un giorno credi”, “Il rock di Capitan Uncino” ed “E' lei”, il suo nuovo singolo.
     

    Un’esibizione rock emozionante e struggente. Gli abbiamo chiesto se avesse scelto lui il brano da suonare e se sì, perché proprio Tenco. “Si presupponeva che ogni ospite scegliesse un brano di quelli che avevano partecipato al Festival ed io ho scelto Tenco perché rappresenta qualcosa di particolare per Sanremo. Il Festival –continua Bennato- è un grosso baraccone dell’industria musicale, di manager ed impresari e molto spesso capita ad artisti un po’ più sensibili di rischiare di rimanere schiacciati in questo ingranaggio, soprattutto se si trovano in un momento un po’ più particolare della loro vita artistica e personale, in cui possono essere un po’ più vulnerabili.
     

     

     

    Sanremo può essere spietato, quindi ho fatto un omaggio a Tenco perché da bambino mi aveva molto colpito questo personaggio vitale e pieno di energia ma anche vulnerabile. Sanremo alla fine per lui è stato una tragedia, ha rappresentato la sua fine”.
     

    Anche sul palco “istituzionale” dell’Ariston è venuta fuori la natura rock, insita nella sua musica, uno stile che gli serve a scardinare pregiudizi, luoghi comuni, schemi, convenzioni. Un modo, come dice lui, di “provocare, indurre la gente a pensare con la propria testa. Ma per farlo devi essere al di sopra delle parti. E magari usare l’arma dell’ironia”.

    Mentre Bennato parla al cellulare si sentono in sottofondo le voci delle hostess: si sta imbarcando. Gli chiediamo del nuovo disco; è uscito in anteprima un singolo che sta già riscuotendo successo nelle radio italiane. Si intitola “E’ lei” ed ha un testo molto intenso.

    Bennato dice: “E’ lei che proprio in questo istante sta nascendo
nell’angolo più povero del mondo/Che forse questo mondo cambierà/E’ lei perché la povertà le dà un vantaggio,
le dà più leggerezza e più coraggio/E con questo vantaggio lotterà”.

    Siamo curiosi ma chi è “Lei”: “Lei è la speranza che in un posto del mondo possa nascere qualcuno che pur venendo da origini umili possa essere propositivo nel mondo come Obama”.

    Non possiamo, anche se di corsa, non chiedergli di come vede il problema dell’immigrazione e l’occidente, argomento già presente in altri album e che è connesso con una tematica molto cara a Bennato, quella delle latitudini: “Intanto bisogna scrollarsi di dosso alcuni pregiudizi. L’umanità viene tutta dalla stessa area, dalla zona equatoriale e poi man mano, spostandosi verso nord ha incentivato le capacità tecnologiche. Però non dobbiamo scordare che veniamo tutti dalla stessa famiglia, anche se nello spostamento si è diversificato il colore della pelle.

    Questo della pelle non è  un elemento fondamentale, non è importante. Quel che conta veramente –continua Bennato- è che il pianeta è diviso in comparti stagni, in cui c’è una parte adulta, tecnologicamente evoluta mentre un’altra parte ha bisogno di aiuto ed assistenza.

    Da queste zone più povere può partire la scintilla per migliorare le cose. Come è successo con Obama, d’altronde. Obama è la dimostrazione che in un paese come l’America anche un presidente può venire da umili origini o addirittura avere un colore di pelle leggermente più scuro”.

    Ed a proposito di America, il 26 marzo sarà a New York City per un concerto all’Highline Ballroom. Gli chiediamo se è la sua prima volta a New York: “Abbiamo suonato all’Apollo Theatre nel 1988 in un evento che si chiamava Naples meets Harlem: una magnifica serata con James Senese, Tony Esposito, James Brown, i Temptations”.

    Quando gli chiediamo del suo rapporto con l’America, Bennato si mette a ridere: “Nel nuovo album c’è un brano intitolato “Mi chiamo Edoardo” in cui parlo dell’America e dico che ci vado in pellegrinaggio per ringraziarla. Perché è grazie all’America, patria della musica rock, che sono quel che sono. C’è chi va in pellegrinaggio a Lourdes, mentre io vado in America...”.

    Bennato ride, mentre in sottofondo si sente l’annuncio del volo in partenza. Bisogna spegnere i cellulari. C’è tempo per un’ultima domanda fatta “al volo” sulla sua rabbia, se col tempo, con l’età e diminuita, è cambiata: “La rabbia è la stessa, ma non devo essere io a dirlo, lo deve dire chi analizza la mia musica. Io sono il meno adatto a dare un giudizio su me stesso”.

     
     

    Edoardo Bennato - "E' Lei"
    Edoardo Bennato in Concert
    March 26 - 8:00 PMHighline Ballroom
    431 West 16th Street
    New York, NY 10011-5892For tickets visit
    Massimo Gallotta Productions' Website

  • Art & Culture

    An Artist on a Pilgrimage to the "Lourdes of Rock Music". Interview with Edoardo Bennato

    Edoardo Bennato is one of the most admired and beloved Italian singer-songwriters. His first album Non Farti Cadere Le Braccia (Don't let your harms fall) was released in 1973 and since then has been ever-present on the Italian music scene as a symbol of our signature style of rock music.

    From the beginning of his career, Bennato has always been one step ahead, a precursor of stylistic trends, introducing them to the Italian music scene as a one man band with a guitar and harmonica, telling stories of the Belpaese with a critical and disillusioned eye, with strident irony, often reinventing Italian fables like Pinocchio in a modern key. Songs that are decades old seem to have been written yesterday and they all fall into the category of rock music.

     Bennato recently turned 60, but he is as active as ever, enjoying success after success while undertaking new projects such as the soundtrack for the musical Peter Pan, the story of a perpetual child from Neverland who flies back to fight the evil Captain Hook in tune to a rock beat.
    This musical was inspired by one of Bennato’s most acclaimed albums Sono Solo Canzonette (They are only little songs) released in 1980, as well as the tale by James Matthew Barrie. In addition to songs from his 1980 record, Bennato also composed a new song entitled, Che Paura Fa Capitan Uncino! (How scarry Captain Hook is!)

    In short, he’s multi-faceted and always on the move, meaning concerts and tours not only in Italy but all over the world. 

    We joined him by telephone, while he was at the airport just a few minutes before he left for Central America with a planned stop, among other places, in New York at the Highline Ballroom on March 26.
     

    “Last year we played in London, then Beijing,” he immediately tells us while promoting his new album Le Vie del Rock Sono Infinite (Rock's Paths are Infinite) which will be released on March 5.

    Last Thursday, for the first time in his career, he performed on stage at Teatro Ariston during the Sanremo Festival. In honor of Sanremo’s 60th anniversary, the organizers decided to pay tribute to the songs and artists that made the festival famous.
    The event, which took place on the third night of the festival, was entitled, Quando La Musica Diventa Leggenda (When music becomes legend) and included performances by such high-caliber artists as Riccardo Cocciante, Massimo Ranieri, and Fiorella Mannoia who sang famous songs from the festival along with other popular songs from their repertoire.

    During his debut at the Ariston, Bennato paid tribute to Luigi Tenco who committed suicide in 1967 right after his performance at Sanremo and his elimination from the festival. Bennato sang Ciao Amore Ciao (Farewell, my love) by Tenco followed by a medley of his three most popular songs, Un Giorno Credi (One day you believe), Il Rock di Capitan Uncino (Captain Hook's Rock),  and È Lei (She is the one),  his new single.
     

    It was a moving and mesmerizing performance. We asked him if he had chosen the songs, and if so, why Tenco. “Each guest was asked to choose a song that had been performed at the festival and I chose Tenco because he represented something specific for Sanremo. The festival,” Bennato goes on to say, “is a huge circus for managers and agents in the music industry, and very often artists who are a bit more sensitive risk being crushed by this machine, especially if they find themselves at a particularly vulnerable point in their careers and personal lives.”
    "Sanremo can be ruthless, so I paid tribute to Tenco because ever since I was a child his vibrant personality impressed me the most – he was full of energy but also very vulnerable. In the end, Sanremo was a tragedy for him and it meant the end of his life.”

     

    Even on Ariston’s “institutional” stage, the true nature of rock music came through as well as its inherent power to dissolve prejudices, assumptions, stereotypes, and conventions. It’s a way, as Bennato says, of “provoking and inciting people to think for themselves. But it must be objective, and perhaps it must use irony as a weapon.”

    While Bennato talked on his cell phone, the public address system was audible in the background: his flight was now boarding. We ask about his new record; a single from it was recently released and met with success on Italian radio. It’s entitled, È Lei, and has very intense lyrics.  

    Bennato sings: “It is she who at this very moment is being born / in the poorest corner of the world / Who will perhaps change this world / It is she because poverty gives her an advantage / It gives her more levity and more courage / And with this advantage she will fight.”
    We are curious to know who “she” is. “She is the hope that somewhere in the world someone can be born who, even from humble beginnings, can be a positive force in the world like Obama.”
     

    We cannot neglect to ask, even in passing, how he sees the issue of immigration and the west, a topic that appears on his other albums and one that is connected to a theme that is dear to him: latitudes. “First of all, one needs to shake off whatever prejudices one carries. Humanity began in one geographic area, near the equator, and then slowly moving north, it increased its technological capabilities. But we must not forget that we all come from the same family, even if moving around has changed the color of our skin. The color of one’s skin is not a fundamental element, it’s not important. What truly counts,” Bennato continues, “is that the planet is divided into separate compartments in which there is a mature, technologically evolved part while the other part needs help and assistance. The catalyst to make things better can come from even the poorest areas, just as it occurred with Obama. Obama is proof that in a country like America even a president can come from a humble background or have a darker color of skin.” 

    Speaking of America, he will be in New York on March 26 for a concert at the Highline Ballroom. We asked him if this will be his first time in New York: “We played at the Apollo Theater in 1988 for an event called ‘Naples Meets Harlem,’ a wonderful evening with James Senese, Tony Esposito, James Brown, and The Temptations.”
     

    When we asked about his relationship with America, Bennato begins to laugh: “On my new album, there’s a song entitled, Mi Chiamo Edoardo (My name is Edoardo) in which I talk about America and I say I’m going there on a pilgrimage to thank her. Because thanks to America, rock music’s homeland, I am what I am. Some go on a pilgrimage to Lourdes, but I go to America….”

    Bennato laughs while in the background the flight attendant announces that the flight is ready to take off. He needs to turn off his cell phone. There enough time for one last question “on the fly” about whether his rage has diminished or changed with age. “The rage is the same, but I can’t be the one to say it; the person who analyzes my music should say that. I’m the least adept at judging myself.”
     

    Edoardo Bennato - "E' Lei"
    Edoardo Bennato in Concert
    March 26 - 8:00 PMHighline Ballroom
    431 West 16th Street
    New York, NY 10011-5892For tickets visit
    Massimo Gallotta Productions' Website

Pages